· Città del Vaticano ·

L’arte di trasformare la fragilità in forza

Particolare dalla copertina

«Non superare le dosi consigliate» di Costanza Rizzacasa d’Orsogna

05 agosto 2020

Un romanzo durissimo, coraggioso, necessario


Tremendo e durissimo, coraggioso, necessario e grondante d’amore: è tutto questo Non superare le dosi consigliate (Milano, Guanda 2020, pagine 256, euro 18), primo romanzo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna. Un libro difficile da dimenticare.

«Non c’è un problema che un farmaco non curi, mamma lo dice sempre. A casa nostra non si parla, si prendono medicine. Così lei mi dà il Dulcolax ogni sera perché sono una bambina grassa. Due compresse, quattro, otto. E io non so che legame ci sia tra il Dulcolax e una bambina grassa, visto che non dimagrisco». Matilde ha 8 anni quando la conosciamo: madre bulimica, padre immobile, fratellino che la sorella grande imparerà a scoprire, a scuola la bambina elemosina biscotti, a casa ruba il pane tra sensi di colpa che le fanno sognare il taglio della mano. Da lì sarà sempre una lotta a salire e a scendere; a cercare la propria strada e la propria storia tra successi e dipendenze, grande talento, sconfitte ed enormi vuoti.

È un romanzo coraggioso, Non superare le dosi consigliate. Senza nascondere nulla, Rizzacasa d’Orsogna è chirurgica nel raccontare tanti anni di disturbi alimentari, le difficoltà e i traumi causati da una malattia che i più ancora non riconoscono come tale. Bollandola semplicemente come una mancanza di volontà, gravissimo vizio per la società di oggi.

Oltre che terribile e coraggioso, Non superare le dosi consigliate è un libro necessario. Innanzitutto perché invita a guardare in faccia il bullismo quotidiano — ora strisciante, ora macroscopico ma comunque sempre violento. È il bullismo dei bambini, ma è anche e soprattutto il bullismo degli adulti. Ricordando che senza il secondo non ci sarebbe il primo, anche se tanti grandi si scandalizzano di quello che fanno i piccoli, laddove quello che i piccoli fanno è — semplicemente — imitarli. Del resto, anche in questo la famiglia è la cellula di molte situazioni: del disagio delle vittime e della violenza dei carnefici, in una contrapposizione molto più intrecciata e complessa di quanto non vogliamo raccontarci.

Quello verso le persone sovrappeso è un bullismo riconducibile anche alla distorta idea che chi è obeso se lo sia cercato. «Perché il bullismo è perdonato — scrive Rizzacasa d’Orsogna — se a scatenarlo è il tuo peso. Come se la g di grasso fosse una lettera scarlatta. E allora abbozzi e dici: “Hai ragione” o “Capisco”. Abbozzi, e vai a piangere a casa. (…) “Ma non puoi dimagrire, così non t’insultano più?”. Solo che non è quello il punto».

Il punto è la necessità di restituire alle cose il loro nome. E se una malattia è una malattia, questa però non esaurisce l’individuo. «Io non sono la mia malattia — ci ricorda Matilde — Il mio peso non c’entra nulla con il mio valore». Del resto, già con il libro per bambini Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare (Guanda, 2018), Rizzacasa d’Orsogna aveva cercato di raccontare ai piccoli il valore di quello che si è ben al di là dei propri limiti, e l’arte di trasformare la fragilità in forza.

Rivolgendosi ora agli adulti, tra i tanti temi che emergono dal racconto di Matilde vi è la questione di ridefinire l’origine del problema, per proporre una narrazione — e quindi una storia di sé — che piaccia di più al prossimo. Nella serie televisiva statunitense Special, il protagonista Ryan, un ventottenne con una paralisi cerebrale dalla nascita, per farsi accettare racconta di aver subito il trauma a seguito di un incidente automobilistico. Matilde, arrivata a uno dei suoi massimi picchi di peso, si inventa problemi di salute. «Se dici che hai un problema di tiroide non è dipeso da te, non è colpa tua, chi lo sa non ti bullizza».

Ryan, Matilde: al di là delle differenze tra le due storie, perché deve essere necessario cambiare la narrazione di noi stessi per farsi accettare non tanto in quello che siamo realmente, ma in quello a cui gli altri vorrebbero inchiodarci, un povero disabile, una ragazza obesa?

Matilde fatica, annaspa, brancola; anche quando ottiene grandi risultati professionali, Matilde scivola. Ed è proprio questo suo essere ancora in cammino la forza del libro. «E se vi dicessi che (…) sono ancora lì? Che vuol dire normale?». Non è la storia di una vittoria Non superare le dosi consigliate, e per fortuna perché siamo un po’ stanchi di storie di vincenti. A 46 anni Matilde si congeda dai lettori mentre è ancora in cammino.

Nella storia di questa donna colpisce anche l’amore che prova e continua a provare per la sua famiglia. La sua famiglia sgangherata, problematica, con tantissime colpe; eppure non c’è mai una nota di odio, di recriminazione quando invece imputare tutto a chi indubbiamente di errori ne ha compiuti, sarebbe stato facile e comodo. Ma sarebbe stata una scorciatoia. Matilde invece sta cercando di vivere la sua vita — tutta, con coraggio ed enormi difficoltà.

«Sbrigati a trovare la tua voce», le dice un professore, introducendo la variabile tempo che nella storia di Matilde ha un senso particolarissimo. E probabilmente, annaspando tra salite e discese, Matilde la sua voce l’ha trovata.

Sicuramente noi lettori l’abbiamo sentita. Perché se la letteratura aiuta a individuare la propria strada, aiuta anche a incrociare quella degli altri. «Perché nessuno vuole entrare nella testa di una persona grassa, cosa temete di trovarci?»: questo romanzo aiuterà, e molto, a suggerire un nuovo sguardo.

di Giulia Galeotti