· Città del Vaticano ·

Una perla preziosissima

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«Akathistos», l’inno mariano nato nella Chiesa bizantina del V secolo

10 luglio 2020

Una coppia di amici carissimi mi fece dono, già alcuni anni fa, di un libro piuma che conservo a portata di mano come un piccolo oggetto prezioso.

Raramente ci si scambiava regali costosi, si preferivano quelli simbolici e questo minuscolo libro è giunto in effetti come uno scrigno: l’Akathistos, edito dal Centro di cultura Mariana (2013) nella traduzione metrica a cura di Ermanno M. Toniolo.

La casa degli amici dista una cinquantina di chilometri dalla nostra, ma ho avuto anche il dono di poterlo cantare insieme all’assemblea del popolo di Dio raccolta, una sera di maggio, in un santuario mariano vicino a casa, insieme a loro. È un canto che comunica gioia. E una gioia di cui fare memoria.

Akathistos: è rimasta la postura dell’orante, «non seduto», a dare il titolo a questo inno mariano nato nella Chiesa bizantina del v secolo e dunque appartenente all’antica Chiesa indivisa. Si cantava stando in piedi, così come si ascolta il Vangelo.

Di autore anonimo, questo canto è una perla preziosissima dell’intera cristianità, di là dalle divisioni ecclesiali, una sintesi mirabile del mistero della salvezza nella stretta correlazione tra incarnazione e redenzione: canta infatti nella prima parte gli eventi dell’incarnazione e del Natale, cui seguono nella seconda le intuizioni teologiche dei misteri della salvezza nella fede professata dalla Chiesa conformemente ai concili di Nicea, Efeso, Calcedonia.

Ed è innanzitutto un inno di Lode al Signore al tempo stesso in cui si canta alla Madre; un canto alla Santissima Trinità per mezzo di, e insieme con Maria: il canto alla Madre in funzione della lode a Lui.

Nella liturgia bizantina si intona il quinto sabato di Quaresima; nella Chiesa cattolica Giovanni Paolo II che più volte l’ha voluto e presieduto (per l’anniversario dei concili di Costantinopoli e di Efeso, in occasione della festività dell’Annunciazione nell’anno mariano, per l’Immacolata Concezione nel giubileo del 2000) ha concesso l’indulgenza per la sua recita al pari del santo Rosario.

Per quanto le migliori traduzioni non possano forse compensare l’esecuzione della metrica greca, la ritmicità nella ripetizione — con varianti — nella partecipazione di tutta l’assemblea innesca l’energia del canto corale e restituisce esperienzialmente il senso della bellezza che appartiene a tutta la tradizione filocalica della spiritualità orientale.

In solitudine, in particolare, la preghiera — meditativa — può condurre alla contemplazione.

Strutturato in due parti, la prima liturgica e la seconda dogmatica, si compone di 24 stanze, di cui quelle di numero dispari, più estese, prevedono la partecipazione dei fedeli i quali, in risposta a una breve sequenza di narrazione biblica, variando a ogni verso l’invocazione, per 12 volte ripetono cantando la parola di saluto dell’Angelo, «Ave»: Ave, per Te la gioia risplende / Ave, per Te il dolore s’estingue / Ave, salvezza di Adamo caduto / Ave, riscatto del pianto di Eva.... Invariato per tutte le stanze dispari resta il 13° saluto, a mo’ di antifona formulare di explicit: Ave, Vergine e Sposa!

Le stanze pari sono tutte più brevi: di soli otto versi, l’ultimo dei quali risuona di una sola parola di giubilo, «Alleluia!» al Signore Dio nostro Salvatore.

Maria è il grembo senza macchia preparato nei secoli per accogliere il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: «Non avessi tu il candore, come potrebbe / accadere a te ciò che rischiara ora la notte?», canta a Lei Rilke — intorno alla Nascita di Cristo nella Vita di Maria — figurandosi il Bimbo come sole che sorge.

Maria è in Cristo la Madre dell’umanità redenta. Poiché madre — il suo sangue, sangue del Figlio; il palpito del grande cuore del piccolo, sul suo cuore di madre —, la supplica a Lei rivolta (Preservaci da ogni sventura, tutti! Dal castigo che incombe / Tu libera noi che gridiamo: Alleluia! ) si fa motivo di speranza nella candida bellezza di questo antichissimo inno che verosimilmente è stato alla base delle formule litaniche, mirabile sintesi teologica del piano della salvezza dalle origini della creazione al suo compimento, del mistero pasquale ed ecclesiale.

15 Era tutto qui in terra / e di sé tutti i cieli / riempiva il Dio Verbo infinito: / non già uno scambio di luoghi, / ma un dolce abbassarsi di Dio / verso l’uomo / fu il nascer da Vergine, / Madre che tutti acclamiamo: / Ave, Tu sede di Dio l’Infinito / Ave, Tu porta di sacro mistero (...)

18. Per salvare il creato / il Signore del mondo / volentieri discese quaggiù. / Qual Dio era nostro Pastore, / ma volle apparire tra noi / come Agnello: / con l’umano attraeva gli umani, / qual Dio l’acclamiamo: / Alleluia!

Splendida l’immagine dell’Agnello Pastore. Nella vita ordinaria il pastore cura il gregge ma poi, per vivere, egli deve sacrificare l’agnello.

Nella tradizione di Israele la legge prescriveva si immolasse, per celebrare la Pasqua del Signore, un agnello perfetto, maschio, senza macchia, giovane, nato nell’anno... Il Re Pastore, che ama le pecore al punto da andarle a cercare quando si smarriscono, una a una, chiamandole per nome, abolisce il sacrificio antico e offre se stesso.

Il pastore in sostituzione dell’agnello, per ciascuno dei suoi agnelli, o delle pecore. Ma di quante parole abbiamo bisogno per esprimere questo ineffabile nucleo di irradiante bellezza!

Non potrebbero essere le parole degli antichi inni a radunare nuovamente in preghiera i cristiani delle Chiese divise che faticano a riconciliarsi sul piano dogmatico ma che hanno in comune il Signore e la Madre e che trovano parole di invocazione comuni per l’umanità tutta nei momenti della festa e in quelli del dolore? Ai conviti di famiglia ogni padre desidera vedere riuniti i figli, a tavola, anche provenienti da strade lontane e da storie tutte diverse... Il padre aspetta, il suo amore chiama nel silenzio; la madre prepara e li raduna...

Rivolto a Maria, nella quale i due poli umano e divino convergono, nella stanza della Visitazione di questo inno il piccolo Giovanni in grembo a Elisabetta esprime così la sua esultanza: Ave, o tralcio di santo Germoglio; / Ave, o ramo di Frutto illibato. // Ave, coltivi il divino Cultore, /Ave dài vita all’Autor della vita. // Ave, Tu campo che frutti ricchissime grazie; / Ave, Tu mensa che porti pienezza di doni. // Ave, un pascolo ameno Tu fai germogliare; / Ave, un pronto rifugio prepari ai fedeli. // Ave, di suppliche incenso gradito; / Ave, perdono soave del mondo. // Ave, clemenza di Dio verso l’uomo; / Ave, fiducia dell’uomo con Dio, // Ave, Vergine e Sposa!

di Anna Maria Tamburini