· Città del Vaticano ·

Tutti meritano di sedersi alla stessa tavola

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A colloquio con il direttore dell’Istituto universitario di studi sulle migrazioni dell’Università Pontificia Comillas di Madrid

31 agosto 2020

I sistemi di accoglienza e di asilo per i rifugiati in un’Europa «invecchiata e ripiegata su se stessa» sono diventati «obsoleti» e «inadeguati alla realtà attuale», mentre i paesi spesso hanno bisogno dei migranti per alcuni settori produttivi fondamentali per la nostra società. È quanto afferma in un’intervista a «L’Osservatore Romano» il padre gesuita Alberto Ares Mateos, direttore dell’Istituto universitario di studi sulle migrazioni dell’Università Pontificia Comillas di Madrid, temendo inoltre che, in questa situazione di pandemia, ci sia un rischio ancora più concreto che «i migranti diventino uno dei capri espiatori dei nostri mali sociali».

Padre Alberto, osservando la pandemia, il pensiero va anche alle migliaia di migranti e rifugiati che vivono nei centri di accoglienza e in quelli di detenzione, nei campi e in attesa alle frontiere di diversi paesi. A suo avviso, quali sono i rischi più grandi per queste persone?

Le situazioni di crisi colpiscono sempre in pieno i gruppi più vulnerabili della nostra società. Uno dei gruppi che al momento ne sta risentendo maggiormente è quello dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati presenti in tutto il mondo. Molti si sono ritrovati intrappolati nelle nostre frontiere, senza risorse, a volte con famiglie divise e senza mezzi di sussistenza, con ambasciate e consolati sopraffatti dalla realtà dei confinamenti. Inoltre i centri di detenzione e i campi dei rifugiati sono spazi dove è molto difficile soddisfare i requisiti sanitari e le condizioni di isolamento richiesti dalla pandemia.

Eppure alcuni settori produttivi fondamentali per la nostra società, a sostegno dei cittadini, molto spesso dipendono dai migranti. I migranti che lavorano in settori come l’agricoltura, l’assistenza, i servizi di pulizia, la distribuzione e il trasporto delle merci in molti casi mettono a rischio la propria vita e quella delle loro famiglie per sostenere le nostre società. Tanti hanno perso il lavoro e si sono ritrovati ancora più indifesi, senza più riserve economiche per andare avanti. Spesso vivono in appartamenti minuscoli o vengono buttati in strada dai proprietari quando non riescono a pagare l’affitto. Infine, un rischio ancora più concreto è che i migranti diventino uno dei capri espiatori dei nostri mali sociali. Oltre a sostenere le nostre società e a vivere in condizioni di maggiore vulnerabilità, devono subire anche questo scherno sociale.

L’emergenza da covid-19 ha rivelato alcune lacune nel sistema di accoglienza per i richiedenti asilo, ma potrebbe anche diventare un’opportunità per ripensarlo. Secondo lei, in che direzione deve muoversi la comunità internazionale?

In questi ultimi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, si è visto chiaramente che i nostri sistemi di asilo hanno bisogno di adattarsi a una realtà che sta mutando. Vediamo e rivediamo immagini tanto dolorose di quanto sta accadendo nel nostro Mediterraneo, le difficoltà dei nostri Stati a far fronte in modo solidale alle quote di reinsediamento e ricollocamento dei rifugiati, sistemi obsoleti di accoglienza inadeguati alla realtà attuale dei rifugiati, la mancanza di solidarietà dei nostri paesi che chiudono le frontiere dinanzi alla paura di un’Europa invecchiata e ripiegata su se stessa.

Di fronte a questa realtà, bisognerebbe adottare misure tempestive, come l’evacuazione dei centri di detenzione e dei campi di rifugiati sovrappopolati, fermare le deportazioni, favorire l’accesso al sistema sanitario, fornire in modo solidale sostegno umanitario ed economico, facilitare le procedure di asilo, fornire risorse di emergenza sicure, offrire informazioni veritiere nelle diverse lingue, mettere in atto reti di assistenza durante la pandemia e lavorare alla sensibilizzazione delle nostre società, oltre a lottare contro le fake news e le correnti populiste.

Soffermiamoci su quest’ultimo punto. La combinazione coronavirus-migrazione potrebbe aprire la via alla strumentalizzazione delle migrazioni come capro espiatorio da parte della classe politica. Che cosa dovrebbe cambiare per riconoscere queste persone prima di tutto come esseri umani che hanno bisogno di aiuto?

In questi ultimi anni, anzi direi nell’ultimo decennio, dalla crisi del 2008, i servizi sociali e gli investimenti nell’integrazione e nella coesione sociale sono drasticamente diminuiti nelle nostre società. Quando avevamo più bisogno d’investire nell’integrazione all’interno delle nostre società diversificate, abbiamo invece guardato solo alle nostre frontiere, ci siamo focalizzati ad assumere più agenti di polizia, a costruire muri più alti e a utilizzare la migrazione irregolare e i rifugiati come un’arma lanciata per diffondere la paura da diversi partiti populisti di tutta Europa e purtroppo di un ampio spettro mondiale. Solo se considereremo seriamente la diversità che caratterizza le nostre società, potremo vivere un futuro non solo carico di speranza, ma anche prospero. A tal fine dobbiamo prendere sul serio le politiche d’inclusione e di coesione sociale non solo nell’ambito delle politiche sociali ma anche nel nostro mercato del lavoro, nell’ambito educativo e sanitario e in altri. Sebbene siano i migranti a sostenere la condizione di benessere in questa Europa invecchiata, molti di loro non riescono a godere dei diritti più elementari per poter tirare avanti e sedersi a tavola insieme a tutti gli altri cittadini.

Parlare di migrazione nell’epoca del covid-19 offre anche l’opportunità di riflettere sulla percezione sociale distorta dal fenomeno migratorio. Ad esempio, a volte c’è ancora confusione sulle caratteristiche della condizione di rifugiato. Esiste forse anche un’emergenza educativa dei cittadini?

A mio parere la gente ha fatto progressi nel riconoscimento della realtà migratoria, ma con gravi distorsioni. Qui è molto importante sottolineare il ruolo e la responsabilità che hanno i mezzi di comunicazione. Mi rallegra leggere a volte notizie e informazioni di mass media ben documentati, che affrontano questioni e opportunità d’incontro. Ma purtroppo ci sono altri mass media che forniscono dati distorti, in alcuni casi falsi o privi di riscontro, ponendo l’accento solo sugli elementi negativi, senza aprirsi a una possibilità di dialogo o di interculturalità. Allo stesso tempo esiste molto confusione riguardo i nostri sistemi di asilo e di aiuto umanitario, la condizione di rifugiato, le informazioni di base sulla Convenzione di Ginevra o sui programmi che vigono in ogni Stato sulla inclusione e sulla convivenza, come pure su tutti i benefici che apporta la realtà migratoria alle nostre società.

In fine dei conti la pandemia una cosa ce l’ha fatto capire chiaramente. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo bisogno di dare il benvenuto, ma anche di essere i benvenuti. Nel suo servizio ai migranti, ricorda un’occasione particolare in cui, prima di accogliere, si è sentito accolto e in cui, prima di amare, si è scoperto amato?

Ricordo molte occasioni in cui mi sono sentito sommerso d’affetto. Giusto per citarne una, ricordo di aver visitato una famiglia di migranti marocchini che versava in gravi difficoltà. Avevano tirato fuori il meglio che avevano in casa per accogliermi, mi avevano offerto la stanza migliore e riempito di attenzioni e di doni. Poi hanno tirato fuori il cuscus e ci siamo seduti a tavola. Mi veniva da piangere per l’emozione e la riconoscenza. Le famiglie di migranti mi hanno veramente aiutato ad ascoltare il cuore e a vivere in prima persona l’ospitalità che Gesù ci ha trasmesso attraverso la Buona Novella del Vangelo. Spero che saremo capaci di essere buoni testimoni del nostro Maestro, praticando l’ospitalità nella nostra vita.

di Marco Russo