· Città del Vaticano ·

Un altro racconto attende di essere scritto

Uno scorcio di Camaldoli

Il dibattito a Camaldoli sulla Chiesa in un mondo cambiato

01 luglio 2020

«Di questo l’uomo contemporaneo è affamato: di esperienze capaci di porre domande nuove su quello che siamo e facciamo; di nuove prospettive e nuove vie, che ci portano oltre noi stessi. È infatti sempre l’esperienza — cioè quell’ex-per-ire che è un attraversamento, una esplorazione, una tessitura di segni e di nessi, di elaborazione di emozioni e di attribuzione di senso — il modo per trasformare criticità in occasioni di cambiamento». Le parole di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti contenute nel libro La scommessa cattolica, (Il Mulino), sono arrivate puntuali, dal 23 al 26 di giugno, nelle austere sale del monastero di Camaldoli dove il priore generale dei camaldolesi, dom Alessandro Barban, ha tessuto le trame di un dibattito su «La Chiesa alla prova della pandemia», con la presenza qualificata di teologi e pastoralisti.

Già, dopo la pandemia. Perché tante cose sono cambiate. Almeno domandarsi cosa sia successo alla nostra vita e alla nostra fede. E come uscirne fortificati nello spirito. In questo tempo di pandemia a causa del covid-19, la Chiesa si è trovata a vivere un passaggio di grave difficoltà e insieme l’apertura di inattese possibilità, sia sul piano culturale (col mondo della scienza e con la cultura in generale), su quello linguistico (come comunicare la fede), sia sul piano della prassi liturgica da seguire (tutta la problematica delle chiese chiuse, delle messe in televisione, dei funerali non celebrati). Questo tempo ha fatto emergere con più evidenza tutte le problematiche pastorali, teologali e spirituali con cui la Chiesa si confronta da decenni.

Quale Chiesa verrà da questa congiuntura sfidante? Se ne è discusso a Camaldoli, con lo sguardo della profezia. Davanti a noi sta una sfida epocale. Come ha recentemente affermato Papa Francesco, «il vero dramma di questa crisi sarebbe “sprecarla”». La proposta di Papa Francesco non è quella di difendere in modo nostalgico o malinconico la Chiesa “di ieri”, ma consiste nello stare desti, vigilanti con la Chiesa “in uscita”, e cominciare a sognare la Chiesa nuova “di domani”. Come ha scritto De Certau: «Il cristiano è proiettato in una regione di rischi e di nuovi inizi».

Un convegno che ha espresso molti spunti di riflessione per presbiteri e laici e che avrà un secondo appuntamento, con risvolti pastorali, verso la fine di agosto e sempre nella suggestiva cornice del monastero di Camaldoli. Per il priore, Barban, è opportuno ritrovare il gusto di un passo monastico, una fretta riflessiva e la pazienza di ascoltare, di farsi delle domande. Più che riti, interiorizzazione di un percorso di approfondimento. Più che escamotage online, il gusto della liturgia delle ore. Perché se è vero, come ha detto il sociologo Franco Garelli, che questa pandemia ha dimostrato che non c’è più in Italia un cattolicesimo di popolo ma abbiamo scoperto, e lo stiamo scoprendo tuttora, un Dio che accompagna l’esistente, tuttavia le chiese “vuote” hanno ingenerato la consapevolezza, secondo la teologa Cettina Militello, che saranno sempre più così se non rinnoviamo il nostro modo di vivere la fede. Che la messa in streaming abbia consolato molti, i quali per altro hanno potuto scegliere una celebrazione più prossima alla loro sensibilità, non toglie il vulnus oggettivo della mancata partecipazione. Tanto più che è legittimo il timore che si dimentichi il lato umano delle relazioni. «La non possibilità di partecipare all’eucaristia e di consumarla — continua la teologa — ha rivelato un deficit cospicuo, quello di una sacramentalizzazione a oltranza che alla fine tradisce la valenza ampia della stessa eucaristia. Infatti, se è vero che l’eucaristia fa la Chiesa e che è la Chiesa (l’assemblea) a fare l’eucaristia, è altrettanto vero che lo spostamento sulla sola mensa del pane, per altro oltre tutto esaltata nella visione miracolista della transustanziazione, ha minimizzato la mensa della parola, che viceversa, nella situazione d’impossibilità a celebrare l’eucaristia nella sua forma compiuta, avrebbe ben potuto costituire una chance per il popolo di Dio. Tanto più che la Parola stessa ha un suo spessore sacramentale. Abbiamo perso l’occasione di invitare il popolo di Dio alla mensa della parola, di offrirgliela come cibo alla pari del pane eucaristico».

Però è anche vero che questo tempo sospeso ci ha donato qualcosa, ci ha restituiti a una dimensione che ci mancava. Emerge prepotente la domanda: che Pasqua celebriamo? E la domanda è un severo esame di coscienza circa l’incoerenza non più giustificabile della comunità cristiana. E un convincimento che “niente sarà come prima”.

La percezione della pandemia come kairos nasce dal fatto che la crisi costituisce sempre una opportunità di ripartenza. La pandemia, semmai, potrebbe diventare un “segno dei tempi”, un’allerta che occorre discernere e interpretare. Un’occasione per un severo esame di coscienza.

La pandemia non è qualcosa che ci è arrivata dall’esterno per un tristo capriccio del maligno. È qualcosa che in qualche modo stava dentro di noi, nel rapporto irrisolto tra noi e noi stessi, noi e l’ambiente, noi e la comunità più larga, ecclesiale e non. E poiché biblicamente la crisi è discernimento, severo e doloroso finché si vuole, ma sempre profondamente salvifico, l’occasione ci è giovata per aprire gli occhi, per guardare noi stessi e gli altri in modo nuovo. Non evento apocalittico nel senso tragico del termine, ma evento disvelatore di valori disattesi o nascosti.

Per ciò che ci riguarda come Chiesa possiamo dar vita a un modello nuovo. Abbiamo da disegnare e vivere una immagine diversa, nuova, inclusiva, profetica, gioiosa. Dobbiamo iniziare a prenderci cura di noi stessi, dell’Altro (è l’invito di Roberto Mancini, filosofo). La vita, non solo per forza la vita ecclesiale, è occasione di salvezza e riscoprire la fraternità è una delle poche strade per rinascere dopo la pandemia. Una condivisione con noi e l’Altro che amplia il confine di una solidarietà sola ed esclusivamente caritatevole. Una condivisione tra fratelli e figli che riconosce che Gesù è terapeuta (la provocazione di Roberto Tagliaferri, teologo): salva perché guarisce. La Chiesa si occupa di anima e corpo, e questa pandemia è stata il crocevia di uno stato di crisi da cui ripartire. Più forti di prima. Radicati nello spirito. Guariti da Gesù.

La crisi pandemica ha reintrodotto il grido dei Salmi affinché “un Dio ci venga a salvare”. «Forse è tardi per una certa generazione — si chiede Tagliaferri — ma è un segno dei tempi per la generazione a venire, che ha perso la spregiudicatezza della proprio inviolabilità. Un nuovo racconto della vita e della morte attende di essere messo in scena. La proposta cristiana può raccogliere questo grido non con facili risposte e neppure promettendo catarsi non consentite. Anche noi dovremmo imparare da questa crisi epocale della pandemia a rispettare il grido di Gesù e il silenzio di Dio, senza darsi delle risposte non consentite, in un’attesa che lacera il silenzio solo con l’invocazione, “Maranatha Vieni Signore Gesù”».

di Gianni Di Santo