· Città del Vaticano ·

Punto nevralgico del Medio oriente

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Il Paese in bilico tra crisi politica e tensioni sociali

06 agosto 2020

«Salvare la città di Beirut al di là della politica e dei conflitti»: è l’appello del patriarca di Antiochia dei Maroniti, cardinale Béchara Boutros Raï, all’indomani delle violente esplosioni nel porto che hanno lasciato la città «devastata», con 135 morti, 4.000 feriti, dispersi e dubbi sulle responsabilità. Il Libano sta attraversando una gravissima crisi economico-sociale e «non è in grado di far fronte a questa catastrofe umana». Da qui la richiesta accorata di aiuto del patriarca rivolta «a tutti gli Stati del mondo». In questione c’è un territorio chiave, punto nevralgico di un contesto mediorientale che non si è mai presentato così militarizzato dagli anni dei conflitti mondiali, teatro di confronti per corrispondenza di altre potenze regionali, cartina tornasole di contrasti che investono Oriente e Occidente.

Le deflagrazioni, avvertite anche a Cipro, sembra siano avvenute per un tragico incidente nel deposito di nitrato di ammonio dove, però, c’è chi sostiene che ci fossero anche armi. Secondo documenti citati dall’emittente Al Jazeera, funzionari doganali avevano messo in guardia già anni fa le autorità contro il «grave pericolo» rappresentato dall’enorme quantità del composto chimico utile in agricoltura ma anche per produrre esplosivo.

In Libano gli interessi privati prevalgono da anni sul bene comune, come denunciano da tempo i vescovi che si sono uniti alle richieste di una svolta nel Paese allo scoppio delle proteste che, a ottobre scorso, hanno visto sfilare insieme cristiani e musulmani, gente meno abbiente e professionisti di una classe media falciata dalla crisi.

Cortei che non si sono mai fermati neanche al cambio di governo o durante il lockdown, che peraltro è ripreso dopo una pausa, a seguito della nuova impennata di covid-19. I contagi  nei dati governativi restano sempre più bassi di quelli che ospedali e centri per migranti denunciano, ma a questo punto è evidente la tragedia, se si considera che le strutture sanitarie erano quasi al collasso prima che tre  ospedali  di  Beirut  fossero rasi al suolo e altri due parzialmente  distrutti.

Le devastanti esplosioni rappresentano una catastrofe per il Libano, ma anche uno scossone per la comunità internazionale: non si può continuare a dimenticare il Paese che è stato la “Svizzera del Medio oriente” e che nel default finanziario rivela incapacità interne ma anche mutati equilibri di investimenti e dunque di potere regionali.

E poi ci sono pagine di storia ancora da completare: si aspetta il verdetto del Tribunale speciale dell'Onu sull’assassinio di Rafiq Hariri, il primo ministro ucciso, con altre 21 persone, in una esplosione sul lungomare di Beirut nel 2005. Per quell’atto terroristico sono state processate in contumacia quattro persone, membri di Hezbollah, il movimento sciita e poi partito al governo che però ha sempre negato le accuse.

Per rispetto alle vittime della terribile esplosione l’annuncio del verdetto è stato posticipato da domani al 18 agosto.

In ogni caso, dopo quindici anni, il verdetto arriva in un Paese colpito al cuore. Non può cadere nel vuoto l'invocazione del patriarca: «Non solo aiutare Beirut», ma «far sì che il Libano ritrovi il suo ruolo storico a servizio dell’uomo, della democrazia, della pace in Medio oriente e nel mondo».

di Fausta Speranza