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Tra ricette classiche e preparati empirici

Ritratto di Papa Benedetto XII

MEDICUS PAPAE — IL TRECENTO

31 luglio 2020

Troppo breve fu il pontificato di Celestino V (29.8-13.12.1294) per pensare anche a un medico. Il suo successore Bonifacio VIII (1294-1303) ebbe per archiatra Accursino da Pistoia che già era stato al suo servizio prima di diventare Papa, tra i suoi meriti quello di conoscere il greco — in un’epoca in cui ciò non era affatto scontato (si pensi al grecum est, non legitur dei manoscritti medievali) — e l’arabo perché aveva tradotto testi galenici, forse il sommario del De alimentorum facultatibus compilato da Hunain ibn Ishaq (808-873).

Altre tre figure di medici è possibile ritrovare accanto a Bonifacio VIII, quella di Manzia da Fabriano, Guglielmo da Brescia e Angelo da Camerino, l’unico che Mandosio cita nella lista dei sanitari pontifici. Inoltre, anche se in forma straordinaria, Papa Caetani poté avvalersi dei servigi di Arnaldo di Villanova che liberò il Pontefice dal dolore di un calcolo renale con un sigillo astrologico cosa che non poche mormorazioni sollevò nella curia romana (cfr Agostino Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Einaudi, 2003, pagina 266).

Diversi sono i sanitari che si sono avvicendati presso la corte papale trasferita ad Avignone sotto il pontificato di Clemente V (1305-1316). Tra questi ci sono Giovanni d’Alais, Pietro de Guarda, Almavino de Podio, Vitale da Furno e, in via straordinaria, Pietro Aichspalt, anche se Mandosio cita solo quest’ultimo. Ma forse il più apprezzato di tutti fu il già citato Arnaldo da Villanova (+1312) tanto che, all’indomani della sua morte, Clemente V in una lettera datata 13.3.1312 e indirizzata ai patriarchi, arcivescovi e vescovi li esorta a rintracciare un «suo libro sulla pratica della medicina che gli era stato promesso», ma che «essendo sopravvenuta la morte non aveva potuto consegnare».

Per questa ragione il Papa invitava tutti a ricercare dovunque «il libro predetto», minacciando di scomunica «chiunque avesse occultato notizie su di esso o non si fosse affrettato a darne notizia». Non sappiamo se la Practica summaria sia stata in qualche modo reperita, ma questa “caccia al libro” avrebbe fatto impallidire qualsiasi bibliofilo.

Dei successivi papi, Giovanni XXII (1316-1334) e Benedetto XII (1334-1342), fu archiatra pontificio Gaufrido Isnardi che ebbe anche l’incarico di ypotecarius, ovvero di gestore della spezieria, la farmacia del Palazzo papale, come è possibile apprendere da un documento dal quale si evince che, nell’esercizio di questa funzione, aveva acquistato due libbre di preparato di coriandolo, due libbre di liquirizia, due libbre di polvere di finocchio.

Per Benedetto XII Mandosio non cita alcun medico, come pure per i suoi due successori Clemente VI (1342-1352) e Innocenzo VI (1352-1362).

Marini invece scende più nel dettaglio e spulciando nei libri-paga del Palazzo apostolico fornisce per il primo il nome di Pietro de Samayre e di due chirurghi, Boneto Mote e Arnoldo di Cathus; per il secondo, invece, cita Pietro Augerii (morto di peste nel 1348), Stefano Seguini, Giovanni da Firenze, Stefano Ancelini, Raimondo Rainaldo, Lorenzo del Biarz e Giovanni la Marescala a cui vanno aggiunti anche due chirurghi, Giovanni da Genova e Giovanni da Parma.

Come si vede si tratta di un vero e proprio stuolo di sanitari, circostanza questa che, in occasione di una malattia dalla quale Clemente vi non si sarebbe più ripreso, fece scrivere a Petrarca il 13.3.1352 una lettera rimasta famosa nella quale egli si esprime così: «So che il tuo letto è assediato dai medici ed è questa la causa prima dei miei timori. Essi sono discordi a bella posta, stimando ognuno essere cosa vergognosa non dire nulla di nuovo e seguire le orme degli altri. (...) La turba di costoro, clementissimo Padre, considerala come una schiera di nemici. A istruirti sia la memoria di quell’infausto epigramma di colui che volle che sul suo sepolcro ci fosse scritto solo questo: “Sono morto per troppi medici”. (...) Tu scegline uno che sia illustre non per eloquenza ma per scienza e fede. (...) Tu ti devi guardare da un medico che faccia sfoggio di eloquenza e non di sapienza come da un sicario e un avvelenatore» (Petrarca, Familiares 5,19).

Di Innocenzo vi si indicano come sanitari Pietro Pestagalli e Guglielmo Ghezzi che fece da medico anche a Urbano v (1362-1370). Mentre Mandosio cita solo il nome Guidone di Chauliac come archiatra apostolico, dai registri pontifici si ricava inoltre che furono al servizio di questo Pontefice anche Raimondo di Salaironis, che a spese del Papa gestiva una scuola di medicina a Montpellier.

Interessante è anche la figura Giovanni Giacomo, della facoltà di medicina di questa città, che fu chiamato al capezzale del Papa nel dicembre del 1370 ricevendo un compenso di 40 fiorini. Nel 1372 fu sempre ad Avignone per curare Gregorio XI, ricevendo 100 fiorini. Inoltre nel 1384 prestò le sue cure anche all'antipapa Clemente VII, alla morte del quale, avvenuta il 16.9.1394, stando a una cronaca dell’epoca, erano presenti ben tre magistri in medicina, Nardino di Firenze, Raimondo di Pozzuoli e Pietro Falqueti.

Gregorio XI (1370-1378) che chiude il periodo della cattività avignonese (1309-1377) poté avvalersi oltre che delle cure del già citato Raimondo di Salaironis, anche di quelle di Giovanni Tornamira, quando era ancora ad Avignone, e di Bernardo Alusquerii e Giacomo di S. Maria Rotonda quando si fu trasferito a Roma.

Urbano VI (1378-1389) volle come suo protofisico, Francesco Casini, senese, reggente lo Studium Perusinum e medico di gran fama (come scrive di lui santa Caterina da Siena, Le lettere n.244, pagina 762, Torino, Einaudi, 2003).

Il fratello Giovanni, anch’egli medico, prestò a sua volta servizio per questo Papa, per il successore Bonifacio IX (1389-1404) e per Innocenzo VII (1404-1406), il quale poté giovarsi anche dei servigi di altri sei sanitari, tra cui spicca il nome di Angelo di Manuele, che è il primo — e non certo l’unico, come si vedrà più volte in seguito — medico ebreo a curare un Papa, come è specificato in una bolla dell'1.7.1392 in cui lo si accoglie, avuto «il sentore della sua fama di probità, come medico e familiare della sede apostolica, aggregandolo al numero degli altri medici e familiari di detta Sede».

di Lucio Coco