· Città del Vaticano ·

Guardare insieme verso la stessa luce

Lo street-artist Zabou al lavoro su un murale dedicato all’abbè Pierre a Saumur

Il pensiero dell’abbè Pierre, il profeta della debolezza

21 agosto 2020

«Forse la cosa più importante che abbiamo fatto è stata avere l’insolenza di fare le cose che non si fanno, di dire le cose che non si dicono, di sfidare l’ipocrisia incosciente delle persone fortunate, di sbattere loro in faccia lo scomodo spettacolo della sofferenza e della miseria ingiuste dei più disperati…, ma solo dopo essere stati con loro, e aver condiviso tutto con loro». Così, in un appunto senza data, si “riassumeva” l’abbé Pierre, al secolo Henri Antoine Grouès (1912-2007), sacerdote, partigiano, uomo politico e fondatore che ha dedicato tutta la vita agli esclusi da lavoro, istruzione, cultura, cibo e salute; esclusi, senzatetto e indigenti a causa dell’origine familiare e sociale, del credo o del colore della pelle. Una dedizione e un amore manifestati anche denunciando spreco e ingiustizie, e mantenendo un dialogo serrato e conflittuale con il potere. Personaggio ritenuto “scomodo” anche per il mondo cattolico, controverso ma al tempo stesso fonte di riflessione e di ispirazione, nel fare tutto ciò che ha fatto quest’uomo di azione e di spiritualità ha sempre scritto moltissimo: pur avendo un’agenda stracolma di impegni e di viaggi, infatti, l’abbé Pierre ha costantemente appuntato su fogli volanti parole, frasi, bozze di discorsi, conferenze o interventi. Eppure poco di ciò che ha scritto è stato rivisto e pubblicato. Anche per questo è prezioso il libro  Un altro mondo è possibile. La rivoluzione degli infinitamente piccoli  (Milano, Edizioni Terra Santa, 2020, pagine 240, euro 16, traduzione di Gianna Re), uscito con la prefazione di Edgar Morin. I testi raccolti — scelti e presentati da Jean Rousseau, presidente del Centro Abbé Pierre-Emmau — sono stati estrapolati dai vari archivi personali dell’abbé Pierre, integrati da brani tratti da alcuni degli scritti o delle pubblicazioni più importanti, con i molti inediti contrassegnati da un asterisco. Il risultato è un vero e proprio testamento spirituale che permette di ascoltare nuovamente la voce del «prete della spazzatura» in tutta la sua straordinaria attualità.

Cresciuto nell’affetto di una famiglia profondamente cristiana, folgorato dalla figura di san Francesco, è un giovane parroco quando durante la guerra nasconde i renitenti alla leva, aiuta gli ebrei a fuggire, falsifica documenti, stampa e diffonde pubblicazioni clandestine, fonda e organizza brigate partigiane, fa da agente di collegamento. E alla fine della guerra, quando c’è tutto da ricostruire, è pronto ad accettare l’incarico di deputato. Nel 1949 fonda quindi i  Compagnons d’Emmaüs, un’organizzazione per la solidarietà e l’accoglienza di poveri e rifugiati.

Ed è nel gelido inverno del 1954 che l’abbé Pierre lancia l’appello all’insurrezione della bontà per portare aiuto a poveri e senzatetto: «È giunta l’ora / di schierare un esercito mondiale di volontari / per salvare l’universo dalla disperazione e dall’orrore, / l’esercito dei folli d’amore / stanchi di uccidere / e vogliosi, con tutte le loro passioni, / di costruire, nutrire, istruire, assistere e curare». Dotato «di un carattere forte e di un’estrema sensibilità», come scrive Jean Rousseau nell’introduzione, si è buttato «anima e corpo nel suo secolo». E lo ha fatto avendo «ben chiaro — sottolinea Morin — che uno dei principali flagelli delle nostre società è l’esclusione, che nega a un essere umano la sua qualità prettamente umana per farne un sub-umano o un mero oggetto. (…) Quartieri interi e periferie diventano luoghi di apartheid, mentre i ghetti dei ricchi si barricano dentro filo spinato e guardie armate».

Un mondo inaccettabile. Rifiutandolo, l’abbé Pierre ribalta completamente il concetto di carità e di assistenza. Per lui la compassione e la condivisione — che si completano e si legittimano — devono andare di pari passo con la ricerca di giustizia sul piano politico. «Esiste una sorta di ordine precostituito — scrive nel 1955 — secondo il quale la miseria deve avere la decenza di non interferire con l’esistenza di coloro che sono convinti di aver meritato, con tutti i loro sforzi, il diritto di non essere importunati dallo spettacolo della sofferenza». Ma è proprio la miseria «ciò che impedisce a un uomo di essere uomo, mentre la povertà è la condizione necessaria per essere uomo… La povertà è il rifiuto del lusso inutile, del privilegio che diventa furto se non è al servizio di coloro ai quali la miseria impedisce di essere uomini».

Convinto che «la pietà senza pietà è un imbroglio» (1962), ripeterà all’infinito che non può esserci pace senza giustizia, e si adopererà per l’inserimento di tutti nel mondo del lavoro. «Non è il lavoro a dare dignità all’uomo, ma è l’uomo a dare dignità al lavoro determinandone lo scopo — afferma nel settembre del 1955 a Charenton-le-Pont nel corso della consegna degli alloggi — Il lavoro è una delle condizioni (…) della possibilità per ogni uomo di conquistare la propria libertà».

Parole radicali la cui conseguenza è che «il contrario di miseria non è ricchezza, il contrario di miseria è condivisione» (1984), al punto che «in ogni civiltà, in ogni epoca, il valore umano, il valore di umanità del regime è proporzionale alla sua capacità di prendersi cura dei più poveri» (1954).

Si occuperà dell’accoglienza degli irregolari portando avanti battaglie per nuove politiche migratorie e sosterrà il commercio equo e solidale; «nell’indifferenza dell’altrui sofferenza — chiede e si chiede alla Conferenza di Ginevra nel maggio 1954 — continueremo a sprecare le risorse che ci sono state affidate?». Quasi settant’anni dopo siamo ancora qui a raccogliere troppi cocci. Domande poste e affrontate senza mai smettere di denunciare i licenziamenti illeciti, il commercio delle armi, il dominio e la follia della finanza («Non si dona ciò che si possiede — appunta nel 1968 — si possiede solo ciò che si è capaci di donare; in caso contrario si è posseduti»). Noi, loro, il mondo, tutti accomunati dalla stessa colpa, anzi dallo stesso delitto, quello — scrive nell’ottobre del 1995 — “di spreco e di provocazione”.

«Leggendo i testi qui pubblicati — scrive ancora Morin aprendo  Un altro mondo è possibile —, mi ha colpito la sua coscienza delle miserie del mondo, di tutte le miserie del mondo, comprese quelle morali e spirituali, comprese quelle dei ricchi e dei privilegiati. Sono rimasto sconcertato di fronte a queste pagine. L’abbé Pierre era assolutamente consapevole del destino dell’umanità ben prima della globalizzazione che sarebbe esplosa dopo il 1989. Aveva una coscienza planetaria, indispensabile oggi per resistere ai pericoli incombenti».

Soprattutto, però, l’abbé Pierre, e la sua rivoluzione degli infinitamente piccoli, ci lascia un grande insegnamento: prima e sempre, l’azione. «Guai a chi pensa di predicare prima di dar da mangiare», perché «sono le azioni a essere profetiche, le parole ne sono solo il corollario». Così acquista pieno valore la sua definizione di amore. «Amarsi — scrive nel febbraio del 1962 — non significa guardarsi l’uno l’altro, ma significa guardare insieme verso una stessa luce e lottare insieme per raggiungerla».

di Silvia Gusmano