· Città del Vaticano ·

La banale tragicità del male

Ivan Garrini, «Tra il bene e il male»

Spunti di teodicea al femminile in tempo di pandemia

28 agosto 2020

Pubblichiamo «Spunti di teodicea al femminile», stralcio della relazione su «La teodicea ieri e oggi. La banale tragicità del male», tenuta in videoconferenza da Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale alla Pontificia università lateranense, facente parte di un ciclo di quattro lezioni (25-28 agosto) sulla Teodicea di Antonio Rosmini, dal tema «Lezioni di Teodicea. Dio, il male e il dolore innocente». Il tema è stato scelto dal Centro internazionale di studi rosminiani di Stresa, in collaborazione con l’ateneo lateranense, e proposto agli studiosi e amici di Rosmini come segno di continuazione dei simposi dedicati al beato di Rovereto, sospesi quest’anno a causa della pandemia.

A nessuno sarà sfuggito come il sottotitolo di questa “lezione” faccia riferimento ad Hannah Arendt e al suo famoso testo-reportage sul processo a Karl Adolf Eichmann, che molti citano senza aver letto o al massimo avendo visto il film del 2012 di Margarethe von Trotta (l’edizione Feltrinelli del dvd è accompagnata da un opuscolo, Sulla normalità del male, con scritti di Simona Forti). Fin dagli inizi della pandemia, accompagnata dall’infodemia, che dovremmo imparare a riconoscere, non sono mancati tentativi, più o meno riusciti ma che si sono rivelati nefasti, di banalizzare il tragico. Ed ora, proprio in quei paesi in cui il potere ha innestato la banalizzazione, si verifica la diffusione e la mortalità in maniera più vistosa e diffusa. Nel descrivere la posizione del criminale nazista che veniva processato a Gerusalemme, la Arendt non manca di evocare la sua teologia (che può essere quella del nazismo). «Secondo le sue credenze religiose, rimaste immutate dal tempo del nazismo (a Gerusalemme dichiarò di essere un Gottgläubiger, “credente in Dio” — il termine nazista per indicare chi ha rotto col cristianesimo — e rifiutò di giurare sulla Bibbia), questo avvenimento andava ascritto a un “Essere razionale superiore” (Höherer Sinnesträger), un’entità più o meno identica a quel “movimento dell’universo” a cui la vita umana, priva in sé di un “significato superiore” è soggetta».

La Arendt avverte il lettore che denominare Dio Höherer Sinnesträger equivaleva a dargli un posto di preminenza nella gerarchia militare. E rispetto a questa entità superiore Eichmann si percepiva come un befehlsempfänger, ovvero un portatore di ordini e al tempo stesso un depositario di segreti, geheimnisträger. Ed eccoci al punto decisivo, in cui si svela la banalità del male: la burocrazia del sistema. Infatti «il gergo burocratico era la sua lingua», farcita di cliché, che rivelavano la sua “incapacità di pensare”. Non era un “mostro”, ma forse nemmeno un “buffone”; in lui si manifestava, come in molti oggi, in tutto il suo splendore, la mediocrità della burocrazia. Il suo avvocato — e con questo richiamo comprendiamo meglio la preoccupazione del teologo Schweitzer — ebbe a dire che Eichmann «si sentiva colpevole dinanzi a Dio, non dinanzi alla legge», per certi aspetti un’Antigone capovolta.

Raccolgo un’espressione particolarmente significativa che si può rinvenire nel carteggio della Arendt con Gershom Scholem (in Ebraismo e modernità, Unicopli, Milano, 1986): «Ho cambiato idea — scrive l’allieva di Heidegger — e non parlo più di male radicale, ora credo che il male non sia mai “radicale”, ma che sia solamente estremo e che non possieda né profondità né spessore demoniaco». Agisce e opera in quanto «sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di andare in profondità, di toccare le radici nel momento in cui si occupa del male, è frustrato perché non trova niente. È la sua banalità. Solo il bene ha profondità e può essere radicale». Dovremo tornare al periodo bellico per rinvenire in una lettera di Karl Jaspers alla Arendt un motivo di incredibile attualità, in quanto il filosofo, per esprimere la “normalità” del male si affida all’esempio dei batteri, capaci di provocare epidemie letali per intere popolazioni, ma che restano pur sempre microorganismi.

Allora il “male estremo” ci conduce all’idea di Simone Weil del malheur, che non è la disgrazia e neppure il malessere, che vedrebbe al suo opposto il benessere: si tratta piuttosto dello “sradicamento”. Nella prospettiva fortemente kenotica e se si vuole anche suggestivamente eucaristica di questa “cristiana senza Chiesa”, il crocifisso esprime l’estremo malheur, come distacco dal Padre, abbandono di Dio, distanza infinita fra Dio e Dio, già mirabilmente espressa in un lungo frammento pascaliano, dove si dice che «Cristo sarà in agonia fino alla fine del mondo» (frammento 553, Edizioni Brunschvicg).

Il mistero d’iniquità è comunque la chiave del mistero della croce, dove ogni teodicea “razionale” s’infrange e subisce l’estremo scacco. Due suggestioni della Weil ci aiutano in qualche modo a leggere questo scacco e a pensare la cristosofia sulla base della staurologia: «Il male, terza dimensione del divino. Solitudine dell’uomo. Distanza da Dio. Trascendenza. La contemplazione perfettamente pura della miseria umana ci strappa al cielo. Croce» (Quaderni, ii, Adelphi, Milano, 1985); e «Dio è crocifisso per il fatto che esseri finiti, sottomessi alla necessità, allo spazio e al tempo, pensano. Come per i mal di testa, io posso macchiare tutto l’universo con la mia miseria e non avvertirla, oppure raccoglierla in me. Somigliare a Dio, ma a Dio crocifisso. A Dio potente in quanto si è legato alla necessità» (ibidem), dove questa categoria o nozione nel pensiero della Weil risente fortemente dell’influsso ellenico in genere e platonico in specie. Non risulta difficile — e peraltro il compito mi sembra essere stato esaurientemente svolto da Roberto Gallinaro in un suo bel saggio sul pensiero della Weil (La cristosofia di Simone Weil fra religione, filosofia ed etica, Luciano, Napoli, 2000) — mostrare le distanze e segnare le differenze fra questa prospettiva cristologica e la cristologia dogmatica cristiana e cattolica. Ma forse, almeno in questa sede, non sembra opportuno vagliare con le formule del Denzinger un pensiero suggestivo e fecondo: «La croce qui si scioglie nella necessità e nella bellezza della necessità imparziale, indifferente. La meraviglia dell’essere è di annientarsi. Il consentire alla necessità è la risposta alla parola della croce, ma non basta l’esposizione sul legno, occorre inchiodarsi, essere inchiodati. Un aspetto della tendenza gnostica [della Weil] è la generalizzazione delle intuizioni precristiane, che fanno del cristianesimo soltanto lo sbocco e la fioritura del pre-cristianesimo storico eterno. Lo scopo perseguito sarebbe quello di abbassare Israele e l’AT per collegare direttamente ellenismo e cristianesimo. Ciò nonostante, la voce della Weil, veramente assillata dalla passione di Cristo, è una delle più commoventi tra quelle che hanno articolato l’ultimo grido della croce» (Xavier Tilliette, Verbum crucis. La filosofia della croce, in Il Cristo dei non credenti e altri saggi di filosofia cristiana, Ave, Roma, 1994).

Accanto all’autentica gnosi — che non ha nulla a che vedere con lo gnosticismo da cui ci mette in guardia Papa Francesco — la Weil coltiva un rapporto, che non possiamo non considerare fecondo, anche alla luce del Nuovo testamento (penso ad Atti degli apostoli, 17) e di Giustino, con lo stoicismo. Proprio all’inizio del lockdown, veniva pubblicato il volume di Massimo Pigliucci e Gregory Lopez, Stoicismo. Esercizi spirituali per un anno (Garzanti, Milano, 2020), ispirato al manuale di Epitteto (peraltro tradotto da Giacomo Leopardi) e agli scritti di Seneca. La presentazione sul quotidiano «la Repubblica» di Maurizio Ferraris si concludeva con una suggestiva citazione pascaliana: «Pregate, pregate: la fede seguirà!». E di tali “esercizi spirituali” abbiamo estremamente bisogno in tempi di pandemia.

Tornando alla Weil, una sua acuta interprete quale Sabina Moser, legge il superamento dello sradicamento della pensatrice proprio nei termini di una ritrovata alleanza del cristianesimo nello stoicismo. L’insegnamento stoico per lei è stato «luogo di incontro fra lo spirito della grecità e l’autenticità del messaggio cristiano», avendo espresso la convinzione che «il cristianesimo non sarà incarnato fino a quando non avrà fatto suo il pensiero stoico, essendo quest’ultimo l’erede di quegli aspetti del mondo ellenico che ancora oggi possono essere recuperati e riproposti» (Beatrice Iacopini e Sabina Moser, Uno sguardo nuovo. Il problema del male in Etty Hillesum e Simone Weil, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009).

di Giuseppe Lorizio