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Tutti titolari

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Punti di resistenza

04 luglio 2020

Il calcio sociale al quartiere Corviale di Roma


Un centro sportivo costruito con i requisiti della bioarchitettura, con materiali ecocompatibili, pannelli solari e impianto geotermico. Si trova a Corviale, il quartiere a sud ovest della capitale noto per il palazzo lungo un chilometro, divenuto il simbolo del degrado delle periferie romane. Il serpentone, come è stato soprannominato, è un alveare umano fatto di acciaio, cemento e pareti vetrate, che ospita 5.000 persone circa, gran parte delle quali abusive. Grigio, scrostato e annerito da decenni di incuria e abbandono è in netto contrasto con il Campo dei Miracoli - Valentina Venanzi, all’avanguardia non solo per i materiali con cui è realizzato ma anche per la metodologia che regola lo sport più amato dagli italiani. «Un calcio reinterpretato che ha come obiettivo più che la competizione sportiva fine a se stessa, la crescita personale e la cura delle relazioni», spiega Massimo Vallati, presidente della società sportiva dilettantistica onlus, Calciosociale. Nel Campo dei Miracoli, dunque, si pratica il calcio con regole alternative. Regola n. 1: «Chiunque può partecipare, purché abbia un’età compresa tra i 10 e i 90 anni». Maschi, femmine, persone con disabilità, o con problemi di droga, precedenti penali o disagio familiare, possono iscriversi a pieno titolo al torneo. «La diversità è un valore» afferma Massimo. «Se si è tutti uguali non si cresce. Non guardiamo alla problematicità della persona, ma alle sue risorse, alle potenzialità. Ognuno è prezioso». Perciò, Regola n. 6: «Il calcio di rigore viene battuto dal giocatore meno forte» e, Regola n. 7: «Nessuno resta in panchina. Siamo tutti titolari».

Massimo, nativo del quartiere Portuense e con un passato da calciatore, comincia a maturare l’idea nel 2004. «Ero un appassionato, mangiavo pane e calcio, però vedevo cose che non mi piacevano: la competitività estrema, la violenza, la considerazione del bambino come un pollo d’allevamento da vendere». A quindici anni la frattura. «Una ferita che se non la curi non si rimargina. Il calcio sociale era un modo per riprendere in mano quella storia e darle un altro percorso». Catechista nella parrocchia di Nostra Signora di Coromoto, nel quartiere gianicolense, ne parla con l’allora parroco, don Romano Rossi, oggi vescovo di Civita Castellana. Ottenuta la sua benedizione, insieme a un’altra ventina di ragazzi della parrocchia, tra cui Valentina Venanzi, morta a soli 20 anni, alla cui memoria il progetto è dedicato, comincia a costruire il suo sogno. Nel 2009, dopo varie vicissitudini, i giovani ottengono in concessione gratuita dalla regione Lazio quello che, in origine, doveva essere il polmone verde di Corviale, «un luogo completamente distrutto. Una landa desolata piena di erbacce, rifiuti, topi e zanzare che ci massacravano giorno e notte». La sfida viene accettata, non senza qualche preoccupazione. Dopo tanta fatica, impegno, sudore e qualche abbandono, arrivano i primi finanziamenti e, nel 2014, il centro sportivo viene inaugurato. Una struttura bella e curata nei minimi particolari, realizzata con legno, argilla, canapa, canniccio e senza barriere architettoniche. «Una risposta al brutto, al male, al disordine che la gente del quartiere è abituata a vedere».

Il motto di Calciosociale, che campeggia sul cancello in ferro battuto all’ingresso del centro è «Vince solo chi custodisce». L’ambiente, le relazioni, il rispetto, la coesione, la giustizia, la bellezza, se stessi. «Chi viene al Campo dei Miracoli deve essere anche un attore del cambiamento, un protagonista attivo», avverte Massimo, perché, Regola n. 9, «Le partite non si giocano solo sul campo». Significa che per guadagnare i punti validi per vincere il torneo bisogna mettersi in gioco. Per esempio, realizzando il “Parcheggio della legalità” là dove c’era una discarica. «I cittadini di altri quartieri hanno paura a venire qui per via del pregiudizio che grava su questo luogo e, allora, cerchiamo di creare le condizioni per renderlo accogliente, vivibile, attraente»; oppure costruendo il tetto della palestra con le scorze d’albero, lo scarto del legno. Un tetto unico al mondo, «l’anima del centro». Ci sono volute 5.000 cortecce e un anno e mezzo di duro lavoro per coprire i 900 metri quadrati dello spazio interno. Ogni scorza è stata lavorata da persone e associazioni di tutta Italia, oltre che dagli abitanti del quartiere. Una riqualificazione che ha contribuito a creare i cittadini stessi.

E poi, per favorire lo sviluppo personale, attività di formazione su argomenti come il razzismo, la legalità, l’accoglienza, l’inclusione. Per questo, ogni anno, il campionato ha un tema: la Costituzione, gli uomini e le donne uccisi dalle mafie, la Carta dei diritti della Comunità europea, l’ambiente. «In questo modo i ragazzi scoprono cose di cui sanno poco o nulla e, con il pretesto di guadagnare punti, imparano». Imparano l’importanza della condivisione e della collaborazione: «Un giocatore non può fare più di tre goal a partita ma deve aiutare gli altri a segnare», Regola n. 5; imparano la consapevolezza: «Non esiste l’arbitro, ogni giocatore deve imparare a essere responsabile», Regola n. 4.

Il centro, esempio di impegno civico e di cittadinanza attiva, ha avuto premi e riconoscimenti internazionali ma non piace a tutti. A qualcuno degli abitanti, «perché si vergognano, e preferiscono tacere. Il degrado, le difficili condizioni di vita distruggono il senso civico, la voglia di combattere». Soprattutto non piace ai malviventi «perché dall’abbandono del quartiere da parte della società e dello stato traggono vantaggio». Nel corso degli anni ci sono stati atti di vandalismo. Nel 2015, addirittura un incendio doloso. Un intervento tempestivo ha scongiurato lo scoppio del serbatoio del gas. Per niente intimiditi, quelli di Calciosociale hanno risposto con un’intensificazione dell’attività, creando una web radio, Radio Impegno.

Ma resistere non è facile. Il lavoro è tanto e i soldi pochi. Le difficoltà, tuttavia, non impediscono a Massimo e ai suoi collaboratori di rilanciare: «Vogliamo realizzare un’osteria sociale, in collaborazione con Slow food, e un campo da calcio a 11». La campagna di raccolta fondi, «Compra una zolla», è già partita https://www.calciosociale.it/la-nostra-sfida-realizzare-il-campo-di-calcio-a-11/

Per la realizzazione di questo nuova sfida, Massimo può contare anche sulla figlia Chiara, 16 anni, grandi occhi chiari e lunghi capelli corvini. Ne aveva 11 quando cominciò a lavorare a Radio Impegno, la più giovane conduttrice italiana. Una testimonianza di coraggio e partecipazione che, nel 2018, le è valso il titolo di Alfiere della Repubblica, conferitole dal presidente Sergio Mattarella. «Ero uscita dalla palestra, mi ha chiamato papà. Molta emozione. Stare qui significa impegnarsi per rendere questo posto migliore. Tutti insieme, facendo piccole cose ogni giorno. Custodire significa prendersi cura».

«Continuo a seguirli da lontano con la preghiera», dice il vescovo Rossi. «Dobbiamo fare le aquile non le chiocce. Le aquile lanciano i propri figli verso il sole». E i figli dei figli.

di Marina Piccone