· Città del Vaticano ·

Un specchio per guardare dentro di sé

«Porta di Lampedusa — Porta d’Europa»

A colloquio con Mimmo Paladino sul restauro alla sua «Porta d’Europa». Con un’aggiunta

31 luglio 2020

Come un arco che, visto dalla terraferma, guarda al mare e al cielo e, visto dal mare, indica l’accesso all’interno dell’isola. È la Porta di Lampedusa, Porta d’Europa — cinque metri d’altezza e tre di larghezza, in ceramica refrattaria e ferro zincato — dal 2008 simbolo di sbarchi, mancati arrivi, approdi e, ancora, di omeriche odissee, affrontate da chi, nel viaggio, ripone tutta la propria speranza.

L’opera dedicata ai migranti, realizzata dallo scultore, pittore, incisore e regista Mimmo Paladino, su idea di Arnoldo Mosca Mondadori e dell’associazione Amani, oggi ha bisogno di essere restaurata. Dopo dodici anni risente dei segni del tempo e — come tiene a precisare l’artista — tra i principali esponenti della Transavanguardia italiana, «soprattutto dell’azione dei venti e delle acque che l’hanno corrosa». Perché, sì, ai tempi, Paladino, oltre a scegliere di dar vita «a un portale» (elemento ricorrente nella sua produzione), decise pure di costruirlo «in modo che, tramite i materiali utilizzati, suscitasse quel senso di provvisorietà e anche di fragilità che è intrinseco alle storie per cui fu pensato». E se poi, man mano, politiche e leggi sui temi dell’accoglienza fossero stati capaci di evitare le inumane traversate e i drammi conseguenti, l’arco simbolico di terracotta avrebbe ben potuto consumarsi. Tuttavia per le navi in mare bisogna continuare a sperare: da qui, sulla Porta d’Europa, la necessità di «un intervento conservativo», per il quale è in corso una campagna di raccolta fondi (promossa, tra gli altri, dal medico di Lampedusa ed europarlamentare Pietro Bartolo, da Unicoop Firenze e, naturalmente, da Amani e dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, presieduta da Arnoldo Mosca Mondadori) che, fino al prossimo 20 settembre, chiama tutti a contribuire, effettuando una donazione sul sito Eppela o recandosi nei supermercati Coop di Firenze.

Ma torniamo al restauro (e non solo) — da completare possibilmente per il 3 ottobre, settimo anniversario dal naufragio in cui davanti all’isola siciliana morirono 368 migranti — così come spiegato dal maestro Mimmo Paladino.

Non solo restauro conservativo, alla «Porta di Lampedusa — Porta d’Europa» verrà aggiunto anche uno specchio. Perché questa scelta?

L’intervento sulla Porta risulta necessario affinché non continui a deteriorarsi, è un fatto scientifico e ha questo scopo. Al contrario, l’idea dello specchio ad altezza uomo è qualcosa di integrativo. Nasce da una sollecitazione improvvisata di Arnoldo Mondadori, il quale vorrebbe che chiunque, a Lampedusa, si specchiasse. E, laddove non d’accordo con l’accoglienza dei migranti e quant’altro, riflettesse e guardasse soprattutto dentro di sé. Dovendo procedere col restauro, perché, quindi, non aggiungere qualcosa a un’opera che, in questi anni, si è rivelata più di quanto previsto?

Ovvero? Come si è rivelata?

Dieci anni fa e oltre, mi chiesero di realizzare un monumento per i migranti morti in mare — perché questo sarebbe dovuto essere il significato di partenza dell’opera —, ma io risposi di non essere abituato a fare monumenti, decidendo, così, di dar vita alla Porta che non ha, appunto, nulla a che vedere con la retorica dei monumenti. Il tempo l’ha dimostrato. Oggi la Porta è una realtà concreta: gli isolani e i migranti stessi la ritengono degna di rappresentare un luogo dove potersi incontrare, luogo di scambio di culture, di dialogo, dove appendere gli effetti personali, in segno di memoria. È un’opera, per questo, viva, vera, che sollecita altro e va al di là dei puri e semplici motivi celebrativi.

Ma dodici anni fa perché decise di realizzare proprio una Porta e non qualcos’altro?

Perché ritengo che, nella storia, il portale sia sempre stato eretto dall’umanità come idea di accoglienza. Io ho voluto creare una porta, che né si apre né si chiude, proprio per produrre una forma attraverso cui si passa senza ostacoli. E l’ho fatto collocandola nel punto più a sud dell’isola e più a sud dell’Europa.

Sulla «Porta» ci sono delle decorazioni, cosa rappresentano?

Non le chiamerei decorazioni, sono degli oggetti umili, tra ciotole e altri utensili, che vi ho attaccato come ogni uomo farebbe sulle mura della propria dimora. Sono simbolo di umanità, semplice e radicale.

Crede che con politiche sui migranti differenti, in futuro, cambierebbe anche il significato della «Porta»?

Sicuramente con politiche diverse, l’approdare in questo lembo d’Europa potrebbe avvenire in maniera non dolorosa e drammatica. Lo spero. Se così fosse, la Porta resterebbe il simulacro di se stesso.

Alda Merini scrisse una poesia per Lampedusa, «Una volta sognai», che poi, durante l’inaugurazione dell’opera, il 28 giugno 2008, venne recitata dinnanzi alla «Porta». Che effetto le fece?

Per me, per ogni opera d’arte dovrebbe essere così. È bello che le opere vivano anche di contributi altrui, perché non sono mai definite o determinate da un solo significato, quantomeno da quello di chi le ha create. Tutto ciò che avviene intorno a un’opera è importante: dal mare al vento che l’hanno modificata, alle poesie e ai rituali che le vengono dedicati e fanno sì che si mantenga viva, in grado di vivere altre vite.

Lei che rapporto ha con Lampedusa?

Penso che sia uno tra i più bei luoghi al mondo. Mi rattrista ciò che vi è accaduto e che vi accade. Artisticamente ha dato modo, anche involontariamente, di esprimersi su temi civili, senza fare retorica. Un po’ come è accaduto a Picasso con Guernica.

A giugno scorso la «Porta» è stata impacchettata con nastri adesivi e in molti hanno commentato il fatto parlando di «sfregio». È d’accordo?

Assolutamente no. Lo ritengo un semplice gesto dovuto all’appena scomparsa dell’artista Christo [famoso per la tecnica dell’imballaggio]. Se fosse stato un atto vandalico, l’avrebbero distrutta. E poi gli isolani, almeno la maggior parte, come dicevo, hanno subito considerato la Porta come un simbolo attivo, un valore aggiunto per la loro terra, non come una mera opera scultorea. Anche Papa Francesco l’apprezzò.

A proposito di Papa Francesco, il 27 aprile, durante l’isolamento forzato, il Pontefice ha pregato per gli artisti e lei, per ringraziarlo, gli ha donato un dipinto.

È stato bellissimo. In un momento difficile per il mondo dell’arte e dello spettacolo, dimenticato dai governanti, il Papa è stato l’unico a pensare a noi. È partito subito un tam tam coi miei amici, da Giovanni Veronesi a Sergio Rubini e tanti altri. Sandro Veronesi gli ha scritto una lettera, bella e spiritosa, e io, proprio per ringraziarlo, Papa Francesco, ho allegato un piccolo disegno, che avevo fatto durante uno di quei giorni interminabili di silenzio.

Un disegno che raffigura un Cristo spezzato. Spezzato come tanti uomini, come tante vite in mare.

Indubbiamente nella forma ricorda la crocifissione, ma forse, sì, ricorda anche quello, soprattutto quello: tutte le vite interrotte da qualcosa di drammatico.

di Enrica Riera