· Città del Vaticano ·

Una governance “gentile” per la tecnologia

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Dalla sanità ai nuovi spazi del vivere sociale

21 luglio 2020

Dal volume «Pandemia e resilienza. Persona, comunità e modelli di sviluppo dopo la Covid-19» (Consulta scientifica del Cortile dei gentili, Cnr Edizioni, Roma, 2020) pubblichiamo il seguente contributo.

Premessa e osservazioni

La crisi della covid-19 ha segnato il trionfo della tecnologia, con le infrastrutture digitali che hanno svolto un ruolo fondamentale nel mantenimento delle funzioni essenziali della società e della “socialità”: home-working, didattica digitale, aiuto psicologico e psicoanalitico attraverso mezzi telematici, comunicazione attraverso canali social, pagamenti online e campagne di raccolta fondi attraverso piattaforme peer-to-peer di crowdfunding, etc.

Si è verificata una sorta di “invasione del reale” nella tecnologia, che sta modificando il senso del rapporto fra i due mondi. La contrapposizione spesso proposta in un passato recente fra un mondo reale analogico (positivo) e un mondo virtuale digitale (negativo) è stata fortemente ridimensionata nel momento in cui il digitale è diventato, in fase di lockdown, pressoché l’unico spazio possibile di relazione (umana, educativa, commerciale, e così via) e condivisione in tempo reale.

Il cambiamento in atto non ha eliminato però in alcun modo, anzi è venuto a enfatizzare, le grandi questioni pre-esistenti: a) il controllo, la democrazia, l’individuo, l’ideologia del digitale e delle applicazioni, ovverosia, in sintesi, il tema dell’incardinamento all’interno dello spazio digitale delle regole politiche e delle norme giuridiche proprie di una democrazia; b) la scarsità di risorse (esclusione/inclusione finanziaria; esclusione/inclusione tecnologica: sono già in sensibile incremento le frodi informatiche a danno di categorie deboli quali anziani e persone di scarsa cultura); c) il rischio che la tecnologia generi nuove disuguaglianze (sfruttamento solo da parte di taluni delle possibilità di accelerazione offerte dalle condizioni emergenziali: winner and loser); d) la creazione di nuovi centri di potere con tratti monopolistici, non soltanto da un punto di vista economico ma anche per quanto riguarda le capacità di raccolta e trattamento dei dati.

Visione e proposte

Il contesto attuale rende quindi ancora più urgente e necessario porre attenzione ai valori sottostanti all’uso della tecnologia e ci impone una prospettiva di lettura del rapporto fra resilienza e tecnologia differente e molto più profonda di quella di cui si discorreva solo qualche mese fa (quando — l’osservazione è banale — il termine cyber-resilience veniva impiegato solo nel senso di una resilienza tecnologica rispetto a cyber rischi di frodi, etc.).

La questione di una resilienza con la tecnologia, che sia una resilienza non soltanto umana ma anche umanista, si pone oggi con forza, come un’esigenza centrale. La cifra nuova è quella della tecnologia come strumento di resilienza trasformativa grazie al quale si può/deve immaginare un raccordo tra esigenze di libertà individuali e istanze comunitarie e, ancora, come strumento che consentirà di affrontare il tema della scarsità delle risorse e delle disuguaglianze.

In altri termini la relazionalità umana e la socialità hanno mostrato di poter godere di forme di resilienza grazie alla digitalizzazione delle connessioni e a una certa surrogazione digitale dei rapporti interpersonali e sociali. Tuttavia, dobbiamo rilevare due cose. In prima istanza, il digitale non ha il potere di surrogare in pieno l’esperienza analogica. Per quanto sia potente e duttile, la digitalizzazione non è una piena surrogazione della relazionalità umana, anche se ha la capacità di sembrare molto simile. Il limite della “relazione digitale” appartiene quindi strutturalmente al mezzo in questione. La seconda questione è che la digitalizzazione delle relazioni non è stata uniforme, ma ha seguito e spesso accentuato l’andamento delle disuguaglianze sociali. Basti pensare che la surrogazione dell’ufficio e delle relazioni con strumenti digitali è stata maggiore e più semplice per gli appartenenti a classi sociali avvantaggiate.

Sotto un altro profilo, il dibattito apertosi sulle sorti delle varie app di tracciamento post covid-19 evidenzia in modo molto concreto le poste in gioco per gli ordinamenti democratici e giuridici contemporanei. È in corso una ridefinizione veloce della cittadinanza tramite app che possono decidere di vari livelli di libertà, ma anche ricreare frontiere ormai sparite, in una forma di involuzione.

Di fronte a questo scenario, siamo chiamati a un doppio sforzo.

Sviluppare le basi di una resistenza e poi di un rinnovamento della società nelle sue componenti economiche e civili, in una dialettica con la tecnologia che ha le potenzialità di risposta alle richieste di sostegno ulteriore che emanano già dalle società stremate.

In primo luogo, la sanità è oggi, e sarà domani, un campo di battaglia nel quale la tecnologia permette di ristabilire livelli alti di tutela corrispondenti con la disponibilità di risorse umane e finanziarie. Inoltre, di fronte alla crisi di interi settori produttivi, un uso avvisato della tecnologia può mantenere alti livelli di produzione di beni e servizi, anche estendendo servizi in quasi gratuità. Tutto questo però richiede, per un verso, di sviluppare ulteriormente il modello di ridistribuzione delle ricchezze, basato sulla politica fiscale, e, per un altro, di coltivare l’accesso ad attività educative. E in questa prospettiva non si può prescindere da una riconsiderazione dei lavori manuali essenziali che nel contesto della crisi si sono mostrati come fondamentali (e non periferici) ed hanno esposto i lavoratori a forti rischi di contagio nel contesto epidemico. Una valorizzazione economica di questi rischi potrebbe iniziare una correzione che eviti un’ulteriore forbice di disuguaglianza.

La resilienza tecnologica che è apparsa con forza durante la crisi della covid-19 porta in sé alcune tendenze di trasformazione sociale. Si è realizzato in poche settimane il trasferimento sulla rete dell’essenziale dell’attività economica, lavorativa, relazionale ed educativa delle nostre società. In qualche modo, il sogno futuristico di una vita digitale si è avverato in modo rapido e inaspettato. Quanto accaduto ci dà indicazioni anche sulle possibili trasformazioni future delle nostre società. Anche di fronte all’impennata del traffico dati, l’infrastruttura digitale ha retto nell’insieme, il che permette di proiettarsi nel domani senza eccessive preoccupazioni, ma al contempo proseguendo gli investimenti per collegare l’insieme del territorio alla banda larga veloce. Un ulteriore fattore di cambiamento guidato dalla tecnologia concerne la crescita della produzione di energia basata su fonti rinnovabili, giacché la maggior parte degli attori delle tecnologie dell’informazione si sono dati obiettivi alti in termini di eco-sostenibilità.

Il grande salto digitale della crisi della covid-19 definisce anche i contorni di una serie di potenziali novità nell’organizzazione del lavoro. La separazione fra il luogo fisico di lavoro (ufficio) e il luogo di abitazione è del tutto saltata durante la crisi, con una totale commistione fra entrambi. È evidente che, al termine del periodo di emergenza sanitaria, molti torneranno sul luogo di lavoro, anche per beneficiare dei vantaggi della socializzazione con colleghi e amici: è probabile però il permanere di articolazioni diverse fra i due luoghi, con una crescita di lavori su piattaforme che non richiedono la presenza continuativa in un luogo fisico come l’ufficio. Da quest’angolo visuale, anzi, va sostenuta una strategia per le organizzazioni che incoraggi una parte dei lavoratori a non lavorare in un luogo accentrato, di per sé fragile nel caso di nuove emergenze, privilegiando soluzioni decentrate, che consentano in ogni caso la prosecuzione dell’attività produttiva. Si potrebbe disegnare un’organizzazione umana che copia i nodi di protocollo di trasmissione internet, in grado di assicurare il flusso dei pacchetti di dati anche se un nodo è compromesso. Certo, gli esseri umani non sono spostabili con una semplice decisione tecnica razionale. Ed è fondamentale che, pur nel contesto di attività produttive ri-localizzate, un’attenzione particolare sia dedicata al rafforzamento di dimensioni comunitarie sul territorio che possano fungere da alternativa sociale ai luoghi accentrati che hanno caratterizzato il passato. Il depotenziamento di grandi centri urbani congestionati che appaiono anche come punti critici in un’ottica di resilienza non deve, infatti, offrire come unica alternativa l’isolamento individuale a casa, ma alcuni modelli misti nei quali anche le stesse organizzazioni si devono ripensare. Tutto ciò offre anche prospettive di riequilibrio territoriale e sociale, reindirizzando investimenti e popolazione verso zone fino ad oggi poco dense, così abbassando i costi diretti e indiretti legati al congestionamento dei grandi centri urbani.

La crisi della covid-19 ha provocato un’accelerazione nella volontà di adottare strumenti digitali in grado di facilitare la gestione dell’emergenza sanitaria. Abbiamo assistito a una corsa per definire e adottare app di tracciabilità che possano permettere di meglio controllare eventuali contagi. La corsa alla “app-covid” ha provocato una certa entropia fra vari paesi e aziende. Nel contesto europeo abbiamo assistito a un primo tentativo di definizione di standard comuni, che è stato poi in qualche modo sminuito dalle divergenze nazionali sulla raccolta e il trattamento dei dati. Ciò ha provocato una vera e propria messa in discussione dello strumento tecnologico nell’ambito della crisi della covid-19, che ha condotto anche a ipotizzare il suo non utilizzo in quei Paesi in cui sono state manifestate controindicazioni di tipo politico. Ad ogni modo, la ricerca di una tecnologia “avvisata” nell’ambito post covid-19 ha innescato ovunque un movimento inedito di scrutinio della tecnologia, con indagini dal punto di vista della privacy ma anche della sicurezza e del controllo. Ne è conseguita quindi una veloce crescita del livello di consapevolezza e del dibattito riguardo all’adozione di strumenti digitali come perno di funzioni sociali fondamentali. Se per un verso può sembrare deludente il fatto che non si sia riusciti a giungere in tempi rapidi a una app a livello europeo, d’altro canto questa empasse può anche essere letta come un segno positivo, nel senso della sensibile crescita del livello di attenzione dei risvolti giuridici, politici e anche etici della tecnologia. Nel caso italiano, ad esempio, si è aperto un dibattito molto acceso sulla definizione e sulla scelta di un’app di tracciamento, che ha coinvolto governo, esperti, parlamento e società civile. L’esito di questo dibattito è ancora incerto ma, a prescindere da quale sarà la soluzione finale, esso ha comunque comportato la maturazione, sia pure a volte un po’ caotica, di una consapevolezza riguardo a una scelta di natura tecnologica.

L’emergenza provocata dalla covid-19 può quindi essere vista come il primo grande momento di dibattito tecnologico, dove gli algoritmi vengono discussi prima di essere messi in funzione, con un notevole rovesciamento di prospettiva rispetto anche solo ad alcuni mesi fa, quando la società, soprattutto a livello politico-legislativo, sembrava correre dietro allo sviluppo delle varie tecnologie abilitanti che si diffondevano sul mercato (si pensi ad esempio, all’ambiziosa agenda digitale europea, annunziata prima della pandemia e basata su un modello di sviluppo centrato su cluster paneuropei di dati). La crisi della covid-19 ha accentuato, invece, la necessità di ulteriormente investire nella tutela sia legale sia fisica dei dati (ad esempio con la convergenza intorno a soluzioni di cloud europeo), al contempo rilevandosi però una potente occasione per elaborare la necessaria integrazione delle politiche sanitarie, un campo fino a oggi rimasto di competenza esclusiva degli Stati membri.

Una modalità per contribuire al dibattito sul tema è quella di partecipare a un processo di governance. Questo vuol dire in primo luogo avere a cuore un particolare spazio del vivere sociale, quello che Lord Moulton, un rispettato giudice inglese, in un articolo del 1924 (John Fletcher Moulton, Law and Manners in «The Atlantic Monthly», luglio 1924, pag. 1-5.) ha chiamato spazio etico. Secondo Moulton ogni azione umana avviene in tre settori. Ad un estremo è il dominio della legge, «dove le nostre azioni sono prescritte da leggi vincolanti per noi che devono essere rispettate». All’altro estremo c’è il dominio della libera scelta, «che include tutte quelle azioni per le quali rivendichiamo e godiamo della completa libertà». Tra questi due, si trova un settore in cui le nostre azioni non sono determinate dalla legge ma in cui non siamo liberi di comportarci in qualsiasi modo scegliamo. In questo ambito agiamo con maggiore o minore libertà dal vincolo, su un continuum che si estende da una coscienza del dovere «quasi forte come la legge positiva», attraverso il senso di ciò che è richiesto dal bene comune. La nostra è quindi una prospettiva di etica pubblica, coscienti che è in questo spazio che si tutela e costruisce il vivere sociale e che, citando Lord Moulton, «the real greatness of a nation, its true civilization, is measured by the extent of this land of Obedience to the Unenforceable» (Ibidem, 2).

Il nostro contributo per un’autentica governance di queste tecnologie digitali a contrasto del nuovo coronavirus allora non si fonda su considerazioni di ordine morale che si collochino ai margini dello sviluppo e si [...] «[concretizzino] nell’elaborare strumenti correttivi, sia a livello individuale, o comunque privato, sia a livello istituzionale [...] [ma cercherà] l’efficacia, anche dal punto di vista della produzione, di un’azione che coinvolga singoli e gruppi nella complessità di un impegno non solo settoriale, un impegno che non perda di vista la persona nella sua interezza» (P. Lacorte, G. Scarafile, R. Balduzzi (edd.), La governance dello sviluppo: etica, economia, politica, scienza, 43).

È evidente, per la natura stessa dell’innovazione tecnologica, che una governance sarà efficace solo se si configura come momento di dialogo e confronto tra le diverse competenze fornite dalle scienze empiriche, dalla filosofa, dalle analisi moral-teologiche e da ogni altra forma di sapere umano coinvolto nei fenomeni descritti. Occorre inoltre che i diversi attori coinvolti si confrontino e in una logica costruttiva e coordinata: il mondo istituzionale, il mondo accademico e le aziende tecnologiche dovrebbero riflettere assieme per implementare una governance della tecnologia digitale che sia efficiente e permetta di realizzare appieno le opportunità offerte.

In particolare, il ruolo della riflessione etica in questo processo di governance, come emerso nelle considerazioni fatte, sta non tanto nell’individuare direttamente soluzioni tecniche ai vari problemi ma nel rendere presente, nel dibattito, la domanda critica sul senso dell’umano che l’innovazione tecnologica media e sulle modalità che possano garantire uno sviluppo umano autentico.

Da questo livello devono partire una serie di domande che interrogano gli attori coinvolti per sviluppare un quadro giuridico e altri strumenti per le intelligenze artificiali e le tecnologie ad esse connesse entro i limiti che esprimono i principi e i valori capiti come fondanti la società democratica.

Pensiamo che queste domande siano da porre al centro del dibattito e che solo se queste accompagnano il processo della governance avremo un autentico sviluppo. Lo sviluppo umano è da intendersi, quindi, come un fine e non come un mezzo che caratterizza il progresso, definendo priorità e criteri. Parlare di sviluppo significa, quindi, non mettere la capacità tecnica al centro dell’attenzione bensì tenere l’uomo al centro della riflessione e come fine che qualifca il progresso.

Fare scelte etiche oggi non significa obbedire a decisioni altrui, bensì cercare di trasformare il progresso in sviluppo. Significa indirizzare la tecnologia verso e per lo sviluppo e non semplicemente cercare un progresso fine a se stesso. Sebbene non sia possibile pensare e realizzare la tecnologia senza delle forme di razionalità specifiche (il pensiero tecnico e scientifico), porre al centro dell’interesse lo sviluppo significa dire che il pensiero tecnico-scientifco non basta a se stesso. Servono diversi approcci complementari. Servono diverse discipline. Serve anche il contributo di quello che si chiamano, in inglese, le humanities. Questo sviluppo deve essere: 1. globale, ovvero per tutte le donne e per tutti gli uomini e non solo per qualcuno o per qualche gruppo (distinto per genere, lingua o etnia); 2. integrale, ovvero di tutta la donna e di tutto l’uomo; 3. plurale, ovvero attento al contesto sociale in cui viviamo, rispettoso della pluralità umana e delle diverse culture; 4. fecondo, ovvero capace di porre le basi per le future generazioni, invece che miope e diretto all’utilizzo delle risorse dell’oggi senza mai guardare al futuro; 5. gentile, ovvero rispettoso della terra che ci ospita (la casa comune), delle risorse e di tutte le specie viventi.

Per la tecnologia e per il nostro futuro abbiamo bisogno di uno sviluppo che sinteticamente si può definire “gentile”. L’etica è questo e le scelte etiche sono quelle che vanno nella direzione dello sviluppo gentile.

In sintesi, è indispensabile che l’innovazione tecnologica sia al centro di un progetto politico ed etico che prenda in considerazione il fattore tecnologico alla luce di un approfondimento dei valori e dell’applicazione dell’insieme delle categorie del pensiero. In questa prospettiva, è molto da apprezzare il dialogo avviato fra il Vaticano e alcune aziende tecnologiche globali e istituzioni per promuovere valori etici nello sviluppo tecnologico.

di Paolo Benanti*
Jean-Pierre Darnis**
Antonella Sciarrone Alibrandi***

*Teologo
**Consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali
***Docente di diritto dell’economia presso l’Università cattolica del Sacro Cuore