· Città del Vaticano ·

Ricchi di vite

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Il multiforme impegno della missione fondata da suor Laura Girotto in Etiopia

18 agosto 2020

Ogni mattina nel mondo qualcuno si alza e, con la grazia del Signore, cerca di costruire e rinsaldare quei legami di affetto e di cura che rendono “umana” la vita e tengono in piedi il pianeta, quei legami invincibili che consentono a donne, uomini e bambini in molti modi feriti di non precipitare nello sprofondo della miseria, dell’avvilimento che accartoccia l’anima, della solitudine maligna. Così, ogni mattina, quando l’agape inizia a circolare, qualcuno riprende fiato e speranza scoprendo la propria vita benvoluta e accudita con delicatezza. Accade anche ad Adwa, cittadina a 2000 metri di quota situata nel Tigrai, la regione più depressa dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea. Qui si trova la missione Kidane Mehret, fondata e diretta da suor Laura Girotto, 76 anni, salesiana. La missione è la prima presenza cattolica ad Adwa dal 1620, anno in cui tutti i gesuiti presenti vennero scacciati. Sono stati gli anziani della città, alla fine del secolo scorso, a chiedere ai salesiani di aprire una scuola dopo aver visto la dedizione della congregazione nella vicina valle di Makallè.

Nel 1993 suor Laura giunge ad Adwa: non ci sono strade asfaltate, né corrente elettrica, né acqua; gli abitanti vivono nella miseria. In maggioranza sono cristiani (protestanti e ortodossi); i cattolici sono meno del 2 per cento; quasi metà della popolazione professa la fede islamica. Suor Laura si stabilisce in una tenda e inizia la costruzione della missione che nel corso degli anni diventa un complesso di vaste dimensioni. Oggi è gestita da 297 persone che lavorano e vivono insieme: sei suore salesiane, due suore di S.G.B. Cottolengo, due Memores Domini, moltissime coppie e single con cultura, formazione e professionalità differenti. Tutti insieme si prendono cura di migliaia di persone che ricevono accudimento, protezione, affetto. Ci sono oltre millecinquecento bambini e bambine che cominciano a costruire il loro futuro frequentando la scuola della missione (dalla materna alle superiori) e centinaia di giovani che seguono i corsi professionali e imparano un mestiere riuscendo a metter su famiglia. Ci sono milleduecento ragazzi e ragazze di Adwa che ogni domenica affollano l’oratorio e trascorrono insieme ore serene, e poi giovani e adulti che si impegnano nel progetto agricolo: coltivano frutta e verdura, allevano animali riuscendo non solo a garantire l’autonomia alimentare della missione, ma anche ad assicurare il sostentamento a numerose famiglie della zona provate dalla povertà, le quali ricevono regolarmente anche medicine e un aiuto economico.

Nel corso degli anni suor Laura (cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana e cittadina onoraria di Adwa) è anche divenuta la “mamma” di sessantanove bambini abbandonati dalle famiglie, avendone ricevuto la tutela legale dai servizi sociali: molti sono ormai adulti e l’hanno resa nonna.

Le donne, che in Etiopia sono tenute in scarsa considerazione e acquistano una qualche rilevanza sociale esclusivamente in quanto madri, nella missione possono contare sul Centro di promozione femminile presso il quale apprendono le nozioni base dell’igiene personale e della cura dei neonati, e anche un mestiere: spesso si appassionano al cucito e al lavoro all’uncinetto e sono aiutate ad avviare piccole attività che assicurano loro autonomia economica.

«Alla missione — dice suor Laura — ci prendiamo cura anche di diverse bambine (al momento sono undici) che ci sono state affidate dalle loro madri, donne che sono state abbandonate dai partner, in alcuni casi lavoratori stranieri impegnati temporaneamente in Etiopia. Inoltre accudiamo le donne malate di aids preoccupandoci che ricevano per tempo la terapia antivirale dallo Stato, il quale in genere la garantisce quando ormai le condizioni dei pazienti sono molto gravi. Ci impegniamo anche a seguire le detenute del carcere di Adwa, che vivono in condizioni molto difficili e spesso insieme ai loro figli piccoli».

Nella missione è quasi del tutto ultimato un ospedale con duecento posti letto che accoglie già numerosi pazienti e può contare su un affiatato staff di operatori sanitari di origine etiope, cubana e kenyota. «Abbiamo deciso di aprire l’ospedale — racconta la salesiana — perché la mortalità tra i giovani era, e purtroppo continua a essere, molto elevata: qui bambini e ragazzi muoiono per un’appendicite, per il tifo e la malaria, per una banale ferita che si infetta, per una gastroenterite che in Occidente si cura in casa: è una strage degli innocenti».

Il prossimo progetto di suor Laura, oltre alla scuola per infermiere già avviata, è creare un villaggio adiacente all’ospedale utilizzando gli oltre centocinquanta container con i quali, nel corso degli anni, sono giunti aiuti dall’Europa. Questi container saranno trasformati in casette che potranno accogliere i pazienti meno gravi che dovranno restare nei pressi dell’ospedale per completare le cure. «Anche questo — afferma la religiosa — è un progetto impegnativo ma lavorando tutti insieme, come abbiamo sempre fatto, riusciremo a portarlo a termine. La nostra è una grande famiglia composta da 297 persone molto diverse fra loro che vivono insieme in armonia, sono sorrette da valori inderogabili e hanno un obiettivo comune: aiutare chi soffre. In una nazione come l’Etiopia, attraversata da continue lotte tribali ed etniche e prostrata dalla miseria, evangelizzare comporta anzitutto offrire testimonianza di amore e di vita autenticamente fraterna suscitando domande di senso. Sono grata al Signore che mi ha donato una vita ricca di vite, la possibilità di essere madre di decine e decine di persone povere di ogni età che ho sentito affidate alle mie cure». Così succede all’ombra di Dio: la vita si genera e si rigenera.

di Cristina Uguccioni