· Città del Vaticano ·

Il senso e l’attualità dell’opera di san Girolamo

Cristo è la chiave per comprendere le Scritture

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29 settembre 2020

«Quando ero ancora fanciullo e mi esercitavo alla scuola del grammatico e tutte le città erano piene del sangue delle vittime e non appena, proprio nel divampare della persecuzione, era stata annunciata la morte di Giuliano, elegantemente un pagano disse: “Come possono dire i cristiani che il loro Dio è paziente e tollerante? Niente è più iracondo, niente più immediato di questo furore, neppure di un leggero lasso di tempo ha potuto differire la sua indignazione”. Questo egli avrebbe detto schernendo». Nel commentare il profeta Abacuc, Girolamo lascia tra le righe della sua raffinata esegesi un ricordo della sua giovinezza a Roma, durante la formazione scolastica. Anni segnati dal tentativo dell’imperatore Giuliano di restaurare la religione tradizionale dell’impero e di colpire i cristiani: il commento sarcastico dell’anonimo romano, che vede nella morte prematura dell’imperatore apostata un segno della vendetta divina, ci parla del confronto acceso fra cristiani e pagani. Il volto del Dio di Gesù Cristo, la sua divinità e la forza della sua salvezza diventano il cuore della vita e della riflessione di Girolamo.

Era nato a Stridone, fra la Pannonia e la Dalmazia, probabilmente tra il 340 e il 350. Poco sappiamo della sua famiglia e dei primi anni. La famiglia benestante gli garantisce un’ottima educazione e gli trasmette la fede cristiana fin dalla tenera età, tanto che Girolamo ricorda di essere stato nutrito con latte cattolico. Viene iscritto tra i catecumeni, ma non battezzato da bambino, cosa ampiamente praticata in quest’epoca, pensando ai turbamenti che potevano portare l’adolescenza e la giovane età. Durante l’educazione di base, probabilmente nella scuola di Stridone, Girolamo si dimostra dotato di buona memoria, suscitando progetti ambiziosi nel padre: così è mandato a Roma per la formazione superiore insieme al compagno di giochi Bonoso. I due sono guidati dal maestro più celebrato dell’epoca, Elio Donato, che li introduce alla grammatica e alla letteratura latina. Il progetto educativo voleva essere enciclopedico, secondo l’ispirazione ellenistica, ma le nozioni di matematica, scienze e musica erano in realtà marginali. Virgilio, Terenzio, Sallustio e Cicerone gli autori più frequentati. Più tardi, quando si darà a vita ascetica, Girolamo si interrogherà con angoscia circa l’opportunità per un cristiano di conoscere e amare gli autori classici. Nella lettera 22 alla vergine Eustochio narra un sogno angoscioso: «Interrogato su chi fossi, risposi di essere cristiano. E colui che sedeva disse: “Menti, tu sei ciceroniano, non cristiano; dove è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore”». Siamo nel 374, anno in cui anche Agostino riferisce di una visione notturna che ha a che fare con la conversione alla Scrittura sacra: entrambi imparano a cogliere nel testo biblico una bellezza nuova, diversa da quella degli autori latini che li avevano formati. Girolamo accoglie reprimenda e castigo divino comminati durante il sogno: promette di impegnarsi a leggere i testi sacri con lo stesso zelo dimostrato per quelli profani; ed effettivamente d’ora in poi egli citerà con maggiore frequenza la Bibbia, in particolare l’Antico Testamento.

Durante il periodo romano decide di farsi battezzare, forse appena prima dell’elezione di Damaso nel 366. Soggiorna a Treviri, dove avverte la chiamata a una forma più radicale di vita cristiana. Si trasferisce tra Stridone e Aquileia: qui crescono le sue amicizie legate all’interesse ascetico, ad esempio con Cromazio, vescovo di Aquileia. Questa regione, infatti, come gran parte del nord Italia, pullula di esperienze ascetiche. Ma questo tempo felice viene improvvisamente interrotto: Girolamo si dice costretto a lasciare la sua famiglia e gli asceti di Aquileia e noi possiamo solo congetturare le motivazioni, leggendo fra le righe delle sue lettere. Il gruppo di asceti di Aquileia, tanto cari alla memoria di Girolamo, si sfalda nel momento della sua partenza. Si reca nel semideserto siriano, tra il 374-377, dove, oltre a darsi a una vita di penitenza e di preghiera, si dedica allo studio e inizia a migliorare le sue competenze linguistiche, in particolare la lingua ebraica. È il primo cristiano latino a impegnarsi in questo lavoro tanto improbo: «Quand’ero giovane, pur trovandomi protetto dalla solitudine del deserto, non riuscivo a frenare le tendenze viziose e l’ardore del mio temperamento; cercavo di domarlo con frequenti digiuni, ma il mio spirito era tutto in ebollizione per le fantasie. Per domarlo mi misi alla scuola di un fratello convertito dal giudaismo (...). Non ti dico la faticaccia che mi costò e le difficoltà che dovetti affrontare! Ogni tanto mi disperavo, più volte mi arresi; ma poi riprendevo per l’ostinata decisione di imparare» (ep. 125, 12).

Nel deserto di Calcide viene coinvolto nella disputa teologica, dai risvolti “politici”, sulle dottrine di Ario, che aveva generato drammatiche divisioni nella Chiesa antiochena. Nel 380 Girolamo lascia Antiochia e lo troviamo a Costantinopoli, forse per ascoltare Gregorio di Nazianzo. Due anni dopo, insieme a Paolino, vescovo della minoranza ultracattolica di Antiochia, e a Epifanio di Salamina, si reca a Roma per avere l’appoggio di Papa Damaso, che lo prende come segretario e confidente. In questo frangente Girolamo intraprende una forma di apostolato presso l’aristocrazia femminile romana, in casa delle vedove Marcella e Paola, la madre di Eustochio. Contemporaneamente perfeziona la sua conoscenza dell’ebraico presso un rabbino, per poter istruire meglio le sue pupille nella lingua sacra. Si tratta di un momento di grande ascesa per Girolamo, tanto che si sente già l’erede designato di Damaso. Nel 384 viene eletto Siricio e Girolamo se ne va accusando la città ostile e il «senato dei farisei» che lo critica per le sue amicizie femminili.

Giunto in Palestina ha modo di vedere insieme a Paolino i luoghi santi: con Paola va in Egitto e mentre la donna porta le sue elemosine ai monaci, Girolamo si abbevera alla gnosi origeniana di Didimo il Cieco. Nel 386 con Paola crea un doppio monastero a Betlemme: l’antichità a portata di mano, i giudei, la biblioteca di Origene a Cesarea, tutto è perfetto per lo studio della Scrittura. Girolamo si dedica a traduzioni, commenti e talvolta a opere agiografiche e storiche. Nella lettera 53 mostra il suo entusiasmo per lo studio della Scrittura e racchiude in questo breve scritto il senso e la perenne attualità della sua opera. Egli ricorda anzitutto al suo corrispondente Paolino di Nola l’esigenza di farsi discepoli per poter spiegare ad altri in modo sensato il testo biblico. Il primo criterio da interiorizzare consiste nella necessità di passare da una comprensione letterale della Scrittura a una cristologica: il Messia è la chiave per capire quelle parole che senza di Lui sono un semplice flatus vocis. La componente filologica ed erudita di Girolamo, sorta alla scuola romana di Donato e ora a quella di Origene ed Eusebio, progredisce lungo il corso di tutta la sua vita: l’esito di questo grande lavoro è la versione latina dell’Antico Testamento a partire dal testo ebraico della Scrittura. La sua opera gli costerà in vita molte critiche, compresa la recezione negativa di tale impresa da parte di Agostino; solo la fortuna successiva della Vulgata lo ripagherà delle tante fatiche. La biografia intellettuale e spirituale di Girolamo — come spesso avviene — ne determina l’opera: il grande impegno per la traduzione dall’ebraico del testo biblico e per il commento di gran parte della Scrittura, in modo quasi sistematico per il corpus profetico, consegue dall’acquisizione di una grande perizia nella lingua greca e, soprattutto, nell’ebraica.

Nella lettera 64 Girolamo invita Fabiola, siamo nel 397, ad abbandonare Roma (chiamata Babilonia, come la città peccatrice dell’Apocalisse) per raggiungerlo a Betlemme, lasciando intendere la centralità del mistero dell’Incarnazione, cui è legata anche l’interpretazione biblica come tentativo ecclesiale di contemplare la persona di Gesù nella lettera e nello spirito della sacra pagina: «Tu, è vero, ti godi il sospirato riposo, e mentre te ne stai vicino a Babilonia rimpiangi forse la campagna di Betlemme; noi qui, in Efrata, ora che la pace è finalmente ritornata, ce ne stiamo ad ascoltare il Bambino che vagisce nella greppia, e se abbiamo un desiderio, è quello di far giungere fino alle tue orecchie i suoi pianti e la sua vocina». Il silenzio o la voce piccola e umile sono riferimenti chiari al comportamento adottato da Dio nell’incarnazione, mentre la città di Roma, anche dopo la sua conversione al cristianesimo, conserva lo sfarzo e il clamore che sono in netta antitesi con la vita del monaco, che vuole essere in sintonia con lo stile di Dio.

di Sincero Mantelli