· Città del Vaticano ·

Per attraversare la tempesta:
tutti insieme

Bambini di Harare (Zimbabwe), dove la popolazione è colpita da una grave siccità, si aiutano nel portare secchi d’acqua (Epa)

26 agosto 2020

Tutti ricordano quello che accadde cinque mesi fa, nel pomeriggio del 27 marzo, quando già le ombre del crepuscolo si addensavano insieme alle nuvole cariche di pioggia su piazza San Pietro e il Papa lentamente saliva i gradini del sagrato per alzare la sua voce e pregare il Dio creatore che in quei giorni sembrava essersi dimenticato di vegliare sulla sua creazione. «Da settimane sembra che sia scesa la sera» disse Francesco, «Fitte tenebre si sono addensate nelle nostre piazze, strade e città. Si sono impadronite delle nostre vite e le hanno riempite di un silenzio assordante. Si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo, siamo stati presi da una tempesta improvvisa e ci siamo accorti di stare sulla stessa barca, tutti fragili, ma anche necessari. Tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. Come quei discepoli hanno detto “siamo perduti”, anche noi abbiamo capito che non possiamo andare da soli ma dobbiamo stare insieme. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità, lasciando scoperte le nostre false sicurezze su cui abbiamo costruito agende, abitudini e priorità».

Il messaggio è stato forte e chiaro: non siamo autosufficienti, da soli affondiamo. E poi un’apertura verso la speranza, verso uno sguardo più ampio e soprattutto più grato: «Le nostre vite sono sostenute da persone che di solito passano inosservate, che sfuggono alle riviste e ai giornali, ma che pure stanno scrivendo le pagine della nostra storia: medici, infermieri, addetti ai supermercati, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari religiosi: tanti hanno compreso che nessuno si salva da solo».

Anche nella catechesi dell’udienza generale del mercoledì, il Papa è tornato su questa immagine della tempesta e ancora una volta ha aperto il nostro sguardo alla speranza: «Davanti alla pandemia e alle sue conseguenze sociali, molti rischiano di perdere la speranza. In questo tempo di incertezza e di angoscia, invito tutti ad accogliere il dono della speranza che viene da Cristo. È Lui che ci aiuta a navigare nelle acque tumultuose della malattia, della morte e dell’ingiustizia, che non hanno l’ultima parola sulla nostra destinazione finale». Il rischio non è solo quello di perdere la speranza ma anche la ragione e di far prevalere la paura e la lotta per la sopravvivenza sul senso della solidarietà. Quando infuria la tempesta il grido che si alza infatti è “si salvi chi può!” ma c’è un inganno in quella prima parolina, il suffisso riflessivo “si”, sarebbe infatti più giusto gridare “mi salvi chi può!”. Se è vero che nessuno si salva da solo, allora la pretesa deve cedere il passo alla preghiera. La vita tua diventa vita mea anziché mors.

C’è una storia, vera, che è accaduta circa mezzo secolo fa che dimostra questa verità e sfata un mito antico, una storia che parla proprio di tempesta. L’ha raccontata l’economista olandese Rutger Bregman nel suo saggio Humankind. A Hopeful History (in uscita a ottobre da Feltrinelli) e l’ha riproposta come reading teatrale Francesco Chiamulera qualche giorno fa durante la rassegna «Una montagna di libri» a Cortina d’Ampezzo: nel giugno del 1965 sei ragazzi dai tredici ai sedici anni, alunni del St Andrew’s, un severo collegio cattolico a Nuku’alofa nel Pacifico, un po’ per noia un po’ per desiderio di avventura, s’impossessano di una imbarcazione e fanno rotta verso le isole Fiji, che si trovano a circa cinquecento miglia di distanza. Li sorprende una tempesta e li scaraventa sulla piccola isola ’Ata dove vivranno un anno intero. Sembra la fotocopia della storia raccontata da William Golding nel famoso romanzo Il signore delle mosche che, uscito nel 1954, diede subito popolarità (e un premio Nobel) al suo autore. Se l’avvio della vicenda è uguale molto diverso lo sviluppo e il finale: nel romanzo di Golding il gruppo di giovani naufraghi verrà lacerato da guerre intestine e alla fine la violenza prenderà il sopravvento creando anche diverse vittime perchè la natura umana porta inevitabilmente al conflitto e alla lotta per il potere. Questa la letteratura. Nella realtà la vicenda storica dei sei ragazzi di ’Ata è ben diversa, come ricorderà il capitano della nave che, dopo quindici mesi, salvò e riportò a casa i naufraghi: «I ragazzi avevano creato una piccola comune con orto, tronchi d’albero scavati per immagazzinare l’acqua piovana, una palestra con pesi, un campo da badminton, recinti per polli e un fuoco permanente, il tutto grazie al lavoro manuale, una vecchia lama di coltello e tanta determinazione». Organizzati in gruppi di due i ragazzi si divisero i compiti, il primo dei quali, fondamentale, fu quello della custodia del fuoco che per quindici mesi fu sempre mantenuto acceso. Quando scoppiava una lite, lo scontro veniva subito risolto imponendo ai litiganti di andare alle estremità opposte dell’isola per rinfrescarsi gli animi e dopo circa quattro ore si lavorava tutti insieme per la riconciliazione. I giorni dei sei ragazzi cominciano e finiscono con canti e preghiere e un ruolo fondamentale è quello della musica grazie alla “chitarra” modellata da uno dei ragazzi da un pezzo di legno galleggiante, usando mezzo guscio di noce di cocco e sei fili d’acciaio recuperati dalla loro barca distrutta. Anche quando uno di loro scivola, cade da un dirupo e si rompe una gamba la logica della solidarietà prevale su quella della sopravvivenza: la gamba sarà sistemata con un’ingessatura rudimentale di bastoncini e foglie e la sua parte di lavoro verrà ridistribuita tra gli altri cinque. Quando la domenica 11 settembre 1966 furono salvati i sei naufraghi erano fisicamente in condizioni ottimali. Quei quindici mesi non avevano scatenato la violenza ma l’amicizia.

Qualche giorno fa il professore emerito di biologia Scott F. Gilbert, al Meeeting di Rimini di Comunione e Liberazione, ha parlato del corpo umano che nella sua meravigliosa complessità rivela che la “regola” che regge il mondo naturale non è il conflitto ma la collaborazione. La sua collega, la biologa statunitense Lynn Margulis ha sintetizzato questa verità in una frase: «La vita non si fa largo nel mondo a forza di combattimenti, ma grazie a una rete di collaborazioni». Si potrebbe dunque affermare che ciascuno di noi è un individuo unico e irripetibile ma non è solo: ciascun organismo da sempre vive in simbiosi con miliardi di microorganismi. All’interno del nostro corpo ci sono circa 160 specie di microbi che svolgono funzioni fondamentali per la nostra crescita. Bisognerebbe rileggere in positivo la frase del povero indemoniato di Gerasa: “Il mio nome è Legione, perchè siamo in molti”, lui si riferiva alla frantumazione di un’identità lacerata dallo spirito maligno, ma la verità della natura umana nella sua quotidianità è che un organismo vivente è frutto di una fitta trama ordita da una complesso e meraviglioso “gioco di squadra”.

La conclusione del professore Gilbert va ben oltre il dato biologico: «Gli animali non esistono come entità indipendenti, noi “diventiamo con gli altri”. Questo è importante: oltre al dato competitivo dell’evoluzione, c’è anche questo divenire con gli altri». Ognuno di noi è quindi già, da solo, una “compagnia”, non è lasciato solo nella battaglia dell’esistenza perchè già la struttura del proprio corpo parla di un’alleanza tra mille componenti, invisibili quanto indispensabili. Proprio come a livello sociale accade grazie a tutte quelle persone “che di solito passano inosservate”, come dice il Papa, ma che sostengono la vita degli altri e con esse il mondo intero. Come il Papa diceva cinque mesi fa e ha ripetuto nell’udienza generale con parole forti e chiare: «L’homo sapiens si deforma e diventa una specie di homo œconomicus — in senso deteriore — individualista, calcolatore e dominatore. Ci dimentichiamo che, essendo creati a immagine e somiglianza di Dio, siamo esseri sociali, creativi e solidali, con un’immensa capacità di amare. Ci dimentichiamo spesso di questo. Di fatto, siamo gli esseri più cooperativi tra tutte le specie, e fioriamo in comunità, come si vede bene nell’esperienza dei santi».

di Andrea Monda