· Città del Vaticano ·

A lezione dall’equipaggio dell’Apollo 13

Un particolare della locandina del film «Metropolis» di Fritz Lang

#CantiereGiovani - Per costruire e alimentare un’alleanza tra le generazioni

21 settembre 2020

Didattica a distanza e didattica in presenza


Pubblichiamo uno stralcio da Esiste una rivoluzione digitale? La bellezza delle lezioni de visu, riflessione sulla didattica tratta dal numero in uscita della rivista «Vita e Pensiero». L’autore insegna Storia della scienza e delle tecniche al Politecnico di Torino. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo Le cose di casa (2014), 150 anni di invenzioni italiane (2016), Misurare il futuro (2018), Incontri con la macchina. Scritti metascientifici (2019).

Per chi opera nel mondo della scuola e dell’università il banco prova della pandemia covid-19 ha messo in luce pregi e difetti delle tecnologie al servizio dell’educazione scolastica, di ogni ordine e grado. E parlo di “scuola” perché sino al dottorato, se le cose non cambieranno, esistono studenti e docenti, e anche l’uso dei termini “istruzione”, “educazione”, “formazione”, frequenti anche e soprattutto nei titoli istituzionali, non è privo di ambiguità e di differenti interpretazioni. Nella Costituzione italiana, gli articoli 33 e 34 (ma anche l’articolo 35 in merito alla formazione professionale) usano questi termini senza però darne una puntuale definizione. Oggi tutti sappiamo che le cose in merito di trasmissione delle conoscenze stanno profondamente cambiando, ma è questa una reale “rivoluzione digitale”? Da quando alla fine del XIX secolo Edward Burnett Tylor introdusse la definizione di “cultura” — «la cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società» — il dibattito intorno a questi termini (cultura e civiltà) si è sempre più intricato con implicazioni politiche, morali e non solo antropologiche in senso stretto.

Ma torniamo al termine “rivoluzione”. Guardando al fenomeno, ormai indiscusso sia sul piano storiografico sia su quello economico e tecnologico, della cosiddetta “rivoluzione industriale” su cui David S. Landes ci ha lasciato il pregevolissimo saggio La favola del cavallo morto, ovvero la rivoluzione industriale rivisitata (Donzelli, 1994) capiamo che se anche questo fenomeno ebbe inizio alla metà del Settecento in Inghilterra, solo nel 1799 il diplomatico francese Louis Guillaume Otto, residente a Berlino, scrisse che nel suo Paese «aveva preso l’avvio la rivoluzione industriale» e solo nel 1884 Arnold Toynbee, pubblicando le sue Lectures on the Industrial Revolution per gli studenti delle scuole serali di Manchester, diede l’avvio a una riflessione pubblica e scientifica intorno a questo evento che aveva cambiato e stava cambiando il mondo. Ogni rivoluzione, se vogliamo intenderla sul piano sociale, è un processo irreversibile che muta profondamente i paradigmi della società; è un cambiamento da cui non si può tornare indietro, ma… Ma, come ha ben chiarito Landes, si può ben definire una rivoluzione soltanto quando questa si sia definitivamente attuata e conclusa. Lo stesso dovrebbe essere applicabile anche alla “rivoluzione digitale” che secondo moltissimi intellettuali sta avvenendo oggi. Ma forse ancora oggi nessuno sa che cosa essa realmente sia, se più legata ai nuovi mezzi tecnologici dell’informazione e della comunicazione o ad altro. Quando l’Italia venne precipitata nel caos della pandemia, dalle prime settimane di marzo dell’anno corrente, anche l’università, con tempi di reazione rapidissimi, operò trasformazioni drastiche nell’adottare piattaforme e strumenti informatici per la didattica a distanza.

Nonostante molti comunicati, spesso esageratamente trionfalistici, le difficoltà saltarono subito agli occhi di tutti. Ma non bisogna dare la colpa a nessuno, perché tutti di fronte all’emergenza si sono adattati alla meglio a un nuovo bricolage, fatto non di nastro adesivo e filo di ferro, ma di modem, router e software. Il bricolage è la soluzione ottimale quando un evento improvviso impone di fare ricorso alle sole risorse disponibili. Lo ha dimostrato il successo dell’Apollo 13, quando a causa dell’impatto di un meteorite gli astronauti, seguendo le istruzioni da terra, hanno dovuto riadattare un impianto di condizionamento e pressurizzazione della navicella per garantirne il sicuro rientro a terra. Lo dice molto chiaramente anche Claude Lévi-Strauss nel Pensiero selvaggio quando afferma che l’universo strumentale del bricoleur è chiuso. «La regola del gioco consiste nell’adattarsi sempre all’equipaggiamento di cui (si) dispone, cioè a un insieme via via “finito” di arnesi e di materiali, peraltro eterocliti, dato che la composizione di questo insieme (...) è il risultato contingente di tutte le occasioni che si sono presentate di rinnovare o di arricchire lo stock o di conservarlo con i residui di costruzioni o di distruzioni antecedenti. L’insieme dei mezzi del bricoleur non è dunque definibile in base a un progetto».

Tutti sono ora più che mai d’accordo nell’affermare che la cultura, e l’istruzione in primis, sono centrali per lo sviluppo del Paese, ma subito nasce il palleggiare delle responsabilità tra istituzioni centrali e governi periferici, tra ministri e direttori didattici, tra rettori e professori, perché si naviga a vista.

Non appena scoppiò la pandemia, e già se ne parla al passato remoto, subito ci fu chi cominciò a magnificare le soluzioni che il progresso delle cosiddette Ict (le tecnologie dell’informazione e della comunicazione) offriva, pensando quasi che si fosse finalmente entrati nell’era digitale, costretti da un evento che aveva accelerato i tempi decretando l’obsolescenza dei tradizionali quaderni di carta, delle lavagne di ardesia, e dei banchi di legno. Ma non è stato così, non solo perché non eravamo preparati dal punto di vista tecnologico, ma anche perché il presente è fatto di memoria e non è sostenibile se si pensa che tutto possa essere rinnovato dalla “macchina”. A questo punto non intendo assolutamente prendere le parti di chi pensa al passato come a un’epoca d’oro, ma, pienamente consapevole che non si può mai tornare indietro, ritengo sia necessario guardare alla tecnica con uno spirito critico perché non si avveri la profezia, già stigmatizzata da Günter Anders, che l’uomo diventi una protesi della macchina. La tecnica, senza incorrere nelle visioni pessimistiche di Emanuele Severino, da mezzo (o meglio da medium) sta diventando fine e tutto ciò ha effetti che non solo riguardano il mondo della produzione, ma stanno cambiando l’etica e in generale il ruolo dell’uomo nel mondo. Tornando al mondo della scuola, poiché «la tecnica è un sistema di sottosistemi» (per rimanere al pensiero di Severino), la presenza delle scienze dure sta imponendo un nuovo volto alla scala dei valori. Se la rivoluzione scientifica, come afferma Alexandre Koyré, ci ha permesso di passare «dal mondo del pressappoco all’universo della precisione», se l’algoritmo ha consegnato un posto di prestigio alla quantità, permettendole di prendere il posto della stessa qualità e così ottenendo la “certificazione” di grandezza assoluta, tutto ciò ha ci ha posti “al di là del bene e del male”. Gli stessi parametri di valutazione della produttività scientifica, della qualità di un’università o di un ente di ricerca sono stati ingabbiati all’interno di procedure che a prima vista (oserei dire agli occhi degli ingenui) sembrerebbero inattaccabili e quindi oggettivamente perfette. Ma non è così, e questo è un processo che non solo riguarda direttamente le graduatorie mondiali delle università, o i criteri di scelta nei concorsi pubblici, ma sta direttamente dilagando anche in generale nel mondo della scuola, dove il rischio di inseguire questo o quel punteggio fa perdere ciò che un tempo veniva chiamato il “buon senso”. Se poi ritorniamo con i piedi per terra e guardiamo alla realtà del nostro Paese, il rischio è ancora maggiore, perché l’emulazione esterofila di modelli valutativi, nell’esigenza di essere presenti sulla scena mondiale, fa perdere di vista le condizioni al contorno. Quando agli inizi del Novecento l’ingegnere Vilfredo Pareto tentò di traghettare le scienze esatte che aveva appreso nei suoi studi universitari a Torino nel mondo dell’economia, aprì le porte a una nuova scienza, che oggi chiamiamo econometria. Ma ben presto si rese conto che il numero non era in grado di tenere in conto l’estrema variabilità dei comportamenti della società umana. E così abbandonò l’economia per diventare un sociologo. Riprendo ora un passo dal famoso libro di Robert Pirsig, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta: «La qualità… Sappiamo cos’è, eppure non lo sappiamo. Questo è contraddittorio. Alcune cose sono meglio di altre, cioè hanno più Qualità. Ma quando provi a dire in che cosa consiste la Qualità astraendo dalle cose che la posseggono, paff, le parole ti sfuggono. Ma se nessuno sa cos’è, ai fini pratici non esiste per niente. Invece esiste eccome. Su cos’altro sono basati i voti, se no?».

di Vittorio Marchis