· Città del Vaticano ·

Una notte senza tempo, piena di magie

Giorgio de Chirico, «Ulisse autoritratto come Odisseo» (1922-1924)

Con Nicola Piovani all’Auditorium Parco della musica a Roma lo spettacolo si fa dialogo

23 luglio 2020

Ci sono giorni nella vita che regalano magie. Mercoledì 15 luglio 2020 ore 21, Auditorium Parco della musica a Roma. Le parole che seguono non saranno la cronaca di un concerto, ma il racconto di una sera incantata che Nicola Piovani ha regalato al suo pubblico. Con il palco ancora avvolto nel buio — qualche bagliore dal nero lucido del pianoforte — la Cavea dell’Auditorium, di solito così affollata, sembra un deserto. In tanti sono rimasti senza biglietto per quel distanziamento necessario che rassicura chi si è avventurato fuori casa come al tempo di un mondo senza epidemia, ma una separatezza che non può non dare pena.

Più posti vuoti che persone, qua e là due congiunti seduti vicini, chi è solo da solo, senza il conforto di un estraneo accanto con cui scambiare qualche parola di circostanza o anche solo un sorriso. Tante isole perdute nel mare e neanche il profilo di altre terre all’orizzonte.

Si accendono le luci e sul palco entra Nicola Piovani, pianista, compositore, direttore d’orchestra, arrangiatore, premio Oscar per la colonna sonora del film La vita è bella di Benigni, un musicista conosciuto e amato in tutto il mondo che ha legato il suo nome a musiche indimenticabili. Ad accoglierlo un lungo applauso che sembrerà appena un brusio se paragonato a quelli che verranno.

Alle prime note su un grande schermo alle spalle dell’orchestra cominciano a scorrere le immagini: locandine, registi, attori di tanti film che hanno la sua preziosa voce musicale. Inizia così la magia. Poi Piovani lascia il pianoforte e si rivolge al suo pubblico. «La musica è pericolosa, lo diceva Fellini». Esordisce spiegando il titolo dello spettacolo che è anche il titolo di un suo bellissimo libro, un vagabondare tra i ricordi della sua vita non da musicista prestato alla letteratura, ma da scrittore vero che parla di musica. Fellini temeva la commozione che nasce dalla musica, un’opinione condivisibile aggiunge Piovani. Ascoltare musica è correre dei rischi, come correre dei rischi è vivere, è amare perché tutte le cose belle di questo mondo ti cambiano dentro e se a volte regalano felicità altre condannano al naufragio.

È con queste parole che lo spettacolo si fa dialogo, incontro. Con un microfono in mano Piovani attraversa lentamente il palco fermandosi qualche momento al centro e ai due estremi per rivolgersi a tutto il suo pubblico e intanto parla. Se le sue mani si muovono leggere e rapide sulla tastiera con la grazia di un volo di farfalle, la sua voce con la stessa grazia è capace di raccontare tante storie fatte di aneddoti, curiosità, pensieri, sentimenti. Parla di stupore, di seduzione, anche di coraggio, ricorda Ulisse e le Colonne d’Ercole e intanto prende forma un’idea della vita come passione, ascolto, condivisione. Il pubblico non perde una battuta e l’emozione è così forte da non trovare altra strada che il silenzio. Il tempo degli applausi, tanti a scena aperta, quelli confidenti che non temono di disturbare il suono, verrà dopo, quando avrà ripreso posto al pianoforte e quel battere di mani sarà un’altra musica che accompagna la musica.

Piovani raccontando torna indietro nel tempo, alla fisarmonica, il primo strumento che piccolissimo imparò a suonare. Il suo rapporto con la memoria sembra contenuto, essenziale come di chi sa che scivolare nello struggimento della nostalgia finisce con l’appannare i ricordi. È proprio quest’asciuttezza che gli permette di attraversare il passato come il passato di volta in volta richiede: con delicatezza, ironia, sorriso, malinconia ma sempre con l’intensità di chi è abituato a scendere al cuore delle cose e a chiamarle con il loro nome.

A incantare non è solo il talento che Piovani dimostra nel creare emozioni con la musica e con le parole, ma quel senso straordinario di totalità che si percepisce e che fa della musica e delle parole due linguaggi diversi che con naturalezza si incontrano per raccontare il suo mondo. Allo stesso modo Piovani, musicista raffinatissimo, ama tutta la musica, purché capace di far battere il cuore: i ritmi festosi di una banda, la dolcezza di una serenata che sale verso il cielo accompagnata dal suono di un flauto o di un organetto, gli inni di una nazione o di una squadra, le canzoni che quando sono belle davvero diventano la colonna sonora di una generazione, i cori in spiaggia al tramonto di ragazzi stretti attorno a una chitarra, la ninna nanna che una mamma intona a mezza voce per far addormentare il figlio bambino.

Così al pianoforte alterna le sue musiche con i rubati di uno Chopin che fa trasalire il cuore, con la lucentezza di una suite che Debussy dedicò al mondo dell’infanzia, con le struggenti note di Caminito, un tango argentino nato in una strada bordata di giunchi e di trifogli e interpretato più che cantato dalla voce di uno straordinario Marcello Mastroianni. E quel gioiello Quanto t’ho amato pensato come un “valzerino” semplice sullo stile di un tempo ma che, grazie alla sua musica meravigliosa e alle parole di quel poeta che fu Vincenzo Cerami, è una delle canzoni d’amore più belle di sempre.

Mentre il concerto si avvia verso la conclusione Piovani esce da un tempo senza tempo per entrare nel presente. E lo fa con un pensiero solidale verso tutti quegli artisti e quei lavoratori dello spettacolo che la pestilenza in questi mesi ha costretto al silenzio. Forme d’arte che non possono essere viste o ascoltate a distanza, ma che ogni volta vengono ricreate in presenza perché per vivere hanno bisogno degli artisti e del pubblico, come di due gusci una conchiglia.

«Quando sentiamo il bisogno di un abbraccio dobbiamo correre il rischio di chiederlo» scriveva Emily Dickinson, ma in questa sera dolce d’estate non c’è bisogno di chiedere. Piovani suona, racconta e intanto annulla le distanze, cancella i vuoti, riesce a far dimenticare quel metro indispensabile per proteggersi e proteggere, che ormai è diventato l’unità di misura della solitudine. Musica e parole fioriscono in uno stringersi spontaneo fatto di emozioni condivise, un abbraccio tra Piovani e il suo pubblico che è quasi un respirare insieme.

Applausi, qualche bis, poi quando i musicisti lasciano la scena Piovani, rimasto solo sul palco, riprende posto al pianoforte e intona una melodia di Ennio Morricone, un omaggio in forma di congedo. Quando solleva le mani dalla tastiera si spengono le luci. Dal cielo stellatissimo scende un raggio argentato di luna che illumina i suoi riccioli morbidi e il viso che è sempre quello di un ragazzo.

di Francesca Romana de’ Angelis