· Città del Vaticano ·

I tre volti della solitudine

La filosofa tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt

La riflessione di Hanna Arendt alla luce del recente lockdown

18 agosto 2020

Le ultime pagine del libro Le origini dei totalitarismi (“The Origins of Totalitarianism” edizione in inglese, da cui cito, 1951) di Hannah Arendt sono dedicate all’analisi di tre termini — isolation, loneliness e solitude — che rappresentano altrettanti modi dello stare soli che la filosofa tedesca naturalizzata statunitense analizza con una alta precisione linguistica che induce a fare chiarezza sul concetto di solitudine e aiuta ad orientarsi dentro questo sentimento che si è manifestato con grande evidenza nel recente lockdown e che tuttavia rappresenta una condizione con cui l'uomo deve da sempre fare i conti.

Nella sequenza che imposta l’autrice, che assume il carattere di un vero e proprio «klimax ascendente», prima viene l’isolation, l’isolamento. Esso equivale a una condizione di solitudine nella quale «tutti i contatti fra gli individui sono spezzati» e «le capacità di azione frustrate». L’isolamento va ad incidere sulla funzione relazionale e politica dell’uomo di organizzarsi, di fare team, di creare gruppo. L’uomo isolato sconta in primo luogo l’impossibilità della socializzazione. Di solito, dice Arendt, di questa situazione si sono sempre avvantaggiati i regimi totalitari, dove l’uno prevale sui molti (pollói), su cui è invece costruita la democrazia della polis che deve la sua etimologia proprio all’aggettivo polýs [molto]». 

Dal punto di vista psicologico l’isolamento interrompe le maglie della relazionalità dentro cui l’uomo è inserito, fa di lui un’isola, però niente impedisce che su quest’isola ci possa essere vita. Infatti, per quanto isolato, l’uomo conserva intatte le sue facoltà creative. Anzi l’isolamento corrisponde a una loro esigenza perché egli possa affermarsi come homo faber. Nell’isolamento egli può continuare a lavorare, a progettare. Il mondo, da cui è isolato, rimane sempre nel suo orizzonte, proprio attraverso il suo fare e realizzare. Scrive infatti Arendt che «nell’isolamento l’uomo rimane in contatto con il mondo come artificio umano», e ciò nella misura in cui egli riesce a preservare «la capacità di aggiungere qualcosa di proprio al mondo comune».

Diversamente stanno le cose con la seconda forma di solitudine, la loneliness, presa in considerazione dalla filosofa tedesca. Nella loneliness l’orizzonte mondano che l’uomo presuppone nel suo isolamento viene completamente annullato. A prevalere in questa seconda condizione è il dato esistenziale del «senso di non appartenenza al mondo [not belonging to the world at all]», che per la scrittrice tedesca «è una fra le più radicali e disperate esperienze umane [which is among the most radical and desperate experiences of a man]». La loneliness,  aggiunge, «è strettamente connessa allo sradicamento e alla superfluità [uprootedness und superfluousness]; lo sradicamento di non avere un posto riconosciuto e garantito dagli altri; la superfluità di non sentirsi del mondo». 

La solitudine della loneliness corrisponde perciò a una forma di alienazione che è «contraria alle esigenze fondamentali della condizione umana». Tuttavia, come capita a Dante che nello smarrimento della «selva» scorge anche del «bene», anche questo oscuro passaggio esistenziale che coincide con l’estraniazione di sé, dal punto di vista psicologico rappresenta «una delle esperienze basilari della vita di ognuno [one of fundamental experiences of every human life]», nel senso che ogni vita per formarsi e rafforzarsi deve fare necessariamente i conti con una tale condizione di abbandono. 

La loneliness, precisa tuttavia la filosofa in un passaggio molto significativo della sua argomentazione, non è la solitude. Nella loneliness, infatti, «io sono effettivamente uno, abbandonato da tutti [deserted by all others]», mentre nella solitude io sono «con me stesso e perciò due-in-uno [two-in-one]». Nella solitude io mantengo un «dialogo pensante [thinking dialogue]» con me stesso nel quale non perdo mai di vista i miei simili e il mondo, che rimangono sempre presenti nell’io con il quale conduco il dialogo.

Nella loneliness questo riferimento al mondo si è perso e l’uomo si trova nell'incapacità di farsi compagnia nell’intimo colloquio che intrattiene tra sé e sé. È proprio questo tipo di solitudine buona, la «solitudine bianca», che fa dire a Catone nel De re publica di Cicerone (la citazione è sempre della Arendt) che «mai era meno solo di quando era solo [numquam minus solum esse quam cum solus esse]». Viceversa è la solitudine cattiva, «la solitudine nera» della loneliness, che «perde il contatto con il mondo dei propri simili» e consegna l’uomo alla condizione di sentirsi «abbandonato dal consorzio umano [I as a person feed myself deserted by all human companionship]».

C’è tuttavia una via d’uscita per questa situazione. Ciò avviene quando il lonely man riesce a ritrovare se stesso e a ricominciare «il dialogo della solitudine [the dialogue of solitude]». Quando cioè riprende a parlare con sé così che il mondo e i suoi simili tornano a popolare il suo io come riferimenti possibili anche se non presenti. È evidente che qui l’autrice de La banalità del male fa riferimento alla sorte dei tanti internati nei lager nazisti, che riuscirono a salvarsi dalla disperazione e dalla follia, quando non caddero nelle mani dei loro aguzzini, proprio ritrovando spazi di solitudine vera. Tuttavia in questo modo la scrittrice di origini ebraiche sta mostrando a tutti noi la strada per risalire la china della «perdita dell’io» che si verifica nella loneliness attraverso la riconquista «della fede in se stessi come partner dei propri pensieri [the trust in himself as partner of his thoughts]», che rappresenta il presupposto per trasformare una condizione di chiusura in un vissuto positivo di apertura alla vita che è alla base di ogni «solitudine buona» in cui ciascuno non sente di aver perduto ma di aver ritrovato se stesso.

di Lucio Coco