· Città del Vaticano ·

Maestro di amicizia e di libertà

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Ricordo del vescovo Lorenzo Chiarinelli

05 agosto 2020

Mi piace ricordare il vescovo Lorenzo Chiarinelli — che è morto lunedì 3 agosto a 85 anni — come un maestro di amicizia e di libertà. Amavo la sua amicizia, della quale ho potuto godere per più di mezzo secolo; e sempre ho ammirato il suo modo di essere libero, pur nei ruoli gravosi che si è trovato a svolgere.

Conoscevo don Lorenzo da molto prima che fosse vescovo, da quando eravamo giovani nella Fuci. Lettore colto e aggiornatissimo, animatore di convegni e dibattiti, predicatore di ritiri, sveglissimo vescovo prima di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, poi di Aversa e infine di Viterbo, attivo quant’altri mai nella Cei a redigere catechismi, a presiedere il Comitato delle settimane sociali. Autorevole nelle Congregazioni romane dei santi e dei vescovi. Autore di lettere pastorali, di articoli, di poesie, di opuscoli che meritano d’essere riuniti e studiati. Non voglio ricordarlo, ora, per il magistero di vescovo che ha svolto ma per la figura cristiana che ha incarnato. Una figura, come dicevo, amicale e libera. A tutti amica e a tutti parlante.

In claritate liber in caritate servus (“libero nella chiarezza servo nell’amore”) era il suo motto episcopale, giocato sul suono del cognome Chiarinelli (interpretato come claritas, cioè “schiettezza”) e mirato all’intento d’essere “amorevolmente schietto” con tutti, pagando se necessario il prezzo della schiettezza. A quell’impegno egli è potuto restare fedele nei decenni grazie anche a una preparazione culturale e a una simpatia umana non comuni che l’hanno aiutato a navigare tra i tanti scogli senza patire troppi danni, aspirando sempre a una modalità più sobria di fare Chiesa, che lasci maggiore spazio al soffio dello Spirito.

Nel dicembre del 2010, dopo quasi trent’anni di episcopato, è sceso serenamente dalla cattedra ed è tornato tra il popolo e quello che perse in veduta dall’alto mi confidò d’averlo guadagnato in vicinanza amicale. Quando la rivista «Il Regno» gli chiese nel settembre del 2012 un contributo sul ruolo dei vescovi emeriti quel guadagno gli dettò parole come «finalmente libero» che prendeva da Martin Luther King e «gioia della libertà» che cavava dal proprio sacco e faceva lievitare fino a un’altra equivalente e più colma che era «gioia dello Spirito». Sempre in quel testo per «Il Regno» prendeva spunto dalla libertà dell’emerito per augurare a tutti una vita ecclesiale «come relazione aperta, fiduciosa, fraterna; come incontro con il cuore delle persone, senza diffidenze, sospetti, doppiezze». Ma era realista nella valutazione della difficoltà dell’impresa: «L’onda fresca della vita, che è grazia, è gioia, è Spirito Santo, trova spesso resistenze, ostacoli, ostruzioni, dove l’organismo si irrigidisce e l’autoreferenzialità (o anche il calcolo) trionfa».

Il senso dell’umorismo l’ha aiutato a sviluppare una vasta pedagogia discorsiva e relazionale che gli ho visto svolgere in presa diretta con i gruppi, le assemblee, i singoli appartenenti ai “popoli” che gli furono successivamente affidati. Facendogli visita nelle tre diocesi capitava di vederlo un momento mescolarsi alla folla della navata e un altro momento andare all’ambone. Mi attirava questa sua attitudine a porsi come cristiano con gli altri cristiani e non solamente come vescovo per loro: quando, deposti i paramenti, colloquiava con gli uomini e le donne che aveva intorno, prendendo spunto dalla varietà della vita, dall’attualità, dalle parole altrui. Per questa via gli era spontaneo trovare l’approccio giusto al cuore delle persone e donare una parola a chi l’attende:  Padre, dimmi una parola  è il titolo di un suo libretto (Dehoniane, Bologna, 2007) che raccoglie gli spunti domenicali pubblicati per anni ogni domenica sul supplemento «Lazio 7» del quotidiano cattolico  «Avvenire». Da viceassistente nazionale della Fuci — fu lì che lo conobbi — e poi da assistente nazionale dei laureati cattolici e del Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic) e infine da vescovo si è sempre battuto per questa “conversione pastorale” della Chiesa ispirata a relazioni di fraternità. Chiarinelli era felice dell’insistenza di Francesco sull’uscita, le frontiere, le periferie: «Provocazioni che spingono a mettere in crisi  molti assetti consolidati nella vita pastorale». Amava raccordare il “buonasera” di Papa Bergoglio al “Buon giorno, buona gente” di Francesco d’Assisi a Poggio Bustone nel 1209.

Voglio infine ricordare che il vescovo Lorenzo amava gli uccelli notturni e li raccoglieva in effigie. Ne aveva più di un centinaio sulle mensole, sulle scrivanie, sulle librerie delle sue successive abitazioni, riprodotti in vetro e resine colorate, scolpiti nel legno e nella pietra, modellati in terrecotte: civette e barbagianni, allocchi, gufi. Spiegava ai visitatori che gli uccelli notturni «vegliano e scrutano nella notte» e li aveva presi a parabola dello sguardo scrutante del cristiano nella notte del mondo. Così aveva proposto quella parabola nella più bella delle sue poesie: «Signore, che ami la notte: / a me desta oscuro stupore la notte. / Ma amo gli uccelli notturni, / perché nella notte sanno vedere, / hanno occhi capaci / di penetrare la tenebra fitta. / Di questi occhi / oggi c’è grande bisogno».

di Luigi Accattoli


Il messaggio del segretario di Stato


Pubblichiamo il messaggio di cordoglio che il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in data 4 agosto, ha indirizzato al vescovo di Viterbo, monsignor Lino Fumagalli.

Appresa la notizia della scomparsa di monsignor Lorenzo Chiarinelli, vescovo emerito di Viterbo, il Santo Padre partecipa spiritualmente al lutto che colpisce codesta comunità diocesana, come pure la diocesi di Rieti, di cui fu generoso presbitero, e l’intera Chiesa italiana che vedeva in lui una figura di eccelsa caratura culturale, teologica e spirituale. Papa Francesco ricorda il solerte e fecondo servizio alla Chiesa e alla Santa Sede del compianto presule, che nel corso della sua lunga vita è stato pastore sollecito e, premuroso, maestro di fede, testimone di speranza e artefice di carità sempre accanto alla gente con umiltà e delicatezza d’animo. Sua Santità implora dal Signore per l’anima di così zelante vescovo il premio eterno promesso ai fedeli servitori del Vangelo e di cuore imparte la confortatrice benedizione apostolica alla sorella Anna, agli altri familiari, ai tanti estimatori del caro defunto, come pure ai presenti tutti al rito funebre. Aggiungo le mie personali condoglianze, assicurando un ricordo nella preghiera.