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Quel medico giudeo che Martino si rifiutò di cacciare

Miniatura tratta da un antico manoscritto di medicina

MEDICUS PAPAE — IL QUATTROCENTO

07 agosto 2020

Di Gregorio XII (1406-1415) la storia non ci ha lasciato nessun nome di medico curante; mentre del suo contemporaneo, l’antipapa Alessandro V, eletto dal concilio di Pisa nel 1409 e morto a Bologna nel 1410 rimane la descrizione del suo medico Pietro d’Argellata dell’apertura e imbalsamazione del cadavere in un capitolo della sua Chirurgia intitolato De custodia corporis mortui.

Oltre a questo e prima di questo, in una bolla che porta la data del 25.2.1410, nella quale elegge suo archiatra, a Paolo della Valle (padre di Filippo, che più tardi avrebbe prestato le sue cure ad Alessandro VI) Alessandro V ha lasciato una delle più antiche formule di nomina per questo tipo di incarico. Il testo si presenta, al contempo, anche come un elogio dell’arte medica, con parole che vengono mutuate dalla formula del conte degli archiatri di Cassiodoro. Vi si può leggere infatti che «tra tutte le utilissime arti che l’immensa bontà della maestà divina attribuì ai mortali a sostegno dell’umana indigenza, nessuna sembra possa fornire niente di simile a quanto può offrire d’aiuto la medicina. Questa infatti sempre assiste con materna grazia quanti sono provati dalla malattia. Essa si batte contro i dolori, venendo in soccorso della nostra debolezza e sforzandosi di dare sollievo, laddove nessuna ricchezza e nessuna dignità, se Dio non lo rende possibile, può venire in aiuto».

Lo scisma d'occidente si chiuse con l’elezione di Martino v (1417-1431) di cui si contano diversi medici: Giovanni Baldi, Antonio da Lucignano, Antonio Pucci, Mariano Albertini e Elia Giudeo nei confronti del quale il giureconsulto Giovanni d’Anagni (+1457) sollevò la questione «se un giudeo potesse essere medico del papa o dell’imperatore», concludendo che non era possibile: Posse dici quod non. Martino però non si avvalse del parere dell’illustre canonista dello Studio bolognese anzi con un atto del 1422 permise ai medici ebrei di curare liberamente i cristiani, cancellando le pene che erano previste per questo delitto.

Elia Giudeo così poté continuare a prestare le sue cure anche al successore Eugenio IV (1431-1447). Questi si avvalse anche di altri dottori quali Ludovico da Orte, al quale venne corrisposto uno stipendio mensile di 15 fiorini da luglio 1442 a novembre 1445. Di Andrea da Palazzago si sa che è probabile che dopo la morte di Eugenio, chiamato dall’arcivescovo di Zara, si recasse in quei luoghi a esercitare l’arte medica: «Speriamo che, se vuoi — gli scrive l’arcivescovo della città dalmata Maffeo Vallaresso — tu possa recarti qua» (lettera del 16 luglio 1451). Nell’elenco ci sono anche Niccolò d’Assisi e Berardo Mazzieri da Trevi che fu medico di Eugenio a partire dal 1445 e di Niccolo V (1447-1455) non oltre il giugno del 1447. Anche Baverio Bonetti, insieme a Bernardo Garzoni, pure lui dello Studio di Bologna, ebbe un ruolo primario nella cura di questo Papa, percependo uno stipendio di 100 fiorini a trimestre. Di lui si sa che era figlio di medico e rimane anche una sua descrizione che lo ritrae «alto, magro e nero». Entrambi i dottori erano presenti in occasione della morte del Pontefice il 24 marzo 1455 e il suo successore Callisto III volle che fossero versati loro 200 fiorini «per le tante e differenti opere da questi compiute nei confronti della persona di Niccolò V di buona memoria».

Tra i medici di Niccolò V che vengono indicati da Mandosio c’è Simone Tebaldi, che lo definisce «dottore in medicina, famigliare e scrittore apostolico». Questi sarà anche sanitario di Callisto III (Alfonso de Borgia, 1455-1458). Insieme a lui il Papa spagnolo si avvalse delle cure di Lorenzo Galerani, nominato archiatra apostolico con bolla del 14 dicembre 1456, dove è detto espressamente che «veniva creato medico e famigliare del papa per mera liberalità e grazia speciale». Inoltre in un altro documento il Pontefice nomina suo medico anche il concittadino Ferdinando Lopez (di Xativa nella Comunità valenzana). In questo caso però si trattava in realtà di un incarico onorario perché, mentre veniva affermato di voler ricorrere alla sua scienza, contemporaneamente nel documento si concedeva la dispensa dall’obbligo della presenza a Roma data l’età avanzata. Si può leggere infatti nella bolla che era intenzione del Pontefice «di continuare ad avvalersi, quando ce ne sarebbe stato bisogno della scienza del dottor Lopez per la conservazione della salute, rinunciando tuttavia alla sua presenza a motivo dell’età senile».

Anche Pio II (1458-1464) che gli successe sul soglio di Pietro avrebbe voluto per sé un certo Giacomo medico dell’imperatore Federico III (in carica dal 1452 al 1493) al quale, dopo avergli anticipato che gli avrebbe inviato duecento ducati d’oro e gli avrebbe assegnato una pensione di altri cento finché fosse vissuto, si rivolge così: «Volentieri ti avremmo voluto presso di noi per le tue qualità e la grande perizia nel curare, ritenendo che ciò avesse giovato molto a un salutare regime di vita. Tuttavia considerando quanto cara e necessaria sia la tua presenza a sua sublimità l’imperatore, non ci è sembrato onesto chiederti a lui» (lettera del 4 luglio 1459).

Pertanto medici di Pio II furono Giovanni Sernini che, stando ai libri paga, operò per tutto il suo pontificato dal 1458 al 1464, e più tardi un certo Antonio e Sozino Benzi. Questi era presente alla morte del Pontefice ad Ancona il 14 agosto 1464 e di fronte al male che si era manifestato era tra quei medici che avevano affermato che i sintomi non destavano preoccupazione: Medicis nihil periculi promittentibus. Accorgendosi che la situazione era molto più grave, il moribondo gridò: «Anche questa è la miseria dei principi, che non mancano adulatori neppure in punto di morte».

Il suo successore Paolo II (1464-1471) che, secondo il biografo Michele Canensi, «quando stava bene disprezzava le opinioni e i consigli dei medici», ebbe ben cinque medici personali: Sebastiano Veterani, Giacomo Zoccoli Gottifredi, Sante Fiocchi, Giovanni Burgio e Cristoforo Placentini e probabilmente anche il chirurgo Giovanni Albarisani. Nei De gestis Pauli secundi Gaspare da Verona attesta che solo i primi tre dell’elenco sono stati medici del Pontefice, aggiungendo anche che «essi erano come degli Esculapi, degli Apolli, dei Galeni e degli Ippocrati; altri direbbe come degli Avicenna, degli al-Mansur e dei Mesuè. E se qualcuno avesse terminato i suoi giorni per dei gravi morbi a motivo dei tempi iniqui e dell’aria cattiva, questo non era da ascrivere alla loro ignoranza». Conclude infatti in maniera lapidaria il biografo: «Non sempre infatti il medico guarisce, non sempre il male viene vinto da farmaci e medicine, perché gli uomini devono necessariamente morire».

Oltre che di Paolo II, Giacomo Zoccoli Gottifredi fu anche archiatra di Sisto IV (1471-1484). A costoro occorre aggiungere altri quattro o cinque sanitari (c’è qualche dubbio infatti sulla figura di Aloisio Francolini). Tra questi c’erano sicuramente Niccolò Dido, Evangelista Urighi da Trevi, Valerio Flacco da Viterbo, giunto a Roma al seguito del cardinale Bessarione intorno al 1465 (che però «morì giovane e fu tenuto in grande considerazione tra gli uomini») e Giacomo Solleciti, quello che godeva di più chiara fama, pagato con un stipendio di 15 fiorini d’oro al mese e che era stato chiamato alla carica di medicus Xisti Papae IIII, per aver saputo dimostrare, stando a una vecchia cronaca, che la morte di «un cortegiano gratissimo al Pontefice [era dovuta al fatto] che intorno al cuore dell’ammalato vi era un verme sostentato da tutte le medicine dategli fin allora». Egli aggiunse che se fosse arrivato prima, sospendendo quelle cure e fornendo un suo preparato, avrebbe potuto salvarlo. Di fronte a chi mostrava incredulità riguardo alla cosa, egli provò tale affermazione, «facendo aprire il cadavere e, avendo trovato nel detto luogo il mortifero animale, se ben piccolo e snello, a cui porgendo i medicamenti presi dal defunto, si prolungava il vivere, [e offrendo invece] la composizione di Giacomo tosto perdé il movimento e la vita con meraviglia universale».

A margine della storia dei medici personali di Sisto IV vanno anche ricordati due suoi provvedimenti che hanno a che vedere con la storia della medicina. In una prima bolla infatti che porta la data del 14 dicembre 1471, «preso atto dei tanti errori commessi da molti che usurpano il nome di medico», si stabilisce che «a nessuno, maschio o femmina, cristiano o giudeo, era concesso di esercitare la medicina e la chirurgia se non fosse professore [magister] o dottore [licenziatus] in quest’arte», obbligo che fu poi esteso anche agli speziali con una seconda bolla del 20 giugno 1476.

Il Solleciti fu archiatra anche sotto Innocenzo VIII (1484-1492) insieme a Lodovico Podogataro, Ferdinando Ponzetti (di questi due si hanno maggiori notizie), Benedetto Porcocinti e Pietro Macerata (del quale ci è rimasta una descrizione fisica che lo vuole «nell’incarnato e con i capelli rossi, la faccia rotonda, gli occhi acuti anch’essi arrossati, dall’aspetto orribile»). Per quanto riguarda il Podogataro, questi si era formato presso lo Studio di Padova, «alla scuola di Mattiolo, celebre professore perugino». Di lui si narrava «che per tutto il tempo che visse non fu mai molestato da veruna infermità o notabile indisposizione di corpo». Segno evidente, si diceva, non solo di una costituzione forte e robusta ma anche dell’aver saputo apprendere l’arte del medicare «con tanta sua utilità». Il secondo, Ferdinando Ponzetti, nato a Napoli ma di origine fiorentine, fu medico e famigliare del Papa «per la sua dottrina e le molte qualità» (Breve del 14 maggio 1485). Morì il 16 marzo 1528 in seguito agli strapazzi e sforzi gravissimi «sofferti dall’universale saccheggiamento della povera Roma»: il riferimento è qui al sacco della città operato un anno prima — era il 6 maggio 1527 — dalle truppe mercenarie di Carlo V.

di Lucio Coco