· Città del Vaticano ·

Il paradosso della società parassita di massa

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Intervista al sociologo Luca Ricolfi

12 agosto 2020

La nostra società vive di un paradosso: è opulenta e poverissima allo stesso tempo. Disoccupazione di massa, impoverimento del ceto medio e distruzione del tessuto imprenditoriale convivono con l’esistenza di un consumo cospicuo e alti tenori di vita. Come comprendere questo paradosso? La pandemia sta dando il colpo di grazia al nostro mondo? Ne abbiamo parlato con Luca Ricolfi, sociologo, docente di Analisi dei dati all’università di Torino. Secondo lui, la nostra società è una “società signorile di massa”, come recita il titolo di un suo fortunato saggio (La Nave di Teseo, Milano, 2019). Accanto al risparmio dei padri e a un’infrastruttura paraschiavistica, è un’altra la condizione essenziale di questo tipo di società: la distruzione della scuola e della ricerca. Sotto questo profilo, l’Italia è soltanto il laboratorio in cui sta prendendo forma il futuro dell’Occidente.

La pandemia avrà effetti devastanti soprattutto sul sistema scolastico e sul futuro delle nuove generazioni. Il dibattitto in Italia è in corso da mesi. Dobbiamo aspettarci un ulteriore abbassamento della qualità scolastica, in Italia e in Europa, con tutto quel che ne consegue? Studiare, in breve, diventerà sempre di più un’occupazione per ricchi e privilegiati?

Quel che dobbiamo aspettarci è, ovviamente, un ulteriore abbassamento (la didattica a distanza è quasi sempre di serie B, e allarga le differenze sociali), accompagnato però dal tentativo della classe politica di negare l’abbassamento, facendoci credere che stiamo cogliendo interessanti e inusitate opportunità. Mi aspetto che il tentativo di manipolare la pubblica opinione abbia successo, perché, inevitabilmente, l’abbassamento della qualità comporterà anche un abbassamento dell’asticella della sufficienza, il che porta sempre consenso al potere politico. Sull’equazione studio = privilegio di classe sono invece un po’ perplesso. Al giorno d’oggi, ostacoli insormontabili allo studio ci sono solo in realtà molto degradate, dove le famiglie sono del tutto disinteressate all’istruzione dei figli, e i ragazzi desiderano solo arricchirsi nel più breve tempo possibile, legalmente o illegalmente. Se togliamo queste realtà, fortunatamente minoritarie, a me sembra che le vere discriminanti non siano di classe, ma fra chi ha la volontà (e il piacere) di studiare e chi no. Le discriminanti di classe intervengono dopo, quando — fra coloro che hanno studiato poco — ce la fanno solo i figli di papà, grazie alle risorse economiche e relazionali delle famiglie.

Un altro nodo è quello della ricerca universitaria. Molti giornali stranieri parlano ogni giorno di tagli enormi alla ricerca in tutto il mondo, soprattutto nelle scienze umanistiche – ormai considerate “inutili” di fronte allo strapotere delle STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Pochi fondi, stipendi esigui, poche sicurezze. Anche in questo caso: fare ricerca diventerà qualcosa che possono fare soltanto quelli che se lo “possono permettere”, cioè alle fine, paradossalmente, un “mestiere di lusso”?

Distinguerei fra la ricerca in generale (nelle società avanzate, di tipo occidentale) e quel che succede in Italia. Solo in Italia la ricerca e gli avanzamenti di carriera connessi sono rigidamente e meccanicamente ancorati ad algoritmi di valutazione, basati sui cosiddetti “indicatori bibliometrici”. In questa situazione, oltre al problema dei finanziamenti, si pone un diverso problema, di segno opposto: una parte considerevole della ricerca, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, è sostanzialmente irrilevante, e serve solo all’autoriproduzione del ceto dei ricercatori e dei docenti. Dove per “irrilevante”, sia ben chiaro, io non intendo inutile, priva di valore economico, ma incapace di far avanzare la conoscenza, di qualsiasi tipo essa sia, scientifica, tecnologica o umanistica. Uno studio su Montale è ovviamente inutile in senso economico. Ma può essere irrilevante o rilevante a seconda dei problemi che studia, della originalità e profondità delle risposte che costruisce. Così, nel vasto campo delle scienze sociali, sono innumerevoli gli argomenti che vengono studiati solo per mandare avanti la ricerca accademica, senza alcun significativo valore aggiunto conoscitivo. Quindi il problema della ricerca è bifronte: non far mancare l’ossigeno alla ricerca seria, economicamente utile o inutile che sia, e limitare la proliferazione della ricerca irrilevante. Quanto a chi potrà accedervi, credo che la classe sociale conti, e continuerà a contare, soprattutto su un punto: la lunghezza del periodo di studi poco o per niente retribuiti che un ragazzo può permettersi. Per questo sarebbero essenziali, essenzialissime, generose borse per i “capaci e meritevoli”.

Il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training) riguarda soprattutto l’Italia: nessun paese europeo ha una percentuale così alta di giovani che non studiano né lavorano, ma hanno aspettative altissime dalla vita in termini di successo, realizzazione personale e stile di vita. Una cosa che mi ha colpito leggendo «La società signorile di massa» è la tesi, giustificata, secondo cui la scelta del “giovin signore”, quella di restare a casa con il papà e la mamma e non lavorare, è in realtà una scelta non solo razionale, ma “iper-razionale”. Come può reggersi una società di vecchi e giovani (o non più giovani) non lavoratori ma con standard di consumi e benessere elevatissimi? Come andrà a finire? In altre parole: come far ripartire la produttività in un paese fermo?

Una società come quella descritta nel mio libro non può reggere, e infatti non regge. Il covid ha solo accelerato il tracollo. Lei mi chiede come andrà a finire, ma è già andata a finire in un dato modo, il punto è quanto tempo ci vorrà per prenderne atto. La gestione della crisi sanitaria ha accentuato, non attenuato i mali dell’Italia, primo fra tutti l’assistenzialismo. Una società signorile di massa che improvvisamente perde il 10 o il 15 per cento del Pil tende naturalmente ad evolvere, se nessuno inverte la rotta, in una “società parassita di massa”. È quello che sta accadendo, e che il ceto politico si sforza (con successo, occorre ammettere) di nascondere agli occhi della gente. I soldi (a fondo perduto) che l’Europa ci ha promesso, un’ottantina di miliardi in diversi anni, li abbiamo già più che dilapidati in un battibaleno, da aprile ad agosto, facendo oltre 100 miliardi di deficit aggiuntivo. Il tentativo in corso è di mantenere il consenso stimolando il consumo (come se potessimo permettercelo…) e allentando la stretta sanitaria, in una sorta di carnevale alla rovescia: come se la quaresima del lockdown desse diritto, passato il peggio, alla festa risarcitoria in atto, con le discoteche aperte, le spiagge straboccanti, la movida senza limiti. In questa situazione, i discorsi sulla produttività suonano patetici: per rilanciarla occorrerebbe consentire la ristrutturazione delle imprese anziché ostacolarla, e rendere l’ambiente economico molto più favorevole all’iniziativa imprenditoriale, con molte meno tasse sui produttori e molta meno burocrazia. L’esatto contrario di quel che è accaduto e ancora sta accadendo, con il blocco dei licenziamenti e la distribuzione di sussidi a pioggia, compreso il bonus da 600 euro per le partite Iva riscosso da 5 parlamentari, quasi fossero degli indigenti. Una vicenda dove la domanda non è: con che faccia tosta hanno fatto domanda persone che intascano 12 mila euro al mese? Ma è semmai: perché il governo non ha limitato il sussidio (bastava un’autocertificazione) a chi ne aveva veramente bisogno?

Sempre in «La società signorile di massa», lei cita spesso la Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura, un saggio che racconta le autoillusioni e il disinganno soprattutto delle generazioni nate negli anni Ottanta-Novanta. Non crede che il problema dei NEET sia strettamente legato a quello di un’illusione collettiva? Che responsabilità hanno avuto — se l’hanno avuta — i mass media nel creare e alimentare questa illusione? Non è troppo tardi per uscirne?

Sì, è un’illusione collettiva, ma nella società dei consumi i media fanno il loro mestiere, che è di tenere sempre vivo il carnevale. Su questo non darei troppe responsabilità ai media (cui, semmai, rimprovero superficialità e faziosità), ma piuttosto ai cosiddetti educatori, genitori e insegnanti innanzitutto, che hanno ingannato i ragazzi, smettendo di pretendere da loro ciò che avrebbero dovuto pretendere per non farne un esercito di disoccupati, frustrati, tristi o arrabbiati a seconda della personalità di ciascuno.

A un giovane (ma anche a un non più così giovane) volenteroso e ottimista, lei consiglierebbe di restare in Italia e “puntare” ancora su questo Paese?

Se è di un consiglio che parliamo, e non di astratti principi patriottici, gli consiglierei di cercare la sua strada altrove. Ma non è un giudizio di valore, il mio, è una constatazione: l’Italia è un paese in declino, che non solo non ama premiare il merito, ma non ha nemmeno le risorse per farlo.

di Luca M. Possati