· Città del Vaticano ·

Vivere per ricordare e raccontare

Un particolare dell’edizione Malipiero del 1965 di «Cuore» di Edmondo de Amicis illustrata da Giancarlo Castellani

Racconto - La parola dell'anno

30 luglio 2020

Il lettore è invitato a diventare complice della creazione e della redenzione dell’universo


«La vita non è quella che uno vive, bensì quella che uno si ricorda e come se la ricorda per raccontarla». Così inizia l’autobiografia dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez, premio Nobel di letteratura nel 1982. La frase, nella sua concisione, stabilisce una relazione stretta fra tre mondi: la vita, la memoria e il racconto, e fornisce un eccellente punto di partenza per una riflessione sulla narrazione.

Iniziamo con la prima parola: la vita. Secondo Gabriel García Márquez, la vita non è una successione di eventi ove ogni giorno rassomiglia all’altro. Il tempo che conta davvero è quello della memoria. Vi sono eventi “memorabili” in ogni vita, eventi — come dice la parola — che meritano di essere ricordati. Sono, ad esempio, gli eventi che hanno cambiato la vita. Che hanno dato alla vita un colorito o un sapore diverso. I momenti che hanno diviso una vita fra un “prima” e un “dopo”.

Questi momenti, infine, sono quelli degni di essere raccontati. Perché raccontare certi episodi? La reazione è spesso spontanea e sono pochi quelli che si interrogano sulle cause di un tale comportamento. Raccontiamo perché vale la pena raccontare. Ma perché ne vale la pena? Una ragione principale è da rintracciare nella volontà di comunicare e condividere. Sappiamo che l’esperienza è unica e non si ripete. Come dice il filosofo greco Eraclito, «non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume». L’esperienza non si rifà, però se la può condividere nel racconto che, in effetti, permette di rivivere un momento particolare. Le parole, le frasi, le immagini, la trama stessa del racconto sono un invito a ripercorrere le peripezie della vicenda vissuta.

Inoltre, ed è un punto essenziale, il racconto introduce una logica nei fatti. Gli eventi di un racconto sono legati in una catena di causa-effetto. La narrazione nasce pertanto da uno sforzo di capire il significato degli eventi e di dare senso alle faccende di una vita. Raccontare significa introdurre una certa razionalità nel succedersi disordinato di fatti e situazioni di cui constano le nostre cronache quotidiane. I racconti biblici, inoltre, cercano di rinvenire un disegno, e un disegno divino, nelle turbolenze del nostro universo, nella storia del popolo eletto e della prima comunità cristiana che vive dell’ideale proposto da Gesù di Nazaret. A quale scopo raccontare, allora?

A dir il vero, la realtà del racconto si deve cercare nel suo effetto sul suo ascoltatore o il suo lettore. L’immagine usata spesso dal mio maestro Luis Alonso Schökel è quella della musica. Un testo è come uno spartito di musica. Lo spartito, però, non è musica, è musica muta. La musica “esiste” davvero solo se qualcuno suona o canta quello che sta sullo spartito. Un testo, un racconto esiste solo nell’atto della sua lettura e interpretazione. Per prolungare l’immagine, possiamo dire che abbiamo una sola scelta: interpretare bene o male. In un modo più positivo, direi che abbiamo la possibilità di interpretare bene o meglio, seguendo le indicazioni dello spartito. Aggiungo un elemento importante. Ogni interpretazione è unica. Lo spartito — il testo — può essere identico, però ogni interpretazione, ogni lettura è nuova e unica. Possiamo leggere centinaia di volte lo stesso racconto, e vi saranno centinaia di letture diverse.

Una domanda sorge immediatamente: ma come essere sicuro di interpretare bene un testo, in particolare un racconto biblico? Introduciamo ora nella nostra riflessione un elemento ben noto all’esegesi odierna, vale a dire la “storia della ricezione”. In parole povere, non siamo i primi a leggere e a interpretare il testo biblico, e non siamo neanche gli unici. Abbiamo dietro di noi una lunga tradizione di lettura, iniziando da Origine e Sant’Agostino fino ai grandi interpreti odierni. Per riprendere l’immagine della musica, vi sono pochi solisti nella lettura dei testi biblici. Facciamo parte di un’orchestra. L’immagine si trova in una lettera di sant’Ignazio di Antiochia agli Efesini ove il santo paragona la comunità ecclesiale a un’orchestra o un coro di voci che esegue lo spartito nell’armonia «prendendo nell’unità il tono di Dio» e cantando «a una sola voce per Gesù Cristo al Padre», con rigore e fedeltà creativa, sotto la guida dei suoi grandi maestri. Importa quindi, più concretamente, saper dialogare con altri lettori per interpretare in consonanza con la comunità dei musicisti, dei coristi e dei suoi direttori d’orchestra. In questo modo sarà possibile correggere quanto potrebbe essere sbagliato e soprattutto progredire nell’interpretazione dei testi.

Aggiungo un’ulteriore riflessione che viene dai grandi critici letterari. L’idea ci permette anche di superare in gran parte il problema della differenza fra racconti storici e “finzione”. Per usare un esempio semplice, mi rifaccio a quanto si diceva di un libro letto da quasi tutti i giovani italiani, Cuore, di Edmondo De Amicis. Il libro si passava da una mano all’altra segnalando le pagine ove si piangeva, ad esempio leggendo la storia del piccolo Genovese che viaggia da solo dalla Liguria fino a Tucumán, in Argentina, per ritrovare la madre ammalata (Dagli Appennini alle Ande). Sappiamo che la storia è una finzione, che il piccolo Marco è una invenzione di Edmondo De Amicis. Però le lacrime che versiamo sono vere, non sono finte. Lo stesso vale per tutti i sentimenti che possiamo provare durante la lettura di un racconto: la speranza, il timore, l’attesa, il rimpianto o il piacere e il sollievo, la simpatia o l’avversione. Così come l’adesione a certi valori e l’ammirazione per certe personalità.

La partecipazione attiva del lettore nel processo di lettura è quindi essenziale. Il racconto, in particolare la cosiddetta “storia della salvezza” biblica che culmina nella Buona Notizia del Vangelo, è un invito a ripercorrere un lungo cammino, dalla creazione «molto buona» nel libro della Genesi ai «cieli nuovi e la terra nuova» del libro della Apocalisse. Il percorso, però, è quello di una partecipazione attiva, vale a dire che il lettore è invitato a diventare complice della creazione e della redenzione dell’universo. Il testo offre mille possibilità e spetta a ciascuno e a ciascuna comunità cogliere l’opportunità offerta quando sente, come il giovane Agostino d’Ippona, una voce che sussurra: tolle, lege – «prendi, leggi» (Confessioni 8, 12).

di Jean Louis Ska