· Città del Vaticano ·

Alcune cose memorabili

Pietro della Valle in un ritratto di Paolo Quagliati (1623)

Esce nella collana dell’Accademia Nazionale dei Lincei l’inedito «Diario» di Pietro Della Valle

20 agosto 2020

Dopo il secolo delle grandi scoperte e prima del cosmopolitismo del successivo, il Seicento appare quasi un’epoca di transizione dove è comunque forte il desiderio di vedere il mondo. Viaggiano ambasciatori, mercanti, pellegrini, studiosi, uomini di Chiesa verso mete legate al lavoro o per motivi religiosi, ma viaggiano anche spiriti liberi, curiosi, inquieti alla ricerca di un senso da dare alla propria vita. È il caso del nobile romano Pietro Della Valle (1586- 1652) la cui fama è legata ai libri dei Viaggi, resoconto delle sue peregrinazioni in Oriente durate dodici anni. Esce adesso nella collana dell’Accademia Nazionale dei Lincei l’inedito Diario di Pietro Della Valle di alcune cose memorabili (Roma, Bardi Edizioni, 2020, pagine 463, euro 35) scritto tra il 1628 e il 1652 dopo il suo rientro a Roma. La bella edizione curata da Gianni Venditti è arricchita da un apparato di note che si segnala per rigore e completezza. Venditti spiega, rimanda, documenta, collega, propone linee di approfondimento creando un elaborato che non affatica il testo, al contrario lo accompagna con grande intelligenza ponendosi come uno strumento indispensabile alla comprensione.

Nella splendida premessa, grazie a un’analisi di grande intensità e a una scrittura avvincente come un racconto, Valeria Della Valle — nessuna diretta discendenza ma un legame sentimentale nato forse a partire dall’omonimia — consegna al lettore un esemplare ritratto di Pietro e introduce alla lettura del Diario che, raccontando l’altra vita di un viaggiatore diventato stanziale, offre una testimonianza storica importante nella forma di «una rappresentazione in presa diretta della vita romana del tempo, della storia della Curia, delle lotte cittadine, della cultura, degli usi e dei costumi nella città».

Il raffinato umanista, esperto di lettere classiche, musica, teatro, diritto, scienza, astronomia, partito da Venezia nel 1614 con le insegne del pellegrino — tonaca, bastone da cammino, mozzetta — ma con le attese del viaggiatore laico deciso a scoprire il mondo, quando rientra a Roma dopo l’avventurosa esperienza del viaggio ha consolidato la sua natura aperta al nuovo e sensibile al dialogo e al confronto. Pietro ha imparato il turco e il persiano, studiato le iscrizioni cuneiformi di Persepoli, visitato siti archeologici e fatto scavi a Babilonia, goduto delle bellezze di Isfahan, collezionato manoscritti, redatto o tradotto vocabolari e grammatiche di lingue orientali, stretto relazioni importanti: un insieme di conoscenze e di esperienze che farà di lui il massimo orientalista nella Roma del tempo.

Il Diario, come dice il nome, è la cronaca della sua vita quotidiana a Roma divisa tra la Curia e la casa. Da una parte uomini di Chiesa, missionari, ambasciatori, nobili, studiosi, viaggiatori, dall’altra una famiglia che diventa sempre più numerosa. In uno stile rapido, spigliato, a tratti quasi stenografico, senza alcun abbellimento o indugio letterario e senza riflessioni a margine, Pietro sembra limitarsi a registrare solo fatti senza mai darne un’interpretazione. In realtà il Diario è un libro aperto da attraversare con lo stesso spirito con cui è stato scritto e dove il lettore è chiamato a svolgere un ruolo attivo: trarre una visione d’insieme dalle tante tessere di mosaico che prese singolarmente hanno la secchezza del dettaglio, ma che legate tra loro formano un disegno e acquistano un significato. Perché quando ci si abitua al passo frammentato della scrittura tutto prende sostanza, proporzione, equilibrio e il Diario, da semplice e stringata successione di piccoli e grandi eventi, diventa il ritratto di un’epoca. Allo stesso modo e nonostante l’apparente distanza, Pietro residente mantiene molto del Pietro viaggiatore. Anche se manca la tensione al racconto, cioè quel «filo del canto ininterrotto» come lo definiva la potente fantasia ovidiana, il semplice annotare così come l’ampio descrivere hanno in comune la passione di poggiare lo sguardo sulle persone, gli eventi, i luoghi che si attraversano e trattenerne la memoria. Un po’ come il celebre pittore Gentile Bellini che sul finire del Quattrocento, dopo essere rientrato in patria continuò a lungo a disseminare nei teleri ricordi esotici del suo soggiorno a Costantinopoli.

Il Diario, che si apre con la partenza di un ambasciatore alla volta di Napoli e si chiude con «luminarie e fuochi» nella romana Piazza Navona per festeggiare la nascita del figlio del re di Polonia, riferisce tanti avvenimenti pubblici e privati. Notizie di politica estera e interna, nomine di nunzi, arcivescovi, responsabili di Curia, cerimonie religiose, processioni, arrivi e partenze di personaggi eminenti, concistori pubblici e segreti, banchetti e feste cioè «le pubbliche allegrezze» tanto amate a Roma convivono con i piccoli eventi quotidiani: gli incontri con gli amici, le passeggiate «in vigna» fuori città, ma soprattutto le nascite dei suoi tanti figli e via via che scorre il tempo tutti gli accadimenti legati alla vita dei bambini, le malattie, i piccoli infortuni, lo svezzamento, la dentizione. Come osserva Valeria Della Valle sia nel caso di eventi pubblici che di episodi privati si tratta sempre di «appunti essenziali: diversamente da quanto avveniva nella prosa dei Viaggi, solo raramente ci sono commenti, impressioni personali, giudizi, mai citazioni letterarie. Pietro sembra volersi attenere, quasi giornalisticamente, ai fatti». Eppure in questi appunti, che non sappiamo se fossero stati pensati come piccole ma definitive unità di senso compiuto o annotazioni che sarebbero state utili più avanti per ritornare diffusamente sui fatti avvenuti, si delinea chiaramente la personalità di Pietro e il mondo a cui appartiene. L’amore per la cultura, l’interesse per tutte le «novità curiose», la sensibilità artistica, la facilità dei rapporti umani convivono con un forte sentimento della famiglia e soprattutto dell’infanzia, in un secolo come il Seicento che stava scoprendo la relazione emotiva con i figli. Un rapporto fino a quel tempo sempre temperato dal costante timore della perdita per l’altissima mortalità infantile che rendeva i bambini più che presenze stabili, semplici apparizioni nel mondo degli adulti. L’attenzione e l’affetto di Pietro verso i figli si esprimono nella stravagante originalità con cui sceglie i loro nomi, nella cura con cui segue la loro crescita, nel trattenuto dispiacere con cui parla della loro morte e nella malinconia che si percepisce in quel conto che a un tratto cambia: dal numero dei figli nati a quello dei figli sopravvissuti.

«Nessun limite eccetto il cielo» scriveva Miguel de Cervantes. È con lo stesso stupore che Pietro Della Valle dopo il cielo d’Oriente guarda il cielo di Roma. Perché è nell’etica del viator misurarsi allo stesso modo con la differenza e la somiglianza, sperimentare altri spazi e altri tempi, condividere la conoscenza con chi non si è mai avventurato nel mondo facendosi modello di racconto proprio come Ulisse, il simbolo stesso dell’infinità della conoscenza, le cui parole, così le descrive Omero, avevano l’armonia del canto degli aedi e la densità dei fiocchi di neve.

di Francesca Romana de’ Angelis