· Città del Vaticano ·

Il libro di Teresina da Lisieux va nel mondo

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Patrone "Francia"

29 agosto 2020

“Storia di un’anima” riletto da una autrice per grandi e ragazzi


La Storia di un'anima di santa Teresa di Lisieux si trova in una quantità di edizioni, raffinate e popolari, cartacee, digitali, a volte piene di refusi, a volte curatissime, a testimonianza del fatto che si tratta di un libro vivo, vivissimo, fertile. È un libro che appassiona, che viene letto, sottolineato, meditato. Quando uscì, un anno dopo la morte di Teresa, nel 1898, non era molto più che una pubblicazione interna, girava fra i Carmeli, fra i parenti delle religiose. Venne letto e riconosciuto come una testimonianza straordinaria dagli ecclesiastici e intanto passando di mano in mano incontrava un vastissimo successo fra la gente, fra i cattolici certo, ma anche al di là di quel mondo, fra i non credenti.

In un tempo in cui raramente la storia delle donne veniva raccontata direttamente da loro, in cui, a maggior ragione, le bambine restavano opache, figurette misteriose, forzate a mostrarsi in una prospettiva rassicurante o nella migliore delle ipotesi carroliane Alici, i tre manoscritti della Storia di un'anima, che raccontano in primo luogo di un'infanzia, arrivarono diretti, violenti, incandescenti. C'era una giovanissima donna che scriveva, raccontava di sé, della sua vita, dei suoi pensieri che si spingevano alla radice e oltre, che non aveva paura di rischiare né vergogna: era come se un monte si scoperchiasse, rivelando qualcosa che fino ad allora era stato appena sospettato. Teresa morì a ventiquattro anni, visse fra il 1873 e il 1897, un tempo breve, una vita appena cominciata, che con tutte le sue forze trasformò in pienezza.

La fine dell'Ottocento è un tempo lontano e vicinissimo, riusciamo ancora a riconoscere come prossimi i moti interiori della gente che visse allora; se prendiamo in considerazione le famiglie benestanti, il loro modo di vivere non ci è poi inconsueto, i piccoli piaceri quotidiani, le feste, i dolci, il commercio, i doni, sono simili ai nostri, o comunque li abbiamo incontrati talmente spesso dentro i libri, nei film, nelle serie televisive, che li riconosciamo famigliari. Sono anni quelli in cui la percezione della possibilità di un benessere da vivere qui in terra è ben diffusa, le idee di progresso sono ancora vive; ma è anche un mondo in cui la morte si affaccia molto spesso, stride, si presenta anzitempo, lo fa spesso, eppure nessuno riesce a farci l'abitudine, arriva ogni volta come strazio e memento. Una delle prime testimonianze attorno a Teresa, racconta di un augurio di morte rivolto da lei alla madre. Teresa, di fronte allo sconcerto di Zelíe, le spiega che deve essere felice, le sta augurando il Paradiso.

Teresa vive ad Alençon la prima parte dell'infanzia, la sua famiglia è al tempo stesso profondamente religiosa e benestante. Le due cose non sono nel caso dei Martin in contraddizione, vanno a messa all'alba, sono una famiglia pronta alla cura degli altri, che apre la porta ai bisognosi e ai viandanti.

Louis e Zelíe, i genitori di Teresa, lavorano insieme nel negozio di merletti di lei, è stato Louis a rinunciare al suo lavoro di orefice per investire le sue energie nell'amministrazione dell'impresa comune. Hanno avuto nove figli, ma solo cinque ragazze sopravvivono all'infanzia. L'incontro frequente con la morte, come in molte altre famiglie borghesi del loro tempo, non produce assuefazione, azzeramento dell'emotività, anzi acuisce la sensibilità, dei genitori, ma ancor di più delle bambine. È una famiglia in cui il protagonismo femminile non è bandito, anzi, cerca, nel lavoro, ma soprattutto nella fede, le sue forme.

Teresa da piccola, ci racconta lei stessa nella Storia di un'anima, costruisce altari, gioca al romitaggio, non le è facile condividere i giochi degli altri bambini e bambine, «io non so giocare» scrive; non si distrae dalle questioni essenziali che le premono. Zelíe di lei scrive che è ostinata, meno dolce ma più intelligente della sorella a lei più prossima Celine. Nei primi anni la madre la tiene d'occhio, incuriosita e incantata. C'è qualcosa di indagatore e di orgoglioso, di allegrissimo, nello sguardo di Teresa da bambina. Solo che nel 1877 Zelíe muore e crolla il mondo, Teresa riesce a raccontare il dolore lancinante che produce in lei la perdita della madre, a quattro anni perde l'euforia, o almeno la eclissa, cambia carattere. Cerca nella sorella Pauline una fonte di amore altrettanto intenso. Pauline si fa carico di essere la sua seconda madre, Teresa si aggrappa, è assetata di dolcezza che non si placa. Quando si trova in collegio, soffre terribilmente, la solitudine, la perdita di uno sguardo che si posi affettuoso e accogliente su di lei. Nelle pagine che dedica alla sua infanzia sembra quasi che scriva direttamente una bambina, non una passata al vaglio dello sguardo adulto che edulcora e che mente, no, una bambina che sa di cosa parla. Teresa rivela che età durissima è l'infanzia, persino quando sei circondato da persone che ti apprezzano, divorata da una sete d'amore mai sazia e a volte da dolori intollerabili, veri, anche quando si esprimono attraverso minuzie, capricci. Teresa ci mostra quasi in essere, come dell'infanzia sia un'intelligenza fervida, che elabora, si pone le questioni essenziali, prende slancio. Quando si legge che Teresa sceglie la via piccola, la via dell'infanzia spirituale, va inteso come qualcosa di molto preciso: Teresa si radica nell'infanzia, decide di fare della prospettiva infantile la chiave della sua spiritualità e della sua intera vita. Sono radicali come quelle infantili le domande di Teresa: “Egli ha creato il bimbo il quale non sa nulla (…) ha creato il selvaggio il quale, nella sua miseria, possiede solo la legge naturale per regolarsi", e sono radicali le risposte che si dà: "Gesù chiama (…) chi vuole lui", "tutti i fiori della creazione sono belli", ci sono gigli e rose, e ci sono fiori di campo, sono così piccoli perché Dio abbassandosi così tanto possa mostrarsi infinitamente grande. Fare dell'infanzia la strada non si risolve in diminutivi e piccole aiuole colorate: è mettere al centro il bisogno, la sete d'amore, le braccia tese verso l'alto nell'attesa che qualcuno ti sollevi.

L'Ottocento è il secolo in cui l'infanzia affiora, si diffonde una letteratura dedicata, nella mente degli adulti si fa spazio l'idea di infanzia come proiezione, come sogno, come isola che non c'è ma che potrebbe proteggerti dal male e dalla morte se mai ci fosse. Tutt'al contrario per Teresa che sa che nessuno meglio di un bambino conosce il deserto, l'arsura, la perdita: "In un attimo capii che cosa è la vita (…) vidi che era soltanto sofferenza e separazione".

Nella vita di Teresa, le separazioni strazianti si susseguono, Pauline la lascia per andare al Carmelo di Lisieux. Teresa racconta della malattia terribile che la prende, una disperazione del corpo, che fa preoccupare il padre e tutti quelli che le stanno intorno, e il sorriso "stupendo" della Madonna che la salva. È a partire da quello sguardo, che Teresa deciderà del suo destino: "il Carmelo era il deserto nel quale il Signore voleva che mi nascondessi". Va a cercare al Carmelo, un amore durevole, senza separazioni, al di là di ogni strazio.

Con la forza di una ostinazione perfettamente infantile, Teresa per riuscire a entrare al Carmelo a quindici anni, si fa condurre dal padre a Roma, incontra Leone XIII, lei è vestita di nero come da protocollo, gli parla, lo prega. Torna a casa senza sapere quale sarà il suo destino, ma alla fine ce la fa. Vuole essere il giocattolino di Gesù. Il suo nome sarà: Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo.

"Essere tua Sposa, Gesù, essere carmelitana, essere, per unione con te, madre delle anime, tutto questo dovrebbe bastarmi…Non è così. Senza dubbio, questi tre privilegi sono ben la mia vocazione, carmelitana, sposa e madre, tuttavia io sento in me altre vocazioni, sento la vocazione del guerriero, del sacerdote, dell'apostolo, del dottore, del martire", lo spirito di Teresa resta quello eroico dell'infanzia: vuole tutto, nessuna parzialità le basta. È la sua intelligenza infantile dei capovolgimenti che le permette di fare il salto: Fu "abbassandomi fino alle profondità del mio nulla, che riuscii a raggiungere il mio scopo": "Io sarò l'amore".

Teresa scrive il suo primo manoscritto, raccolto nella Storia di un'anima, su richiesta di suor Agnese, sua sorella Pauline, nel periodo in cui Pauline è priora del Carmelo di Lisieux, gli altri due su spinta della priora Marie de Gonzague. A leggere le sue pagine si avverte un piacere della scrittura, una cura nell'osservare i propri pensieri, le proprie azioni e quelle degli altri, una eloquenza semplice ma precisa.

Si ammala molto giovane, è la tubercolosi, frequente a quel tempo; ma accanto alla malattia, la prende una tentazione che la spaventa. A partire dalla Pasqua del 1896 si ritrova nel buio: "Sapeste quali pensieri spaventosi mi ossessionano! Va imponendosi al mio spirito il ragionamento dei peggiori materialisti". Vuole fare del bene, agire dopo la morte, ma è preoccupata di non poterlo fare più. È la sua via, la piccola via, la via dell'infanzia spirituale, che l'ha condotta a prendere la prospettiva del bambino e quella del "selvaggio", che ora la porta nell'estrema pietraia, a prendere su di sé il dolore di stare al mondo dei "poveri increduli", quelli che hanno tutta l'arsura, tutto il bisogno d'amore, ma non trovano un senso nel sollevare le braccia. Questo bisogno cieco, Teresa lo ha conosciuto, e lo riconosce, permettendo a chi crede di riconoscerlo negli altri e in sé.

Lei conserva tutto il bisogno ma anche tutto lo slancio: "Restare piccolo è riconoscere il proprio nulla, è attendere tutto dal buon Dio". È per potersi abbandonare, che Teresa, ci dice: non ho voluto mai crescere.

Muore il 30 settembre 1897. Viene beatificata il 29 aprile del 1923 da Pio XI e proclamata santa il 17 maggio 1925. Dal 1944, insieme a Giovanna d'Arco è patrona di Francia. Nel 1997 Giovanni Paolo II, riconoscendo il valore della sua piccola via, la proclama Dottore della Chiesa.

di Carola Susani


Marie-Françoise Thérèse Martin


Nascita
Alençon, 2 gennaio 1873
Morte Lisieux, 30 settembre 1897
Venerata da Chiesa cattolica
Beatificazione Roma, 29 aprile 1923 da Papa Pio XI
Canonizzazione Roma, 17 maggio 1925 da Papa Pio XI
Ricorrenza 1° ottobre
Dottore chiesa 19 ottobre 1997
Patrona di Francia


I 100 anni della canonizzazione di Giovanna d’Arco


Insieme a Teresa di Lisieux, seconda patrona di Francia (la prima è Maria ss. Assunta per desiderio di Luigi XIII)) è Giovanna d'Arco di cui quest’anno ricorre il centenario della canonizzazione voluta da papa Benedetto XV. Il 16 maggio 1920, cinque secoli dopo la sua morte.

La Pulzella d’Orleans, come è soprannominata, condannata al rogo nel 1431 dopo un processo di eresia, poi riabilitata, è in Francia figura popolarissima, una eroina allo stesso tempo religiosa e laica. Già dal XIX secolo storici e intellettuali l’hanno annessa alla storia nazionale.

La canonizzazione fu una tappa importante del riavvicinamento tra la Chiesa e la Repubblica francese dopo anni di scontri.

L’autrice

Scrive per grandi e per ragazzi. È redattrice di «Nuovi Argomenti», conduce laboratori di lettura e scrittura e fa parte dell'associazione Piccoli Maestri.
Nel 1995 è uscito il suo primo romanzo, Il libro di Teresa (Giunti). Tra i suoi libri Il licantropo (Feltrinelli 2002), Eravamo bambini abbastanza (minimum fax 2012), Terrapiena (minimum fax 2020).
E' nel Comitato di direzione di Donne Chiesa Mondo.