· Città del Vaticano ·

Ricostruire il porto vorrà dire ricostruire la speranza mediterranea

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La storia della capitale è strettamente legata a quella del suo scalo marittimo

06 agosto 2020

Ancora all’inizio dell’Ottocento nessuno conosceva Beirut. Le città costiere del Levante erano altre. Beirut, insignificante fortificazione sul Mediterraneo, ebbe un’improvvisa fortuna per l’arrivo dei primi missionari, che si insediarono sulle due colline vicine.

Quando cominciarono a collegare con inusuali arterie idonee allo scorrimento di traffico veloce i loro insediamenti con il vecchio borgo chiuso, ebbe inizio uno sviluppo tumultuoso e inatteso, che in pochi tempi portò Beirut a passare da poche migliaia di abitanti a più di centomila. Al cuore del successo di questo nuovo gioiello urbano ci fu un insieme di coincidenze. I missionari cristiani, primi protagonisti, crearono le loro università, le loro strade di collegamento favorirono un nuovo tipo di costruzioni lungo i lati di quelle arterie che introdussero l’uso della finestra esterna proprio mentre arrivarono vapore e telegrafo e illuminazione stradale. Questa contemporaneità di fattori innovativi fece di Beirut una città proiettata nel domani, nel commercio, nei collegamenti. Così il piccolo porto navale che aveva accolto i primi missionari divenne in pochissimo tempo un porto commerciale, che un ruvido imprenditore europeo collegò alla ferrovia che costruì tra Beirut e Damasco.

Proprio i suoi modi arroganti e “padronali” favorirono la nascita delle prime organizzazioni sindacali; i portuali di Beirut vinsero la loro battaglia per la dignità del lavoro con scioperi e lotte che portarono in città per la prima volta giornali e volantini. Erano anni che seguivano di poco le feroci guerre della montagna, che intorno a Beirut coinvolsero soprattutto maroniti e drusi, portando tantissimi di loro in città. Mentre la ferrovia era riuscita ad attraversare quelle montagne malgrado le battaglie, loro accorrevano a Beirut per cambiare vita, e il porto era l’asse centrale della loro nuova speranza. È stato anche così che intorno al porto di Beirut è nata una società e una città che il suo grande studioso, Samir Kassir, ha definito araba, moderna, europeizzata, mediterranea. Il porto di Beirut dopo gli scioperi e i successivi contratti lavorativi è diventato il volano di un nuovo sistema di scambi che grazie alla ferrovia ha legato la vecchia Damasco, Beirut e l’Europa in una rete commerciale così concepita: i commercianti cristiani beirutini intrattenevano le migliori relazioni possibili per tutti con i loro correligionari europei e quelli musulmani facevano altrettanto con i loro correligionari dell’interno, favorendo i commerci di tutti.

Così il porto di Beirut, con la sua celebre zona di quarantena, è divenuto il bacino cruciale per l’emergere della più grande novità: la richiesta di cittadinanza. È quel che riassume ancora oggi la lettera inviata, dopo le riforme ottomane, da tutti i notabili di Beirut unitisi nella richiesta alla Sublime Porta dello status di capitale regionale. Richiesta sostenuta dalla stampa cittadina, dai leader dei sindacati, dagli establishment religiosi. La vita che per oltre un secolo si è dipanata intorno al porto di Beirut è stata la vita dell’altro Levante, quello che oggi sembra svanire nel terribile rogo che ha cancellato il porto di Beirut. Ricostruirlo vorrà dire ricostruire la speranza mediterranea.

di Riccardo Cristiano