· Città del Vaticano ·

Il thriller non ammette licenze poetiche

«Il sangue nei miei gialli è vero» diceva la scrittrice di Oxford

Cent’anni fa nasceva la scrittrice inglese P. D. James

06 agosto 2020

Il 1920 è stato senza dubbio un anno che ha segnato una svolta per il romanzo poliziesco. Venne infatti pubblicato il primo giallo di Agatha Christie, The Mysterious Affair at Styles (in cui già s’impone quella che sarà l’immarcescibile figura di Hercule Poirot) e il 3 agosto nasceva P. D. James, ovvero colei che, tra i tanti presunti eredi della Christie, è l’unica, ad onor del vero, a risultare all’altezza, vertiginosa, della “regina del giallo”. Cent’anni fa dunque nasceva una donna destinata a lasciare un marchio indelebile nell’intrigante mondo della detective story. Ma non solo.

A riprova di un ingegno versatile e di una penna dal magistero impeccabile, la James riuscì a realizzare un capolavoro, I figli degli uomini, pubblicato nel 1993 e ambientato nel 2021, cioè per noi, adesso, a un passo dal futuro (dal romanzo è stato tratto il film diretto, nel 2006, da Alfonso Cuaron). Un futuro che la scrittrice descrive catastrofico: l’umanità è sterile e sembra dunque avviata inesorabilmente all’estinzione. Del resto da ben venticinque anni non nascono bambini sulla Terra. Gli Stati allora s’impegnano a preparare la loro testimonianza per una posterità a cui sono in pochi a credere. L’Inghilterra, dal canto suo, è retta da un dittatore che governa con dispotico egualitarismo: i vecchi sono incoraggiati a suicidarsi, gli immigrati sono soggetti a schiavitù. Questo inquietante scenario è tramandato da Theodore Faron, docente al Marton College di Oxford e cugino del governatore d’Inghilterra. Il caso gli farà incontrare una donna, membro di un gruppo di ribelli che sfidano il potere del dittatore, la quale lo coinvolgerà in piani sovversivi, in un crescendo di situazioni tanto surreali quanto affascinanti. Ma il surrealismo — va sottolineato — non svapora in un vuoto cosmico: al contrario, rivela una salda presa con la realtà, caricandosi per giunta di una dimensione profetica che, per certi versi, è dato ora di constatare a noi lettori, che quel futuro immaginato dalla James lo viviamo adesso — con un alto grado di criticità — come presente. Una speranza, alla fine del romanzo, sembra baluginare: una donna del gruppo è incinta e sta per partorire. È questo il segno inequivocabile di un’umanità che si appresta a rifiorire?

Dopo aver lavorato al Dipartimento di polizia e criminologia di Londra, ed aver fatto il giudice di pace, P. D. James (che fu anche membro permanente della Camera dei Lord) decise di darsi alla scrittura di romanzi polizieschi, impiegando le conoscenze — assai utili e funzionali — acquisite a lavoro. Esordì, nel 1962, con Copritele il volto, cui seguiranno altri gialli, tra i quali, Un lavoro inadatto a una donna (1972), La torre nera (1973), Un gusto per la morte (1986). Sono opere che hanno il merito non solo di intrigare il lettore grazie a una trama coinvolgente e a un alone di mistero destinato a essere svelato solo all’ultima pagina (o quasi), ma anche di incantare in virtù di uno stile letterario di un’eleganza raffinata, che si specchia in una prosa frondosa, ciceroniana, ricca di aggettivi, mai superflui, e sempre al posto giusto.

La sua era una prosa così signorile che un critico letterario — ricorda il «Daily Telegraph» — affermò che era un peccato che la James sprecasse il proprio tempo e il proprio talento nello scrivere gialli, quando invece avrebbe potuto aspirare a un genere letterario più alto, come per esempio un romanzo classico, alla Dostoevskij. Non si fece attendere la replica della James, la quale fece presente all’interlocutore quanto fosse difficile dare vita a un romanzo giallo. Un’impresa che richiede «la massima concentrazione» perché tutti i meccanismi si devono incastrare alla perfezione. Negli altri generi letterari, usava rammentare la scrittrice, si può anche sbagliare qualche dettaglio: uno sbaglio che si potrebbe far passare per “licenza poetica”. Ma il giallo non ammette nemmeno un errore: «Il lettore non te lo perdonerebbe mai».

Se Agatha Christie aveva il suo Poirot (e Miss Marple, ben s’intende), P. D. James aveva il suo Adam Dalgliesh, l’ispettore cui è affidato il compito di fare giustizia. È un poeta (anche lui, può sembrare ironico o paradossale, non ammette licenze poetiche) e ama scrivere versi anche nel pieno di un’indagine sebbene essa assorba le sue migliori energie. Ma la sua indole poetica non lo rende in qualche modo più morbido nei riguardi delle brutture della società. Una volta individuato e catturato il colpevole, lo tratta con la dovuta severità, come se vedesse in lui (o in lei) il turpe e vile strumento che ha sfregiato la bellezza e l’armonia del mondo. Proprio quella bellezza e quell’armonia che i suoi versi cercano di rappresentare o, comunque, di evocare. A ben guardare c’è un preciso legame che unisce Poirot e Dalgliesh: entrambi vanno al di là del delitto e si cimentano in riflessioni sulla vita e sulla morte che non degradano mai nella retorica: al contrario, sono meditazioni incisive e illuminanti. La differenza, semmai, è data dallo stile linguistico. Quello della Christie è sommamente spoglio, quasi spartano, quello della James è rigoglioso, quasi lussureggiante. Ma il risultato è lo stesso.

Nell’ultima pagina del Paziente privato (2008), l’ultimo giallo in cui compare Dalgliesh, a conferma di una cifra narrativa che non si limita a raccontare un omicidio e a illustrare le dinamiche ad esso connesse, ma che scava in profondità, si legge: «Atti orribili vengono commessi ogni minuto e alla fine muoiono quelli che noi amiamo. Se le urla di tutte le creature viventi convergessero a formare un solo grido di dolore, sicuramente tale grido farebbe vacillare le stelle. Ma noi abbiamo l’amore. Potrebbe sembrare una fragile difesa da opporre agli orrori del mondo, ma dobbiamo tenere duro e credere in esso, perché è tutto ciò che abbiamo». Una sorta di testamento spirituale che acquista una pregnanza ancor più rilevante perché posta a suggello non di un saggio filosofico o morale, ma di un thriller, di cui la scrittrice rivendica piena dignità letteraria.

A riprova del suo stile forbito e impregnato di rimandi culturali, c’è il fatto che la James, già a partire dai primi gialli, tendeva a soffermarsi nella descrizione delle vetrate istoriate delle chiese: descrizione degna dei migliori manuali di critica d’arte. Si racconta che il primo editore, entusiasta della trama, lo fosse molto meno di questa pur colta divagazione, tanto da ordinarne il taglio. La James ci rimase molto male ma dovette scendere a un compromesso, altrimenti rischiava (la sua fama di scrittrice doveva ancora diffondersi) di non vedere pubblicato il libro. Comunque non si perdette d’animo. E quando la notorietà le arrise in tutto il suo fulgore, riprese a descrivere, minutamente, le vetrate istoriate delle chiese. Ma a quel punto l’editore di turno, ammesso che volesse emendare il testo espungendo la divagazione, non riteneva né saggio né redditizio intervenire. P. D. James era ormai diventata un’istituzione vivente e, in quanto tale, intoccabile.

di Gabriele Nicolò