· Città del Vaticano ·

Polvere diventata musica

Un particolare della locandina del film «The Grapes of Wrath» di John Ford

A ottant’anni dall’uscita di «Dust Bowl Ballads» di Woody Guthrie

13 agosto 2020

Durante l’edizione virtuale di quest’anno del Philadelphia Folk Festival, la cantautrice e attivista statunitense Joan Baez riceverà il Woody Guthrie Award.

È degno di nota che abbia vinto il Premio esattamente ottant’anni dopo l’uscita di Dust Bowl Ballads: era il 1940 quando venne pubblicato il primo album di canzoni originali di Woody Guthrie, inciso per la Victor Records di New York, destinato a cambiare per sempre il panorama della musica folk statunitense. Il menestrello vagabondo di Okemah, icona della canzone di protesta, decise che l’unico modo per poter raccontare la sua amata terra, ricca di contraddizioni, disastrata, messa in ginocchio dalla crisi del 1929 prima, e dalle tempeste di sabbia poco dopo, fosse quello di musicare tutto ciò che aveva visto e vissuto nel corso degli anni Trenta.

Si fece avanti con coraggio, come narra in Bound For Glory, cominciando a scrivere canzoni “di vita” su tutto quello che “di storto c’era”, di marcio, divenendo l’umile portavoce di un intero Paese piegato dalla povertà. Chi ascolta Dust Bowl Ballads, non può non notare lo stile chitarristico di Guthrie, influenzato dal talking blues degli afroamericani e dalla tradizione hillbilly del Sud rurale; i temi trattati, inoltre, sono quelli delle topical songs di matrice anglosassone, che negli anni Sessanta torneranno in auge con il folk revival. Woody Guthrie, storyteller custode di un patrimonio collettivo, rimase accanto ai reietti, con la sua opera portatrice di una coscienza solidale politica, sociale e morale, propria di quell’americanità whitmaniana, in cui vi erano radicate l’uguaglianza e la fratellanza; una “democrazia en masse”, fatta di accoglienza e libertà individuale, dove Dio veniva scorto nella natura selvaggia ed incontaminata, nel miracolo della creazione.

L’America di Dust Bowl Ballads è quella che con la Grande depressione mutò; dal benessere dell’industrializzazione crescente, realizzazione dell’American Dream, si passò ad un diffuso malessere economico, in cui le banche espropriavano le terre e le case di chi non poteva pagare i debiti, in cui i titoli calavano, i mezzadri perdevano il lavoro, le tempeste di sabbia riducevano i campi del Midwest, un tempo fertili, in aridi. Il cielo terso, dal 1931 si ricoprì di inquietanti nuvole nere, tanto che si pensò al Giudizio universale.

I lamenti irlandesi e gli spiritual africani erano presenti nella memoria di Woody, soprattutto in quei momenti di solitudine e di sconforto, come le antiche ballate che la madre, con un velo di malinconia, gli cantava. Come i morti protagonisti di quelle ballate imperiture, anche la voce dei morti di Edgar Lee Masters, della sua Spoon River, era carica di un dolore condiviso, specchio di un’intera umanità raccolta in una cittadina di provincia americana, la “piccola America” modesta, con i suoi drammi e velleità. Dell’insegnamento dei morti, risorti attraverso la musica popolare e la poesia, Guthrie fece tesoro e iniziò a scrivere con leggerezza le sue canzoni sui vivi, sulle storie della strada, prive di eroismi, dai versi scarni, metriche semplici, facilmente riproducibili nel tempo, accordi delicati, spesso improvvisati, su coloro che stavano attraversando una terra ormai secca, spettrale, dissanguata di ogni risorsa.

Il districarsi tra le baraccopoli vicino alle discariche, lungo l’Oklahoma River, l’odore nauseabondo dei rifugi precari inondati dalle piogge della stagione secca, che produssero solo altro fango e sporcizia, segnarono l’anima del folk-singer, come si può evincere in Dust Pneumonia Blues. La tosse cavernosa, chiamata Dust Pneumonia, fu una grave conseguenza di tutta la sabbia inalata dalla popolazione. Nonostante fossero distribuite mascherine per proteggersi, quella polmonite da polvere cominciò a mietere ulteriori vittime innocenti.

Insieme agli altri esseri umani ridotti in estrema miseria, lasciati senza radici, Guthrie intraprese un viaggio della speranza, un’epopea biblica verso the promised land, la California, un Paradiso (da Do Re Mi), ma giunti lì, si resero conto che il giardino florido dell’Eden non era che un Inferno morale e sociale, pregno di approfittatori che soffocavano i diritti dei lavoratori col sangue. Dovunque c’erano sfruttamento, speculazione, repressione e violenza. In California la polvere non era presente, ma esisteva un altro tipo di male; ciò che gli Okies, i profughi delle regioni aride, le “bestie”, come venivano definiti con disprezzo, scoprirono, era una realtà malsana, intrisa ancor più di indigenza. E allora lo storyteller sensibile alle sofferenze degli ultimi, scrisse due canzoni cariche di profonda umanità ed integrità: Blowin’ Down The Road, e Dust Bowl Refugee. Avevano sempre lavorato duramente nei campi, con rigore raccolto il cotone, ringraziato Dio, e dopo aver attraversato il deserto con i pochi averi, seppellito con una preghiera ed una tomba arrangiata chi non era riuscito a sostenere il tragitto sulla storica Route 66, non gli restava che chiedersi: «Sarò per sempre un profugo, Signore?».

Ma la fede rende più uniti, anche quando il grido di aiuto si fa ancora più tormentato, perché anche nell’oscurità, c’è chi regala uno spiraglio di luce, di bene, come Tom Joad e l’ex predicatore Casy in Furore di Steinbeck, ai quali Woody dedicò Tom Joad-Part.1, Tom Joad-Part.2 e Vigilante Man.

Proprio per lo scrittore Premio Nobel, Woody Guthrie, con la sua chitarra e voce nasale, personificava lo Spirito americano, cantore di una volontà di combattere come un’unica grande anima ogni tipo di oppressione ed ingiustizia. E cos’è questo se non un ardente manifesto di fede?

Il suo impegno civile e la parola biblica che rasentano la sua opera, come ricordò Pete Seeger, fidato “discepolo”, corrono ancora oggi lungo le rotaie e le strade d’America, quelle più interne, rurali e secondarie.

di Marta D’Ambrosio