· Città del Vaticano ·

Guerriglia urbana a Beirut mentre il governo perde altri pezzi

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Due giorni di scontri attorno a Parlamento e ministeri con centinaia di arresti e un agente morto

10 agosto 2020

Non si ferma la protesta a Beirut a quasi una settimana dalla terribile esplosione che martedì scorso ha devastato il porto e parte del centro della capitale libanese causando almeno 160 morti, oltre 5.000 feriti e decine di dispersi e 300.000 sfollati. Nuovi scontri sono scoppiati ieri nel centro della città alla vigilia della riunione straordinaria, che si terrà nel pomeriggio, del consiglio dei ministri. Una riunione che si preannuncia non semplice, visto che il governo continua a perdere pezzi. Stamane si è infatti dimesso un altro ministro, il quarto.

La centrale piazza dei Martiri è ormai diventata il teatro di una violentissima guerriglia urbana. Centinaia di manifestanti anti-governativi hanno attaccato con bastoni e altri oggetti le barriere di metallo erette attorno alla zona del Parlamento dalle forze di sicurezza. L’esercito è intervenuto e sono scoppiati violenti scontri. Non è stati ancora reso noto il numero degli arresti e dei fermi. Non ci sarebbero vittime.

Altri scontri erano scoppiati sabato, in seguito alla manifestazione per ricordare le vittime dell’esplosione e chiedere alle autorità le riforme necessarie al paese. Polizia ed esercito sono intervenuti più volte, scontrandosi con i dimostranti. Venti persone sono state arrestate; almeno 730 — secondo i dati della Croce rossa libanese — sono rimaste ferite. Un poliziotto è morto. I dimostranti, al grido di “fuori le armi da Beirut”, hanno attaccato la sede del Parlamento e l’associazione delle banche, e hanno anche occupato per diverse ore il ministero degli esteri. Si sono ritirati solo dopo l’intervento dell’esercito.

Nelle stesse concitate ore, seguaci di Hezbollah erano scesi in strada nel centro di Beirut, dal vicino quartiere di Zoqaq al Blatt, per protestare contro un gruppo di manifestanti che aveva esposto manichini del leader del movimento sciita, Hasan Nasrallah. L’esercito si è frapposto, respingendo l’assalto sul Ring, la sopraelevata che si affaccia sulla piazza dei Martiri.

Il premier Hassan Diab è intervenuto con un discorso televisivo, lanciando ai suoi stessi alleati governativi un ultimatum di due mesi. «Sono pronto ad assumere la responsabilità per i prossimi due mesi, fino a quando i partiti non troveranno un accordo sulla prossima fase» ha detto. Diab ha invocato «il momento della responsabilità collettiva. Vogliamo una soluzione per tutti i libanesi». Se non ci sarà un accordo soddisfacente che garantisca un governo forte — ha sottolineato il premier — si andrà alle elezioni anticipate.

Tuttavia, non è detto che l’esecutivo regga. Come detto, stamattina, secondo fonti di stampa, si è infatti dimesso il ministro della giustizia, Marie-Claude Najem. Ieri sera era stato invece il ministro dell’ambiente, Damianos Kattar, ad annunciare le dimissioni, affermando di aver «perso la speranza in un regime sterile che ha fallito diverse opportunità». Sabato aveva lasciato l’incarico anche il ministro dell’informazione, Paula Yacoubian. E prima dell’esplosione si era già dimesso il ministro degli esteri, Nassif Hitti.

Intanto, ieri, per aiutare il Libano a rialzarsi dalla crisi si è svolta la videoconferenza internazionale dei donatori. Hanno partecipato trenta tra capi di stato e di governo, che hanno deciso di stanziare 250 milioni di euro. «Il mondo deve agire in fretta e con efficacia» ha detto il presidente francese, Emmanuel Macron, principale promotore della videoconferenza. «Il caos non deve vincere». Gli aiuti saranno gestiti dall’Onu attraverso le sua agenzie in totale «trasparenza» e «consegnati direttamente alla popolazione».

Il Fondo monetario internazionale ha sottolineato che lo stanziamento degli aiuti è condizionato alla attuazione di riforme.