· Città del Vaticano ·

Lo Spazio non deve diventare un nuovo scenario bellico

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Conversazione con il fisico Roberto Battiston

28 agosto 2020

SpaceX e Planet Labs stanno alla new space economy come Google, Apple, Facebook e Amazon alla new economy: è questa la premessa da cui prende spunto la riflessione con Roberto Battiston, già presidente dell'Agenzia spaziale italiana, tra i massimi esperti al mondo di astrofisica e fisica dello spazio, nonché consultore, membro del Pontificio consiglio della cultura. Grazie alla qualità e alla quantità di informazioni raccolte, sta avanzando, infatti, una nuova economia spaziale sulla scia di un'ascesa analoga all'esplosione della new economy degli inizi del XXI secolo, permessa dallo scambio di dati su web e dall'abbattimento del costo di calcolatori assai potenti. Come il web stravolse il sistema economico, aprendo allo sviluppo di giganti monopolisti (Gafa), così la new space economy ha visto, in pochi anni, l'affermazione, a livello globale, di realtà come SpaceX e Planet Labs. Un ulteriore passo in questa direzione è la rivoluzione del settore delle telecomunicazioni satellitari: la realizzazione di megacostellazioni, formate da decine di migliaia di satelliti, permetterà di interconnettere miliardi di nuovi utenti, con auspicabili impatti positivi per i paesi in via di sviluppo, meno dotati di infrastrutture di telecomunicazioni: anche qui, però, si intravede la presenza di soggetti monopolistici, come nel caso di Starlink, uno dei progetti firmato da Elon Musk, che ha già messo in orbita 600 satelliti sui complessivi 12.000 previsti. «Questo vorticoso sviluppo della nuova economia spaziale è caratterizzato da criticità di cui occorre tenere conto — avverte Battiston — una fra tutte la gestione del traffico e della spazzatura spaziale». Le future megacostellazioni e, in generale, la crescita di piccoli satelliti messi in orbita ogni anno, aggiungeranno, infatti, decine di migliaia di satelliti agli oggetti già orbitanti intorno alla Terra: si calcolano in orbita circa 34.000 oggetti delle dimensioni maggiori di 10 centimetri, quasi un milione tra 1 e 10 centimetri, in gran parte spazzatura spaziale, perché i satelliti funzionanti sono un migliaio, mentre il resto è costituito da frammenti di collisioni o porzioni di lanciatori galleggianti intorno al pianeta.

Nello spazio si sta verificando qualcosa di simile a quanto già visto con l'inquinamento sulla Terra?

Beh, il progresso scientifico ed economico non è stato accompagnato da una corrispondente consapevolezza etica e giuridica, capace di preservare un bene comune, in questo caso uno spazio sufficientemente vuoto da ospitare, senza rischi, nuovi satelliti. È come aver progettato autostrade a dieci corsie, senza tratteggiare le carreggiate e senza guardrail: satelliti e loro frammenti sono esposti, ogni istante, a possibili collisioni. Occorre urgentemente una regolamentazione che interrompa il far west spaziale dell'occupazione delle orbite, prima che sia troppo tardi. Lo spazio circumterrestre è parte, del resto, di quella casa comune di cui parla Papa Francesco nella Laudato si’ e, come tale dovrebbe essere gestito.

Un discorso analogo coinvolge la militarizzazione dello spazio, perché sta fortemente aumentando la dimensione strategico-militare, non solo in chiave difensiva, ma anche come capacità di intervento offensivo.

Un’attività spaziale, intensa ma discreta, orientata a scopi militari ha sempre accompagnato quella civile, in modo simbolico, come durante il periodo della space race, con le superpotenze in competizione per la supremazia tecnologica, e più concretamente, con l'osservazione della superficie degli altri paesi. Negli anni ’60, nel pieno della corsa agli armamenti di distruzione di massa, il timore della proliferazione nucleare nello spazio spinse le superpotenze a siglare un accordo per l’utilizzo pacifico dello spazio, l'Outer Space Treaty, a cui ancora oggi aderisce la quasi totalità delle nazioni. Questo proibisce il posizionamento di armi nucleari nello spazio, stabilisce il principio della libera esplorazione spaziale di tutte le nazioni e vieta ad un singolo stato il possesso dello spazio esterno o di un corpo celeste.

Non proibisce, però, né la militarizzazione né lo sfruttamento dello spazio a fini commerciali, e, con l’avvento di nuove tecnologie, ai tradizionali satelliti spia e di telecomunicazione criptata si sono aggiunti nuovi strumenti per una possibile guerra spaziale, in particolare, connessi alla possibilità di distruzione di satelliti dallo spazio, da Terra, o, con la tecnica più raffinata dell'accecamento con fasci di onde elettromagnetiche.

Da questo punto di vista, lo spazio sta avvicinandosi ad altri settori: l’aviazione, la navigazione, i trasporti terrestri. Come navi o aerei, i satelliti sono identificabili in base alla nazionalità, non alla localizzazione. A differenza di questi, però, i satelliti — civili, scientifici e militari — orbitando attorno alla terra, non mantengono le distanze e intersecano di continuo i loro cammini: qui, infatti, non esistono acque territoriali o spazi aerei. Questa situazione dinamica richiede un monitoraggio continuo da terra, teso a scongiurare collisioni accidentali o intenzionali, e regole, tese a gestire in modo ordinato l'operatività dei satelliti.

Ancora una volta, lo spazio si dimostra un ambito privilegiato ma fragile: una guerra spaziale, finalizzata a colpire i satelliti nemici, spargerebbe grandi quantità di frammenti fuori controllo, a loro volta dannosi per altri satelliti e corpi orbitanti.

Esatto: questa possibile reazione a catena, chiamata sindrome di Kessler, porterebbe in breve al collasso dell’intera infrastruttura spaziale. Considerata l'influenza delle strategie statunitensi nel settore spaziale e delle scelte dell'amministrazione Trump, i condizionamenti sulle opzioni degli altri paesi sono ovvi. Poco dopo l'insediamento ai vertici della Nasa di un politico invece che un tecnico — cosa mai fatta prima — in Russia il direttore generale di Roscosmos è stato sostituito con l'ex vice primo ministro, Dmitry Rogozin. A ciò si aggiunga la creazione, già tentata senza successo in passato, di una Space Force Usa, un corpo della difesa dedicato interamente al settore spaziale e la ricostituzione dello Space Council, organo politico presieduto dal vicepresidente, Mike Pence, incaricato di definire le direzioni dell’attività spaziale americana. Da qui, diversi paesi europei, tra cui Francia e Italia, hanno intrapreso iniziative analoghe, creando organi dedicati agli aspetti militari dello spazio. La stessa Comunità europea, nell’ambito del nono programma quadro, ha attivato un Commissario responsabile per i temi di Industria, Spazio e Difesa, aumentando il bilancio riservato ai programmi spaziali, in particolare, in merito ai progetti di sicurezza e difesa comune.

Una tendenza così spiccata a politicizzare lo spazio non trasferisce nello scenario dell'esplorazione spaziale le tensioni tipiche dell'arena politica, sovrapponendo obbiettivi scientifici ed interessi nazionali?

Certo. L’esempio più clamoroso è forse rappresentato dalle prospettive dell’esplorazione della Luna e di Marte, dopo la fine dell’operatività della ISS (International Space Station), prevista per la fine del decennio. La ISS è stato uno straordinario strumento di distensione tra americani e russi: un ambizioso e lucido programma pluridecennale di stretta collaborazione tra due superpotenze, mentre sulla terra persistevano rapporti da guerra fredda. Coinvolgendo anche Europa (ESA), Canada e Giappone, la ISS rappresenta ad oggi l'emblema di una collaborazione multilaterale globale: non a caso candidata prescelta al premio Nobel per la pace. Per anni si ipotizzata, come passo successivo della collaborazione globale l’esplorazione umana di Marte, con una gestione che avrebbe visto coinvolta, oltre agli storici partners, la Cina, paese che ha sviluppato negli ultimi decenni un formidabile programma spaziale.

L’amministrazione Trump, invece, nel ridefinire gli obiettivi del programma di esplorazione statunitense, ha preso una diversa direzione, puntando ad una base lunare targata USA.

Con questa scelta si è sostanzialmente sancito l'abbandono dello schema multilaterale della Iss, a favore di un approccio bilaterale tra gli Usa e i singoli paesi "like minded", e si è confermato il veto di collaborazione con la Cina, già esclusa dalla partecipazione alla Iss. In questo modo, perfino gli antichi rapporti di cooperazione spaziale tra Stati Uniti e Russia ne escono vacillanti. Non sono casuali lo scarso interesse, per nulla celato, della Russia nei riguardi del programma Usa di ritorno sulla Luna, e il rafforzamento dell'intesa spaziale con la Cina.

Si sta definendo un quadro dai contorni molto diversi da quelli della collaborazione globale a cui ci aveva abituato la Iss: uno scenario in cui l’Europa, le cui ambizioni sono globali, rischia di trovarsi schiacciata.

Attualmente, il grande potenziale di cooperazione spaziale pacifica, a livello globale, è in secondo piano rispetto ad una separazione in blocchi di influenza politica ed economica. Oltre alle dimensioni scientifico-tecnologica, economica e militare, compresenti nell'ambito spaziale, si fa largo un'ulteriore dimensione, paragonabile alla conquista di nuove terre, a partire dal XV secolo, da parte dei paesi del vecchio continente.

Questa è legata alla considerazione che lo spazio profondo è vastissimo e con risorse minerarie ed energetiche che, paragonate a quelle della terra, sono letteralmente infinite? Anche se estrarle e sfruttarle è, ad oggi, enormemente complesso e costoso…

Esatto. D’altra parte, lo spazio vicino è anche tendenzialmente vuoto, dunque, dobbiamo portarci tutto da casa con costi conseguenti. Da qui il grande interesse verso le tecnologie che permettono di sfruttare ciò che è già in situ: ad esempio, il ghiaccio d’acqua nei crateri perennemente bui delle calotte polari lunari, assai utile per il combustibile per i trasporti spaziali del futuro. O ancora, le strutture degli stadi dei lanciatori abbandonati attorno alla terra, che, una volta recuperate, servirebbero alla produzione di stazioni orbitanti, come proposto dall’imprenditore Jeffrey Mamber, lo stesso che ha commercializzato il lancio di microsatelliti dalla Iss.

Lo spazio è una zona di confine dove l’intuito imprenditoriale può aprire a nuovi, inaspettati mercati, un po’ come nel far west, quando banchieri e mercanti accompagnavano l’avanzata dei cercatori d’oro?

I milioni di asteroidi del sistema solare sono come le miniere sulla terra: alcuni contengono quantità enormi di elementi rari o preziosi e tutto consiste nell'identificare quelli giusti e nel saperli trattare. Sono necessarie, però, regole chiare, definite a priori, in modo da stimolare l’iniziativa privata, evitando lo scontro tra interessi nazionali: alcuni paesi, come Usa e Lussemburgo, hanno già intrapreso un percorso di regolamentazione della materia con legislazioni specifiche, in previsione del momento in cui la tecnologia renderà possibile raggiungere e sfruttare le risorse minerarie dei corpi minori del sistema solare.

Quali prospettive intravede?

Lo spazio del XXI secolo promette grandi opportunità, ma impone una sfida epocale: gestire un bene comune assai fragile. L’esperienza della Iss, dove Usa e Russia hanno saputo collaborare lealmente anche nei momenti di massima tensione politica, ha dimostrato il potenziale di pace che lo spazio può esprimere e i traguardi raggiungibili grazie alla collaborazione globale. Così come l’Iss è un concreto segnale di speranza, uno spazio di pace è il concreto obbiettivo per gli uomini di buona volontà del terzo millennio.

di Silvia Camisasca