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Una rete solidale per la ripartenza del Malawi

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La Comunità di Sant’Egidio in soccorso della popolazione alle prese con la pandemia

09 luglio 2020

Il Malawi affronta la pandemia con un nuovo presidente. A fine giugno il Paese è tornato alle urne per la ripetizione delle elezioni, vinte questa volta da Lazarus Chakwera. Nei seggi si vedevano poche mascherine, ma c’erano sistemi per il lavaggio delle mani, mentre la campagna elettorale si è svolta per mesi senza il rispetto del distanziamento sociale. Da aprile a oggi il bilancio ufficiale della pandemia è di 1.800 persone contagiate, più di 350 guariti e 19 decessi. I numeri sono in costante aumento. Il covid-19 preoccupa anche perché ci sono tanti individui che vivono in una condizione di rischio: come il milione di malati di Hiv e i 33.000 tubercolotici, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

«La popolazione pensa che questo virus sia un’invenzione politica», dichiara a «L’Osservatore Romano» la responsabile del programma Dream della Comunità di Sant’Egidio, Paola Germano, che parla di problemi culturali e socioeconomici. «La gente è costretta a uscire di casa per cercare cibo o vendere qualcosa, quindi preferisce morire per il virus che di fame». Per questo i volontari, oltre a dare un sostegno sanitario indispensabile al Paese, aiutano detenuti, bambini, anziani e poveri dal punto di vista informativo, educativo e alimentare.

Dopo i primi casi di covid-19 accertati ad aprile, il governo guidato da Peter Mutharika aveva attivato un lockdown completo, ma è durato pochi giorni perché nelle grandi città ci sono state numerose manifestazioni, talvolta violente. La popolazione chiedeva di potere uscire di casa per lavorare e garantirsi un sostentamento quotidiano. Per questo l’esecutivo ha adottato misure restrittive alternative: obbligo di quarantena per chi è positivo al tampone, chiusura delle scuole e divieto di creare grandi assembramenti.

«Solo in teoria — avverte Germano — in pratica i mercati, i pub e i ristoranti sono pieni di gente». Solo le chiese hanno riaperto, dopo la Pasqua, e attualmente sono riprese le celebrazioni. Ciò che oggi più preoccupa del Malawi, quarto Stato più povero al mondo in cui si vive con meno di due dollari al giorno, sono le carenze del sistema sanitario. «Negli ospedali manca il 70 per cento del personale e in tutto il Paese ci sono 17 ventilatori», continua la responsabile di Sant’Egidio. I contagiati vengono ricoverati nelle poche strutture disponibili, sempre nel rispetto dei protocolli dell’Oms, mentre chi ha sintomi lievi è tenuto sotto osservazione a casa.

In questo contesto si inserisce l’opera dei volontari che sono presenti nel Paese dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso. «Abbiamo cominciato occupandoci dei poveri e oggi abbiamo 10.000 membri malawiani», spiega la coordinatrice del programma Dream. Il progetto, nato nel 2004 per combattere l’Hiv, oggi conta 13 centri di cura e tre laboratori di biologia molecolare inseriti nella rete sanitaria nazionale. Monitorano circa 15.000 persone. «La pandemia di covid-19 — ricorda — è molto simile a quello che noi abbiamo vissuto all’inizio con l’Hiv, quindi in qualche modo eravamo già preparati, a differenza delle strutture sanitarie pubbliche. Oggi ci si occupa anche di malattie infettive e croniche, perché in Africa aumentano i problemi sanitari globali come l’ipertensione, il diabete e i tumori. Per cui facciamo molta prevenzione». Da 10 anni Sant’Egidio porta avanti anche il programma Bravo che si occupa dell’anagrafica dei neonati, diventata obbligatoria solo qualche anno fa. Questo serve a tutelare la vita stessa dei bimbi da violenze e traffici umani.

L’ospedale di Balaka, città di oltre 36.000 abitanti situata nel centro sud, è uno dei centri di eccellenza in cui vengono portati avanti questi programmi. «Qui registriamo i bambini nati nei reparti di maternità e nei villaggi, dove andiamo anche a sensibilizzare le madri», dice Germano. Quando a febbraio l’epidemia da covid-19 si diffondeva nel mondo il nosocomio è stato riorganizzato per rispondere agli eventi. «Ci siamo preoccupati perché abbiamo un gran numero di malati di Hiv e di tubercolosi, quindi abbiamo fatto subito formazione agli operatori — prosegue — li abbiamo dotati di tutti i dispositivi di sicurezza: mascherine, occhiali, guanti. Abbiamo creato protocolli di sicurezza e di triage per individuare i sintomi del virus tra le persone che arrivavano nelle nostre strutture». Oggi i laboratori del programma Dream sono a disposizione del ministero della Sanità per compiere i test sui tamponi: in particolare i centri di Balaka e di Blantyre fanno i test a chiunque rientri dal Sud Africa, lo stato più colpito dalla pandemia in tutto il continente. Il Sud Africa, infatti, prima della pandemia offriva lavoro a decine di migliaia di persone che oggi scappano dalle dure restrizioni imposte dal governo per limitare i contagi. Coloro che tornano in Malawi oggi hanno l’obbligo di passare un periodo di quarantena all’interno dei campi governativi. Tuttavia a fine maggio è scoppiata una rivolta e 400 occupanti sono scappati per tornate a casa. «Lì la gente doveva pagarsi da mangiare e tutto il resto. Non c’era assistenza, né condizioni di vita decenti», sottolinea Germano.

In Malawi, Sant’Egidio è impegnata in vari ambiti. Tra questi c’è la tutela dei diritti dei detenuti, tra i quali «spesso c’è chi finisce in prigione per reati minori», dice la responsabile di Dream. «Ci sono anche 14 persone in attesa di essere giustiziate, anche se la pena di morte non è più eseguita. Con la pandemia da covid-19 il nostro lavoro è cambiato nella forma ma non nella sostanza». Ora nelle carceri vengono distribuite bacinelle, taniche per l’acqua, sapone, disinfettante, mascherine, cibo, ma anche volantini informativi sul virus, ricariche telefoniche per parlare con le famiglie e si tengono in contatto con i reclusi per corrispondenza. Per quanto riguarda i bambini, invece, le scuole della pace sono chiuse da mesi, perciò sono i volontari a riunire i bimbi all’aperto in piccoli gruppi e proseguono la didattica. Infine, agli anziani vengono distribuite mascherine, si porta loro la spesa e si monitora lo stato di salute, di modo che non restino isolati e senza medicine.

In un Paese in cui oltre l’80 per cento della popolazione vive in campagna, la pandemia ha colpito soprattutto il sistema economico e sanitario, ma la situazione è aggravata dal “problema culturale” che oggi si manifesta in tutta la sua forza. Per esempio, ad aprile c’è stata una caccia all’untore e due mozambicani sono stati linciati mentre attraversavano un villaggio per recarsi nella vicina Tanzania. Inoltre, la gente ricorre spesso a guaritori che utilizzano medicine tradizionali e rimedi naturali talvolta pericolosi. «Se si vuole arginare la pandemia bisogna lavorare anche sul fronte culturale, dove c’è un grosso lavoro da fare», spiega la rappresentante di Sant’Egidio. «Per questo facciamo molta educazione sanitaria. Ciò è importante perché altrimenti si genera violenza e rifiuto delle cure». Senza dimenticare il “problema della solidarietà”: la «grande fuga dei colletti bianchi occidentali che gestiscono programmi» di cooperazione internazionale, conclude Germano. «Non si possono abbandonare questi Paesi ora che hanno bisogno di un maggiore sostegno». Come ha detto Papa Francesco «siamo tutti sulla stessa barca». Mai come in questa pandemia è divenuto così chiaro.

di Giordano Contu