· Città del Vaticano ·

Un eroe per le Pampas

La statua che la natia Lerici ha dedicato all’eroico missionario

L'avventura della fede

10 luglio 2020

Francesco Bibolini prete della pace fra i popoli indigeni


C’era il mare a salutare la nascita di Francesco Bibolini, il 3 settembre del 1822. E sarebbe stato il mare a portarlo lontano, diversi anni dopo, depositandolo sulle coste del nuovo continente, in un paese in gran parte ancora selvaggio e ricco di opportunità. Bibolini nacque a Lerici, cittadina ligure che aveva visto partire tanti figli verso le nuove terre d’America. Dalle tante storie raccontate dagli emigranti di ritorno egli trasse l’entusiasmo per un futuro da dedicare alla missione. Il giovane infatti aveva sentito presto la vocazione al sacerdozio e concluse i suoi corsi teologici con la consacrazione a sacerdote nel 1847. La partenza per le Americhe avverrà alcuni anni dopo, nel 1853: precedentemente il sacerdote aveva venduto tutti i beni temporali per pagarsi il viaggio e fissare la sua meta nel Paraguay. Il sacerdote tuttavia non era ancora pronto all’impatto duro con la realtà di quel paese ed ebbe subito modo di confrontarsi con essa. Alla frontiera fu scambiato per medico e sequestrato da un poliziotto per eseguire un’amputazione.

L’esperienza sconvolse il giovane prete che fuggì alla prima occasione verso la confinante Argentina. La fuga di don Francesco basterebbe già a riempire un libro a sfondo avventuroso: il sacerdote raggiunse infatti Buenos Aires soltanto nel 1854, dopo aver attraversato paludi e selve infestate da animali feroci, superando le province di Corrientes, Entre Ríos e Santa Fe. Arrivato nella capitale argentina il sacerdote ligure si mise subito all’opera chiedendo di essere trasferito ai confini dello stato, verso gli sterminati territori delle Pampas. Fu accontentato e assegnato al villaggio di Mulitas e poco dopo venne nominato parroco del paese 25 de Mayo. In questo piccolo avamposto della civiltà cattolica il missionario di Lerici, ottenuta l’autorizzazione ad avviare una colletta per edificare la prima cappella del paese, ne avviò la costruzione e la benedisse con il nome di Nuestra Señora del Rosario.

Francesco Bibolini si dedicò con cura al servizio religioso e mise tanto entusiasmo nell’approccio con i bellicosi indios stanziati ai confini dello stato sudamericano. Trovò inoltre il tempo di scrivere versi e di impegnarsi totalmente nelle opere caritatevoli nei confronti dei diseredati della frontiera americana. E ritrovò il coraggio che non lo aveva assistito al suo arrivo in Paraguay nei drammatici giorni della guerra civile argentina. Il paese precipitò infatti nel 1859 in una delle tante guerre fratricide che avrebbero segnato la storia del Sudamerica: da una parte la provincia di Buenos Aires, con il suo governo repubblicano, dall’altra le province argentine riunite nella Confederazione. Alleati di questi ultimi gli indios del cacico araucano Calfucurá, un sovrano indiano già distintosi nelle guerre delle Pampas e capo indiscusso del suo popolo per quarant’anni. Calfucurá incuteva terrore ai suoi nemici: dotato di stazza gigantesca (cosa assai rara tra i nativi di quell’angolo sudamericano) il capo degli indigeni aveva dalla sua, oltre la forza, anche l’arguzia strategica incarnando in queste qualità tutte le doti del capo guerriero di un popolo da lungo tempo oppresso dai bianchi.

Le incursioni, le predazioni, le distruzioni sistematiche operate dal cacico (titolo dato ai capi indigeni di quell’area geografica) rappresentarono quindi un vero e proprio flagello per le piccole cittadine di frontiera dell’Argentina. Fattorie depredate, villaggi distrutti, raccolti incendiati: questo il bilancio dell’avanzata indiana nel 1859 e il 26 ottobre le schiere araucane arrivarono in vista del paesino 25 de Mayo per dare un altro assalto alle misere speranze di coloni impauriti. Calfucurá si accampò a pochi chilometri dalla contrada e ciò bastò a far fuggire gran parte degli abitanti in preda al panico. Non fuggì però don Bibolini che anzi decise di affrontare l’indiano nel suo stesso accampamento per dissuaderlo ad attaccare un popolo indifeso.

Cosciente del pericolo mortale (i nativi serbavano un odio viscerale per tutti i cristiani), il prete non si fece persuadere dalle accorate parole dei suoi parrocchiani e, caricati due cavalli con regali di vario genere, montò su una terza cavalcatura avviandosi verso il campo nemico. Avvicinandosi alle tende, il coraggioso italiano fu disarcionato dal proprio cavallo spaventato dalle urla indie ma, paradossalmente, l’incidente si rivelò essenziale nel primo approccio con lo spietato nemico. Calfucurá non permise a nessuno dei suoi guerrieri di toccare il missionario e lo invitò di nuovo in sella per poterlo incontrare da vicino.

Consegnati i regali, don Francesco iniziò un lungo colloquio che si concluse con successo dopo varie ore. Il risultato fu tale che la popolazione poté assistere attonita al ritorno in paese di Bibolini, accompagnato dallo stesso capo indiano. Giunti nel centro della piazza gli indigeni delle Pampas si misero a vendere i loro copricapo alla gente del villaggio mentre Calfucurá continuò a camminare al fianco di Bibolini, fino a giungere alla chiesa. Il giorno seguente i cinquemila guerrieri abbandonarono 25 de Mayo dirigendosi verso il deserto. Il luogo dell’incontro entrò nella storia della geografia locale prendendo il nome di Laguna del Cura (laguna del prete) e nella storia argentina entrò anche don Francesco Bibolini. Egli fu il primo parroco della chiesa dedicata alla Madonna del Rosario e visse nella più assoluta povertà — nella sua casa al numero 700 della via 10 — fino alla morte, avvenuta nel 1907. La sua opera pastorale lasciò una traccia indelebile tra la gente delle Pampas e il consiglio comunale della cittadina curò a proprie spese il funerale dell’amato sacerdote. Lerici onorò la figura del suo illustre figlio realizzando nel 1932 un monumento che venne inaugurato di fronte alla chiesa parrocchiale.

Ma se la vita di don Francesco Bibolini si riempì di mille episodi caritatevoli, uno soltanto è rimasto indelebile nella memoria dell’Argentina. E lo ritroviamo nell’iscrizione funeraria del suo monumento, posto nell’atrio della chiesa parrocchiale di 25 de Mayo, sotto al quale riposano i suoi resti. Per tutti gli abitanti delle Pampas Francesco Bibolini era ed è il «salvatore del popolo dalle invasioni degli indios nel 1859», per tutti don Francesco è el santo de las Pampas.

di Generoso D’Agnese