· Città del Vaticano ·

«Abbiamo inteso, faccia come vuole»

Pio VI

MEDICUS PAPAE — IL SETTECENTO

04 settembre 2020

Papa Braschi e la fuga del suo archiatra


La carriera di medico di Giovanni Maria Lancisi si sviluppa lungo un asse temporale che prende l’avvio dall’ultimo quarto del secolo diciassettesimo. Durante l’ultima malattia di Innocenzo XII era stato richiamato anche il celebre professore romano, che successivamente ebbe anche la nomina a medico del conclave insieme a Giacomo Sinibaldi. Il neo-papa Clemente xi riabilitò completamente il medico di Crevalcore, mantenendolo in questa posizione fino al termine della sua vita parallelamente all’affidamento (dal 1702) dell’insegnamento di medicina pratica alla Sapienza. Intenso e a tutto campo fu l’impegno nella ricerca dell’illustre medico in questo periodo che si appuntò in modo particolare sugli studi riguardo agli aneurismi e alle febbri malariche. Anche la donazione, nel 1712, della sua biblioteca costituita da più di ventimila volumi al Santo Spirito in Sassia contribuì ad accrescere la sua popolarità nel favorire gli studi ed è proprio nella chiesa di questo ospedale che vennero celebrati i suoi funerali «con il suo cadavere avvolto in un mantellone da cameriere segreto e la berretta dottorale in testa».

Al lungo pontificato dell’urbinate papa Albani seguì quello di Innocenzo XIII breve e costellato di malanni, contro i quali a nulla giovarono le cure né del medico segreto Michelangelo Paoli, né dei medici palatini Giuseppe Maria Fieschi e Giovan Battista Nuccarini. Giunto al soglio di Pietro a sessantasei anni, già in precedenza aveva dovuto rinunciare all’incarico di vescovo di Viterbo per ragioni di salute. Lo stato precario delle sue condizioni fisiche si era andato sempre più aggravando tanto che agli anni del suo pontificato corrispose uno stato di malessere cronico dal quale Papa Innocenzo mai si sarebbe ripreso. Nel suo caso si è arrivati a dire che «la malattia sia stata la protagonista di questo pontificato» e che «se c'è un’aggettivazione che vale per esso è quella che lo timbra malato» (vedi la voce dedicata da Gino Benzoni a papa Innocenzo, nell’Enciclopedia dei papi). I disturbi che vengono riferiti sono svariati: calcoli, mal di stomaco, male agli occhi, piedi gonfi, respirazione affannosa; i medici sono continuamente a consulto, finché non giunge la fine il 12 marzo 1724.

Il suo successore, Benedetto XIII, conservò come medici personali sia Michelangelo Paoli che Giovan Battista Nuccarini (1655-1731) che, dopo essere stato per circa venticinque anni protomedico della città di Foligno, era giunto a Roma nel 1720 come medico di palazzo di papa Albani. Alla morte di Innocenzo aveva ottenuto l’incarico di archiatra di Benedetto e proprio mentre svolgeva questa funzione, ricoperta per circa sei anni, era divenuto a sua volta medico della famiglia pontificia anche uno dei suoi figli, Crispoldo.

Tuttavia alla morte di Benedetto, avvenuta il 21 febbraio del 1730) «la carriera nel palazzo apostolico si chiuderà per entrambi» (scrive Bruno Marinelli in Giovan Battista Nuccarini da Foligno (1655-1731): filosofo, letterato ed archiatra di tre pontefici, in «Archivi in Valle Umbra», a. VIII, 1, 2006).

Medico segreto di Clemente XII fu Antonio Leprotti. Questi aveva studiato medicina a Bologna e quindi si era spostato a Rimini, nel 1712, come medico personale del vescovo Gianantonio Davia, al cui seguito nel 1724 si era trasferito a Roma.

Con l’ascesa di papa Clemente al soglio di Pietro, Leprotti ne divenne il medico personale. Descritto come «savio e cauto nel medicare, profondo e umile nel consultare» (la fonte è un Elogio historico di monsignor A. L. uscito sul «Giornale de’ letterati per l’anno mdccxlVII», citato da Luigi Maria Fratepietro nella voce del Dizionario Biografico degli Italiani dedicata a Leprotti) a Roma favorì i giovani nello studio, contribuì alla ristampa di opere mediche, come il trattato sugli aneurismi di Lancisi e aprì la sua biblioteca agli studiosi.

In questo modo alle riconosciute e apprezzate qualità di medico aggiungeva anche un’attività di divulgatore e di mediatore scientifico coerente con lo spirito dell’epoca dei Lumi. Alla morte di Clemente XII fu medico del conclave e successivamente anche di papa Benedetto XIV. A succedere a Leprotti, scomparso nel 1746, fu chiamato come archiatra Marcantonio Laurenti, bolognese come papa Lambertini, professore di medicina pratica e primario dell’Ospedale della vita. In una cronaca dell’epoca si possono leggere delle sue note personali che forniscono un ritratto molto umano di questo medico. È scritto infatti che «egli accoglieva tutti con somma affabilità e cortesia e rispondeva pacatamente, seguendo un metodo sempre facile e suggerendo rimedi assai semplici, perché fu sempre alienissimo dal prendere l'aria di oracolo e dall’accreditar le imposture» (Giovanni Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, Bologna, 1786). Alla morte di Benedetto fece ritorno nella città felsinea, dove visse ancora a lungo fino alla morte avvenuta nel 1772, all’età di quasi novantaquattro anni.

Formatosi alla scuola dell’anatomista perugino Alessandro Pascoli, archiatra segreto e primo medico curante di Clemente XIII fu Cristoforo Zannettini di Brescia dal 15 luglio del 1758. Del successore Clemente XIV fu medico segreto Pasquale Adinolfi insieme a Giovanni Bianchi, docente di anatomia e romagnolo (di Rimini, dove era nato nel 1693 e dove sarebbe morto nel 1775) come il papa, che era di Santarcangelo, e da questi nominato (nel 1769) medico segreto onorario, carica che mantenne anche con Pio vi fino alla morte. Di particolare rilievo durante questi anni è anche la figura di Natale Saliceti (1714-1789), il medico che avrebbe ispirato e fortemente motivato Gaetano Marini nel portare avanti la sua opera sugli archiatri pontifici (Gianni Venditti, «Vorrei veder tutto, e saper tutto e l’impossibile». Gaetano Marini e gli archiatri pontifici). Di origine corse, Natale Saliceti era giunto a Roma per intraprendere gli studi di medicina, entrando in contatto con Antonio Leprotti. In questo ambiente nel 1756 era maturata la nomina a medico della famiglia papale, riconfermata con Clemente tredicesimo e il suo successore. Contemporaneamente era divenuto primario del Santo Spirito in Sassia e quindi ordinario di anatomia e chirurgia alla Sapienza. Proprio facendo appello alla sua abilità professionale nel 1774 era stato chiamato ad assistere all’autopsia del cadavere di Clemente XIV, escludendo nella relazione redatta al termine dell’esame, che ci fosse un collegamento tra la cianosi del corpo del morto, la sua veloce decomposizione e una qualsiasi forma di avvelenamento.

Un anno dopo, nel 1775, a coronamento della sua brillante carriera, era giunta dal nuovo papa, Pio vi, la nomina ad archiatra segreto, incarico che mantenne fino alla morte avvenuta nel 1789.

A succedere al decano dei medici romani, i cui funerali furono celebrati con grande solennità nella chiesa di san Luigi dei Francesi, fu il medico camerinese Giuseppe de Rossi. La sua vicenda personale e professionale è strettamente collegata con le dinamiche storiche che turbarono gli ultimi anni di vita e di pontificato di papa Braschi.

Con l’entrata delle truppe di Napoleone a Roma, guidate dal generale Louis-Alexandre Berthier, il 10 febbraio 1798, la posizione del pontefice si era fatta precaria. Questi fu arrestato e in un primo momento condotto in esilio in Toscana (Siena e poi Firenze). Quindi fu trasferito a Bologna, Parma, Torino, in un viaggio terribile, durante il quale egli perdette l’uso degli arti inferiori. Un viaggio che avrebbe dovuto portarlo in Francia, dove soggiornò, sempre come prigioniero, prima a Grenoble e poi a Valence, città nella regione del Delfinato, dove morì il 29 agosto 1799. Pio vi fu l’ultimo papa a morire fuori dall’Italia; prima di lui, più di quattrocento anni prima, si era spento ad Avignone Urbano v.

Collegata a questi spostamenti, durante i quali le condizioni di salute del più che ottantenne pontefice andarono sempre più peggiorando e aggravandosi, la figura del medico sarebbe risultata imprescindibile. Il dottor de Rossi tuttavia in tale circostanza si dimostrò titubante a seguirlo nella sua sventura e disavventura e chiese al Santo Padre la dispensa, adducendo motivi familiari: «Il detto medico si presentò al papa, e dicevagli cento cose per mostrare che veramente gli era necessario di tornare a Roma, ed iscusarsi della fretta colla quale voleva andarsene. E il papa, avvegnaché per sì spiacevole ed inaspettata domanda rimanesse molto conturbato, udì nondimeno con gran pazienza la lunga diceria del medico: finita la quale stette in breve silenzio, e poi rispose: “Abbiamo inteso: faccia come vuole”. E il de Rossi, con indignazione di tutta la corte, e con moltissimo cordoglio di Pio vi, tostamente e per sempre si dipartì dalla Certosa [di Firenze]».

In questo modo il papa fu lasciato solo e dovette ricorrere ai medici che occasionalmente gli venivano forniti durante il penoso viaggio che lo avrebbe condotto in Francia. Non tanto per ricevere cure, quanto per attestare e certificare, contro ogni evidenza, che era in grado di riprendere il cammino. Anche Filippo Maria Renazzi nella sua Storia della Sapienza parla della figura di de Rossi: «Dopo qualche tempo il de Rossi fece ritorno in seno alla famiglia. Finalmente cominciando a crollar di forze, e già in Sapienza giubilato, compendiosamente nel 1803 morì nelle vicinanze di Roma, dove erasi recato per aver ristoro con il beneficio d'aria più pura e salubre».

di Lucio Coco