· Città del Vaticano ·

La priorità non è l’economia ma la persona

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In un’intervista al cardinale segretario di Stato

28 agosto 2020

«La pandemia sta insegnando in modo drammatico che nessuno può farcela da solo: per fronteggiare il virus c’è bisogno di una risposta condivisa e coordinata. Lo stesso vale per guarire dai mali dell’indifferenza, della solitudine e dell’inimicizia». Lo afferma il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin in una intervista a Carlo Di Cicco pubblicata giovedì 27 agosto sul sito www.ripartelitalia.it.

«La priorità non è l’economia, in quanto tale, ma l’essere umano» spiega subito il porporato. «Il Covid-19 — continua — non ha provocato solo una crisi sanitaria ma ha colpito molteplici aspetti della vita umana: la famiglia, la politica, il lavoro, le imprese, il commercio, il turismo, ecc... Il carattere espansivo e interconnesso della pandemia ci ricorda costantemente l’osservazione di Papa Francesco che “tutto è connesso”».

Secondo il segretario di Stato, «se tutti i Governi sono stati costretti a prendere misure drastiche, al punto da fermare tante attività economiche per combattere la pandemia, significa che la priorità non è l’economia, ma la persona. Ciò implica anzitutto prendersi cura della salute». Tuttavia — prosegue — «la dottrina sociale della Chiesa, che è radicata nell’antropologia cristiana, ci ricorda che non ci si può limitare a curare solo la salute del corpo. Occorre badare all’integralità della persona umana, che dev’essere quindi l’obiettivo prioritario dell’impegno politico ed economico, in un’etica di responsabilità condivisa nella casa comune».

«Di conseguenza — fa presente il cardinale — la Chiesa invita a ritrovare la vocazione dell’economia al servizio dell’uomo, per garantire a ogni persona le condizioni necessarie per uno sviluppo umano integrale e una vita dignitosa. “Ora più che mai — scriveva Papa Francesco nella Pasqua dell’11 aprile scorso — sono le persone, le comunità e i popoli che devono essere al centro, uniti per guarire, per curare e per condividere”».

Per il cardinale Parolin, «vanno perciò evidenziati alcuni pericoli apparsi nella lotta contro la pandemia, come il prevalere di approcci antropologici riduttivi che, concentrandosi sulla salute corporea, rischiano di considerare di fatto trascurabili le dimensioni spirituali. Nella situazione di drammatica emergenza che abbiamo vissuto — prosegue — si è palesato il limite di un’interpretazione delle questioni sanitarie secondo paradigmi esclusivamente tecnici che ha praticamente negato alcuni bisogni fondamentali, ad esempio ostacolando la prossimità dei familiari e l’accompagnamento spirituale dei malati e dei moribondi. Questo richiede che si sviluppi una riflessione più approfondita circa i molteplici interrogativi che la pandemia ha posto dinanzi noi».

La pandemia «ha rivelato tanto la nostra interdipendenza quanto la nostra comune debolezza, la fragilità condivisa», è il pensiero del segretario di Stato. «Quando dominava la logica della dissuasione nucleare — ricorda — san Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, sottolineò l’interdipendenza tra le comunità politiche: “Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa”. E Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ sottolinea: “L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, a un progetto comune”. D’altronde — lo ricordava Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis — oggi siamo di fronte a una interdipendenza tecnologica, sociale e politica, che esige urgentemente un’etica di solidarietà».

«Tuttavia — spiega ancora il proporato — anziché favorire la cooperazione per il bene comune universale, vediamo sempre più ergersi muri intorno a noi, esaltare frontiere come garanzia di sicurezza e praticare sistematiche violazioni del diritto, mantenendo una situazione di conflitto globale permanente». Come ha ricordato Papa Francesco a Nagasaki, «la spesa per gli armamenti ha raggiunto il suo culmine nel 2019, e ora c’è un rischio serio che, dopo un periodo di diminuzione, dovuto anche alle restrizioni legate alla pandemia, continui ad aumentare». E «proprio questo tempo mostra, invece, che bisogna seminare l’amicizia e la benevolenza piuttosto che l’odio e la paura». Del resto, «l’interdipendenza planetaria richiede risposte globali ai problemi locali — ribadisce con insistenza Papa Francesco nell’incontro con i Movimenti popolari del 2015 — perché la globalizzazione della speranza [...] deve sostituire questa globalizzazione dell’esclusione e dell’indifferenza!».

A questo proposito il cardinale fa notare che «il quadro di riferimento disegnato dal Papa Francesco per l’economia si trova soprattutto nella Laudato si’, che sviluppa a sua volta la Caritas in veritate di Benedetto XVI». Sono «le due grandi encicliche sociali più recenti. Benedetto parlava di una economia in cui deve trovare spazio la logica del dono, il principio di gratuità, che esprime non solo la solidarietà, ma ancor più profondamente la fraternità umana. Francesco ha rilanciato il tema dello sviluppo umano integrale nel contesto di una “ecologia integrale”, ambientale, economica, sociale, culturale, spirituale. L’insegnamento sociale della Chiesa, a cui moltissimi riconoscono solidità di fondamento e di orientamento, dimostra di sapersi aggiornare con continuità per rispondere alle domande dell’umanità con coerenza e visione d’insieme».

Oggi «la pandemia porta una scossa formidabile a tutto il sistema economico e sociale e alle sue presunte certezze, a tutti i livelli» afferma ancora il cardinale Parolin. «I problemi di disoccupazione — denuncia — sono e saranno drammatici, i problemi di salute pubblica richiedono la rivoluzione di interi sistemi sanitari ed educativi, e il ruolo degli Stati e i rapporti fra le nazioni cambiano. La Chiesa si sente chiamata ad accompagnare il cammino complicato che sta davanti a tutti noi come famiglia umana». E «deve farlo con umiltà e saggezza, ma anche con creatività». Per il porporato, insomma, «ci sono dei principi solidi di riferimento, ma oggi è quanto mai urgente una creatività coraggiosa, perché la crisi drammatica della pandemia non si risolva in una terribile tragedia, ma apra spazi per la conversione umana ed ecologica di cui l’umanità ha bisogno».

In conclusione il segretario di Stato auspica «che quanto abbiamo vissuto nei primi mesi di pandemia abbia alimentato in molti fedeli una maggiore consapevolezza della vita sacramentale, unitamente al desiderio e all’attesa di una più viva partecipazione alla liturgia, culmine e fonte di tutta quanta la vita della Chiesa».