· Città del Vaticano ·

Alla ricerca del tesoro scomparso

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La biblioteca di Ivan IV il Terribile

22 agosto 2020

Si racconta che in occasione del matrimonio con Ivan III di Russia nella dote portata da Sofia Paelologo, nipote dell’ultimo imperatore di Bisanzio, Costantino xi, ci fosse anche un cospicuo numero di libri greci, sottratti miracolosamente al saccheggio della città quando essa fu presa dai turchi nel 1453. Probabilmente questo primo fondo librario andò a costituire il nucleo della biblioteca di Ivan iv il Terribile (+1584), nipote di Ivan III Vasil’evič, e zar di tutte le Russie dal 1547. A oggi questa biblioteca rappresenta uno degli enigmi archeologici di più difficile soluzione. Infatti a fronte di diverse testimonianze che ne attestano la realtà e l’esistenza c’è il fatto che di essa non rimane traccia alcuna e malgrado gli sforzi dei ricercatori di trovarne vestigia e reliquie, come se si fosse dissolta nel nulla, essa sembra sottrarsi anche alle indagini più meticolose e accurate.

Il primo a parlare di questo tesoro scomparso fu Massimo il Greco (conosciuto anche come Maksim Grek, +1566), un monaco del monte Athos, che giunse a Mosca nel 1518 con il compito precipuo di tradurre alcune opere dei Padri della Chiesa e di emendare i libri liturgici e canonici. Infatti in una lettera indirizzata a Basilio III Ivanovič, il padre di Ivan iv, che era stato il promotore di quella iniziativa culturale, parla «di libri chiusi in un deposito che per molti anni non erano stati di utilità ad alcuno» e di «un tesoro di volumi non più custodito negli scrigni che potesse illuminare tutti quanti» (cito da N.N. Zarubin, La biblioteca di Ivan il Terribile, Herder 1993).

A rafforzare questa testimonianza è anche la Narrazione su Maksim Grek (inizi del XVII secolo) dove si racconta dell’invito del monaco athonita a Mosca da parte del sovrano Basilio «che lo introdusse nella sua biblioteca imperiale e gli mostrò un innumerevole quantità di libri greci», di fronte alla quale il religioso «fu colto da stupore, fonte di molte riflessioni, per l’ampiezza così grande della raccolta e di fronte al pio Signore giurò che neppure presso i greci aveva veduto una così grande quantità di libri pregevoli». A confermare l’esistenza di questa Libereja [Libreria], così il vocabolo russo costruito sul calco del latino Liber, è anche la Cronaca del borgomastro di Riga, Franz Nyenstädt (+1622), che riporta il resoconto del pastore Wettermann che nel 1565-1566 aveva potuto vedere diversi volumi in lingua greca, latina ed ebraica, «tirati fuori da un locale murato della biblioteca imperiale». Sulla scorta di questi riferimenti anche al di fuori della Russia si erano diffuse voci sull’esistenza della biblioteca. Probabilmente ad alimentare questa fama era stato il principe Andrej Kurbskij, ritenuto una persona assai addentro alle questioni riguardanti la Russia. Questi era stato amico di Maksim Grek e di Ivan il Terribile, prima di farsi suo oppositore ed emigrare nel regno polacco-lituano ed è probabile che sia stato proprio lui a veicolarne la notizia oltre i confini della Russia. Per esempio in quegli anni (1561) lo ierodiacono Iaokim, che da monaco aveva preso il nome di Isaia, era giunto a Mosca dalla Moldavia o dalla Lituania con lo scopo di visionare i manoscritti della biblioteca imperiale per approntare l’edizione della Bibbia e delle Letture del Vangelo e di questo progetto aveva informato Ivan Groznyj in persona. Sempre per seguire le tracce di questa biblioteca più tardi si era recato a Mosca nel 1600, su incarico del cardinale di San Giorgio, il greco uniate Petros Arcudios (+1633) che in una lettera del marzo 1601 informava il nunzio papale in Polonia Claudio Rangoni che le sue ricerche erano state infruttuose. Tuttavia Arcudios non doveva essere del tutto persuaso del suo insuccesso, tanto che nel 1662/1663, un suo allievo Paisios Ligarides, metropolita di Gaza, indirizzava allo zar Alessio Michajlovič (+1676) una missiva per essere autorizzato a consultare i manoscritti greci e latini della biblioteca imperiale.

A impegnare gli studiosi non è stato solo il reperimento di questa biblioteca ma anche il definirne l’entità e stabilire quali libri di altre lingue fossero raccolti e conservati in essa. Per esempio I.Ja. Stelleckij (+1949), uno degli animatori più vivaci delle ricerche della “Libreria” dello zar nei primi decenni del XX secolo, non nutriva alcun dubbio sul fatto che a Mosca, ben nascosti, dovessero esserci i manoscritti greci e latini portati da Sofia Paleologo, a cui andavano aggiunti altri volumi portati dai funzionari e principi russi che nel corso del tempo si erano recati  in Occidente o a Costantinopoli. Per quanto riguarda la stima del numero di libri che la componevano Zarubin fornisce un elenco di 154 volumi, «collegati al nome di Ivan Groznyj». Si tratta di un elenco nel quale manca il nucleo greco-latino attorno al quale si sarebbe aggregata successivamente la biblioteca. Una novità importante nella ricostruzione della sua composizione originaria intervenne nel 1822 con la scoperta dell’Index anonimo dei libri della biblioteca di Ivan Groznyj, fatta da Chrisotph Dabelow docente all’Università di Dorpat in Estonia. Questo Index fu pubblicato, sulla scorta della trascrizione ricevuta da Dabelow, nel 1834 dallo studioso tedesco Walther Clossius che fece seguire anche una traduzione russa dello stesso elenco. Il già citato  Stelleckij riteneva che ci si trovasse di fronte «alla minuta dell’inventario della biblioteca redatto da Wettermann» (A.A. Amosov) allorché era transitato per il palazzo imperiale verso il 1565/1566, cosa che è confermata anche dal fatto che il testo probabilmente risale «alla tarda metà del XVI secolo» (T. Pàroli). 

È lo stesso Index in una breve premessa a informare che la biblioteca conteneva «circa ottocento volumi, che lo zar aveva in parte comperati e in parte ricevuti in dono. Essi erano per la maggior parte greci, ma anche molti latini. Di quelli latini io ho visto». Segue a questo punto un elenco di opere che comprende le Storie di Livio, la Repubblica di Cicerone, le Storie dei Cesari di Svetonio e poi Tacito, Sallustio, Virgilio. Mentre tra i manoscritti greci, vengono citate opere di Polibio, Aristofane, Pindaro, Atanasio. Certamente la scoperta di questo testo è fondamentale per ricostruire la biblioteca di Ivan Groznyj  Tuttavia, malgrado le assidue ricerche, nell’archivio municipale di Parnau, estese poi nel corso degli anni anche a Dorpat, la città dove Dabelow insegnava, non si è ma riusciti a ritrovare questo documento. La sua esistenza rimane avvolta nel mistero così come resta un enigma il destino della biblioteca di Ivan Groznyj. C’è infatti chi ha ipotizzato che fosse andata «distrutta in uno dei grandi incendi di Mosca nel 1571, o nel 1611», altri pensano che «sia stata saccheggiata dai polacchi al tempo de Torbidi» (1568-1613), altri invece ritengono che si sia conservata e che «sia custodita in uno dei sotterranei segreti del Cremlino di Mosca, dove si troverebbe ancora oggi» (Zarubin). Tuttavia malgrado diverse campagne di scavi, svolte anche di recente e non solo nella capitale russa, il luogo di questa biblioteca ancora non è stato ritrovato. Rimane il mistero di una biblioteca scomparsa che proprio per essere tale continua ad affascinare, se possibile, più di quanto non lo facciano già quelle esistenti e reali.

di Lucio Coco