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Padre Chito eroico costruttore di pace e riconciliazione

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Il sacerdote filippino, ricordato da cristiani e musulmani con nostalgia e affetto, fu sequestrato per 117 giorni dai terroristi

04 agosto 2020

A Marawi aveva lasciato il cuore. E anche la drammatica esperienza del sequestro subito nel 2017 — 117 giorni nelle mani dei terroristi del gruppo Maute, che si professavano membri dello “stato islamico” — non aveva in alcun modo intaccato il suo proverbiale spirito mite, paziente e sempre sorridente. Il cinquantanovenne Teresito Larroza Soganub, per tutti “padre Chito”, ha speso l’intera vita di sacerdote, di pastore, di uomo di fede, credendo, annunciando e testimoniando il Vangelo della pace e della riconciliazione nell’area di Mindanao, la grande isola nelle Filippine del sud. A Marawi, nella prelatura apostolica in cui risiedeva e laddove ha svolto il servizio apostolico (per anni anche da vicario del vescovo), lo ricordano tutti, musulmani e cristiani, con nostalgia e affetto. La sua morte, avvenuta il 22 luglio scorso, ha generato profonda commozione in migliaia di cittadini di Marawi, oggi ancora profughi dopo esser stati costretti ad abbandonare in fretta e furia la città tre anni or sono. Sede della comunità dei musulmani di etnia maranao, a maggio del 2017 Marawi fu conquistata da gruppi di militanti radicali filippini che si richiamavano allo “stato islamico” e che issarono la bandiera nera sul palazzo municipale.

Quella ferita è ancora aperta: ne seguì, infatti, un lungo assedio porta a porta, condotto dall’esercito regolare filippino, che in sei mesi di battaglia cruenta riuscì a liberare la città, divenuta però un cumulo di macerie. All’interno di quella cornice si colloca la vicenda del sequestro di ventiquattro civili, tra i quali padre Soganub, catturati mentre erano radunati nella cattedrale di Santa Maria Ausiliatrice a Marawi. L’edificio della chiesa fu dato alle fiamme, i fedeli vennero usati come scudi umani e, durante la prigionia, come schiavi dei ribelli asserragliati in città. Padre Teresito, scampato a quella tragica esperienza, ha più volte raccontato in parrocchie, incontri, raduni islamo-cristiani la sua storia in una luce sempre costruttiva e come opportunità di autentica cultura del dialogo e riconciliazione. Per lui il sequestro era stato «una parentesi di carattere spirituale, un lungo ritiro in cui sperimentare, tra le difficoltà della prigionia, della fame, della schiavitù, della paura, la grazia di Dio e una relazione intima con Lui». Quasi un’esperienza mistica. E intanto, vivendo con spirito della beatitudine evangelica quei giorni da prete perseguitato e umiliato, il sacerdote non aveva mancato di confortare, consolare e rassicurare gli altri compagni di prigionia, mettendo a servizio del prossimo la sua profonda fede, speranza e carità. Quella carità e passione per l’umanità che ha avuto modo di mostrare anche verso i sequestratori, praticando quello che il Cristo Gesù predica come «amore al nemico» e perdonando quanti lo avevano costretto alla lunga via crucis del rapimento.

«Padre Teresito ha vissuto l’amore incondizionato verso il prossimo — ha ricordato il vescovo Edwin de la Peña, che guida la prelatura territoriale di Marawi — in ogni istante della sua vita, con la sua personalità sempre saggia e pacata, ma anche evangelicamente gioiosa e divertente, capace di battute fulminanti, che davano un tocco di buon umore alla giornata». Nel lungo servizio pastorale, culturale e sociale a Mindanao, Soganub ha vissuto nella provincia di Lanao del Norte (che include Marawi), collaborando con l’Istituto per la pace e lo sviluppo a Mindanao. In un territorio a maggioranza islamica, uno degli aspetti cruciali della missione della Chiesa tocca il rapporto con la comunità musulmana. Padre Chito ricordava che, negli anni della sua gioventù, a Marawi si respirava una certa diffidenza, se non ostilità, della popolazione musulmana nei confronti dei fedeli e dei religiosi cristiani della prelatura. Con un’opera paziente di tessitura di relazioni, tesa a stabilire una fiducia reciproca, Teresito e i preti locali hanno cercato di vincere il muro del sospetto o della contrapposizione religiosa. Il sacerdote ha avviato instancabilmente programmi, incontri e iniziative di educazione al dialogo interreligioso e alla pacifica convivenza, anche in momenti difficili in cui le sirene dell’estremismo e del fanatismo attiravano molti giovani. Questo impegno è proseguito negli ultimi anni, dedicati soprattutto a predicare «il comune desiderio di vivere in pace, la comune fede nell’unico Dio» di musulmani e cristiani, chiamati a costruire un futuro di prosperità e benessere, sviluppo e pacificazione per la tormentata isola di Minadano, da quarant’anni attraversata da conflitti e ribellioni di gruppi che chiedono autonomia e giustizia.

In uno sforzo di empatia e prossimità, padre Teresito, che parlava fluentemente la lingua maranao, ha mantenuto i capelli e la barba lunga per non alienarsi la fiducia degli ulama musulmani che, in segno di saggezza e umiltà, tengono la barba lunga, così da stabilire con loro una proficua alleanza per sconfiggere la cultura della violenza e promuovere una pace solida e duratura. Così lo ricorda il reverendo Victor Kazanjian, direttore esecutivo della United Religions Initiative, organizzazione diffusa in oltre cento paesi, di cui Soganub era membro attivo: «Padre Chito era un eroico costruttore di pace, animato da profonda dedizione al dialogo interreligioso e alla cooperazione. Il suo impegno per la pace e la giustizia vive nei nostri cuori. Era un leader con una visione libera e profetica».

di Paolo Affatato