· Città del Vaticano ·

Messa del cardinale Parolin in suffragio del nunzio apostolico Chennot

Con l’abito del servizio

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24 settembre 2020

Giovedì scorso, 17 settembre, sono state celebrate a Tokyo le esequie dell’arcivescovo Joseph Chennot, nunzio apostolico in Giappone, deceduto martedì 8 nella capitale del Paese. Nello stesso momento il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha presieduto nella basilica di San Pietro la messa di suffragio per il compianto presule. Pubblichiamo l’omelia pronunciata nella circostanza.

Cari confratelli nell’Episcopato

e nel sacerdozio,

cari fratelli e sorelle,

nel celebrare questa Eucarestia in suffragio dell’arcivescovo Joseph Chennoth, ci sentiamo uniti in modo particolare alla Chiesa in Giappone, la quale proprio in questi momenti sta celebrando a Tokyo la messa esequiale di colui che negli ultimi nove anni ha servito come nunzio apostolico nel Paese del Sol Levante. Da lì ci è arrivata la notizia della sua dipartita, avvenuta sul campo di missione, notizia dolorosa che chiede di essere accolta nella preghiera e riletta alla luce della fede.

Ci aiuta il Vangelo che abbiamo ascoltato, nel quale il Signore chiede ai suoi discepoli di essere pronti. Esprime tale esortazione in un modo particolare: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi» (Lc 12, 35). Quello richiesto da Gesù è un dresscode piuttosto singolare. Le vesti cinte ai fianchi indicano infatti la tenuta di lavoro e di viaggio: viene prescritta nel libro dell’Esodo per la cena pasquale, in quanto adatta all’imminente uscita dall’Egitto, al cammino da affrontare di notte (cfr. Es 12, 11). Ci ricorda che per impostare bene il cammino della vita, orientandolo all’esodo verso la vera Terra promessa, non occorrono orpelli mondani, non importa apparire bene, ma solo rivestirsi dell’abito del servizio.

Attendere il Signore in spirito di servizio sembra effettivamente essere, nel testo evangelico, la cosa che veramente conta. A noi paiono importanti molte altre cose, che catturano l’attenzione e condizionano i sentimenti. Ma tutto ciò è vano, ci avverte Gesù, e per quanto ci sforziamo di diventare qualcuno e di sapere più cose, non potremo mai prevedere l’essenziale, l’incontro con Lui. Esso infatti avverrà, dice il testo, «nell’ora che non immaginate» (v. 40). Dio sorprende sempre, ama ripetere il Santo Padre. A tale proposito Gesù, parlando della sua visita nei nostri riguardi, elenca solo momenti inopportuni: «Nel mezzo della notte o prima dell’alba» (v. 38). Sono beati — Gesù ripete questo termine due volte in poche versetti — coloro che non vivono nell’attesa di qualcosa per sé, ma nell’attesa di Lui, perché Egli basta. Sono beati quanti lo attendono in quelle ore improbabili, ovvero chi, per restare sveglio, rimane in servizio sempre.

Monsignor Chennoth, lo scorso anno, in occasione del 50o di sacerdozio, mise per iscritto alcuni ricordi autobiografici, che non a caso volle intitolare Always with my beloved God. Il “sempre” iniziale è indicativo del suo intento di vita. Il 22 febbraio di quest’anno, poi, festa della Cattedra di San Pietro, per una sorta di testamento spirituale scelse alcune parole per rendere grazie a Dio, ai propri parenti e a tutti coloro che, scrisse, «mi hanno affidato la missione nella Chiesa». Continuò così: «Affido il mio passato alla Misericordia Divina e il futuro alla Divina Provvidenza, desideroso di camminare nella presenza del Signore fino alla fine della vita. È stato per me un privilegio servire i Papi, la Chiesa Universale e tutte le Chiese particolari».

Il passato alla Misericordia, il futuro alla Provvidenza e il presente, potremmo dire, alla Grazia: da ciò emerge il suo desiderio di stare alla presenza del Signore sempre, di leggere nella cronologia della sua vita una vera e propria “kairologia”, dove le coordinate temporali sono decise dal Signore e quelle spaziali determinate dal servizio alla sua Chiesa.

Ci incoraggiano alla ricerca dell’essenziale alcune parole di san Roberto Bellarmino, la cui memoria liturgica si celebra oggi: «Se hai saggezza, comprendi che sei creato per la gloria di Dio e per la tua eterna salvezza. Questo è il tuo fine, questo il centro della tua anima, questo il tesoro del tuo cuore. Se raggiungerai questo fine sarai beato, se ti allontanerai da esso sarai infelice. Perciò stima vero bene per te ciò che ti conduce al tuo fine, vero male ciò che te lo fa mancare. Avvenimenti prosperi o avversi, ricchezze e povertà, salute e malattia, onori e oltraggi, vita e morte, il sapiente non deve né cercarli né fuggirli per se stessi. Ma sono buoni e desiderabili solo se contribuiscono alla gloria di Dio e alla tua felicità eterna. Sono cattivi e da fuggire se la ostacolano» (Elevazione della mente a Dio, 1). Parole radicali, risolutorie, cui nulla sfugge. Parole che rivelano una visione integrale di vita cristiana, dove l’essenziale non è la ricerca di ciò che va di fare, ma di ciò che fa bene, dove l’imprescindibile è non perdere di vista il Signore e il servizio a lui, perché tutto il resto orbita attorno a questo.

Joseph Chennoth, prima di lasciare la Pontificia Accademia ecclesiastica, sottoscrisse in questo senso la dichiarazione, all’epoca consueta, di accettare in assoluta libertà e spirito di servizio gli incarichi che lo avrebbero atteso, impegnandosi — cito — «ad accogliere qualsiasi destinazione che gli verrà affidata, a seconda delle esigenze del lavoro, in qualsiasi Paese ed in qualunque clima, senza porre in avvenire condizioni o limitazioni di sorta». La sua vita, che ora tratteggio per sommi capi, è stata effettivamente trascorsa “con le vesti strette ai fianchi”, in servizio e in cammino, mantenendo sempre una profonda serenità d’animo a cui si accompagnava una giovialità lieta e mai invadente.

Nato nel 1943 in India, entrò nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1977, lavorando presso le rappresentanze pontificie in Camerun, Turchia, Iran, presso il Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa, e ancora in Belgio, Spagna, Paesi Scandinavi e in Cina (Taiwan) come Incaricato d’Affari ad interim. Nel 1999, in questa basilica, ricevette l’ordinazione episcopale, essendo stato nominato rappresentante pontificio nella Repubblica Centrafricana e in Ciad. In seguito, è stato nunzio apostolico in Tanzania per sei anni e in Giappone per nove.

Due anni fa, al compimento del settantacinquesimo di età, presentò al Santo Padre la rinuncia all’incarico. Aveva il desiderio di ritirarsi in India, anche per dedicarsi finalmente al servizio pastorale della sua gente. Il Pontefice gli chiese tuttavia il generoso sforzo di proseguire, soprattutto nella prospettiva del viaggio apostolico in Giappone, svoltosi poi nel novembre dello scorso anno. Papa Francesco e quanti di noi vi hanno partecipato conservano vivo il ricordo di monsignor Joseph, mite, accogliente, pienamente dedito e infine estremamente lieto per la buona riuscita della Visita pontificia, che in un certo senso coronò la sua missione in Giappone.

Mancava però una corona diversa, non umana e nemmeno ecclesiale, la corona misteriosa e salvifica della sofferenza, che il Signore ha permesso fosse posta sul capo di questo servo pronto e fedele. L’8 maggio scorso, infatti, a seguito di un ictus cerebrale, provò per quattro mesi l’oscurità della croce. Mesi di lotta vigilante, come il Vangelo chiede, per poter giungere ad affermare con la vita quanto noi abbiamo ripetuto con le labbra: «Il Signore è il mio Pastore: non manco di nulla». Quando in Giappone erano le prime ore dell’8 settembre, il Signore, con una tempistica simile a quella del Vangelo, ha bussato alla sua porta.

Nel contesto di questa storia di servizio mi permetto di condividere un ulteriore fatto che mi ha colpito. Uno dei nostri diplomatici, che in passato aveva collaborato con il compianto nunzio, alla notizia della sua dipartita, ha voluto far pervenire al Santo Padre il seguente messaggio: «In tre anni di collaborazione quotidiana non ho mai sentito monsignor Chennoth dire una parola di critica sugli altri. Mai». Quanto sarà stato prezioso questo agli occhi di Dio e quanto bene nascosto avrà fatto! Le numerose e belle testimonianze di gratitudine che stanno giungendo in questi giorni da più parti e in particolare alla Nunziatura a Tokyo, per ringraziare l’Arcivescovo del suo servizio, ci ricordano che davvero il bene seminato non va mai perduto. E qualora la memoria del mondo, distratta dai ritmi frenetici in cui siamo immersi, se ne scordasse, mai il Signore se ne dimenticherà. Perché la memoria eterna di Dio custodisce per sempre il bene, dato che, come osserva l’Apostolo, «la carità non avrà mai fine» (1 Cor 13, 8) e che «né morte né vita né alcun altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore» (Rm 8, 38-39).

Il Santo Padre, in una meditazione mattutina a Santa Marta, tenuta proprio al ritorno dal viaggio in Giappone, disse: «Occorre prepararsi bene al momento in cui il campanello suonerà, il momento in cui il Signore busserà alla porta, per esser pronti, per aprire con fiducia la porta al Signore che viene. Di tutte le cose che noi abbiamo raccolto, che abbiamo risparmiato, lecitamente buone, non porteremo nulla. Ma porteremo l’abbraccio del Signore» (29 novembre 2019).

È all’abbraccio misericordioso e provvidente del Signore che affidiamo l’anima cara del nostro fratello Joseph, servo buono e fedele. Lo accompagnino nella gioia della vita che non conosce fine la Vergine Santissima, nella festa della cui Natività egli ha lasciato questa vita terrena, e san Giuseppe, suo celeste patrono.