· Città del Vaticano ·

Strappi al tessuto urbano

Una fase dei lavori per la creazione di via della Conciliazione

Il fenomeno degli sventramenti

11 luglio 2020

Via della Conciliazione, così come la vediamo oggi con i lampioni-obelisco, ha settant’anni: inaugurata nel 1950, lega la sua storia a vicende che partono da molto lontano. L’idea di abbattere la Spina di Borgo per allargare la vista sulla basilica di San Pietro è già presente nei disegni di Carlo Fontana del XVII secolo; seguono le demolizioni del 1936 e l’interruzione durante la guerra. La politica urbanistica degli sventramenti, compiuti per aprire tracciati ampi, trova piena consacrazione con il barone Haussmann, prefetto (1853-1870) del Dipartimento della Senna, che avvia a Parigi un piano di demolizioni, voluto da Napoleone III, destinato a scomporre il tessuto antico della città in isole bordate da strade larghe.

Quali sono le motivazioni che hanno indotto molte amministrazioni ad adottare questa pianificazione urbana? Ogni città, in base alle sue caratteristiche fisiche e di governo, ha compiuto scelte diverse; tuttavia si possono individuare alcuni principi di riferimento, spesso tra loro combinati, capaci di orientare nella comprensione di molti impianti urbani: l’adeguamento alle esigenze della città moderna, favorendo la realizzazione di strade in grado di sostenere un traffico di mezzi di trasporto, anche pesanti; il diradamento, giustificato dalla densità abitativa che rendeva impossibile, in alcune aree, risanare strade dove, a fronte di un’ampiezza limitata, sorgevano edifici molto alti e quindi insalubri dal punto si vista dell’aria e del soleggiamento; il risanamento sociale, motivato dall’impossibilità di assicurare l’ordine pubblico e l’incolumità del singolo; l’allineamento urbano, ricercato per esporre i monumenti di maggior pregio a una vista privilegiata, sostenuta da traguardi e prospettive importanti.

A ogni considerazione va premessa la valutazione delle priorità dell’intervento. Nel tempo è cambiato profondamente il giudizio di valore verso quanto viene demolito. L’attenzione che si poneva ai monumenti per isolarli ed esporli al pubblico, preferibilmente attraverso una facciata principale, è stata progressivamente sostituita da un interesse crescente per il carattere storico dell’insieme. È questo il filtro culturale e scientifico che oggi poniamo di fronte al fenomeno degli sventramenti. Tutti gli interventi sull’antico, anche se solo di restauro, invitano a selezionare l’epoca che si intende evidenziare, ma, allo stesso tempo, non smarrire le stratificazioni storiche, conservando gli episodi che sono in grado di testimoniare quanto è avvenuto nel passato e come si è giunti all’esito attuale.

L’adeguamento alle esigenze della città moderna guida le scelte della gran parte degli sventramenti, compiuti nelle città europee a partire dalla fine del XVIII secolo, ma, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento. I tracciati sono rettilinei o circolari: nel primo caso, sostenuti dall’obiettivo di valorizzare alcune prospettive, risultano del tutto indifferenti a quanto incontrano lungo il percorso; nel secondo si appoggiano generalmente alle cinte murarie che disegnavano un perimetro concluso. Entrambe queste scelte sono presenti nel piano di Parigi che, rappresentando una sorta di repertorio ispiratore, mette in pratica l’intento di assicurare un maggior controllo delle aree. Le strade ampie permettono infatti il transito di mezzi ingombranti, anche militari, e più difficilmente possono essere chiuse da barricate. I boulevard uniscono i punti notevoli della città e spesso sono posti dove prima sorgevano le antiche mura. La scelta degli anelli-sventramento comportava la demolizione di un monumento (le mura storiche), ma non la rimozione, se non parziale, delle residenze e quindi una contenuta deportazione di abitanti che, al contrario, era molto più massiccia in occasione dei tagli che attraversavano il tessuto antico.

Certo, visitando oggi Lucca si apprezza la scelta di una città che ha conservato integre le sue mura, tutte percorribili, dalle quali visitare con lo sguardo la città e rintracciare il rapporto con il territorio circostante.

Il diradamento sottende invece un criterio differente: alleggerire il carico abitativo, soprattutto nei centri storici, procedendo alla demolizione di parte del patrimonio esistente. Questa riduzione di volume può avvenire o riducendo l’altezza degli edifici, o liberando, come in una scacchiera, alcuni tasselli troppo affogati. È un’operazione che hanno condotto alcune amministrazioni comunali italiane durante gli anni Settanta del Novecento per assicurare condizioni di abitabilità meno malsane. Bologna, Genova, Palermo hanno attuato piani di risanamento con l’obiettivo di migliorare le condizioni interne dell’alloggio, ma conservare l’impianto generale del tessuto e lasciare che l’impronta planimetrica dell’isolato rimanesse riconoscibile e ben presente sul lotto. In sintesi, questi interventi hanno mirato a migliorare le condizioni abitative, eliminando quelle superfetazioni che avevano compromesso la corretta utilizzazione dell’immobile. Le operazioni condotte da queste amministrazioni sono state anche rivolte al mantenimento della popolazione, portando avanti i lavori attraverso la predisposizione di alloggi temporanei a rotazione per permettere il rientro nelle residenze precedentemente occupate. Una soluzione molto curiosa e divertente si incontra a Bruxelles dove, sul muro di confine di un edificio demolito, sono stati lasciati sulle pareti, ormai esterne, gli arredi che riempivano le stanze. Interessante è anche la scelta adottata a Roma in via dei Fori imperiali e sulle pareti dell’Acquedotto Felice al Mandrione dove sono state conservati dei frammenti di maioliche delle residenze demolite. È una modalità che si serve del dettaglio per testimoniare, attraverso tracce lievi, ma significative, il passaggio delle persone che hanno usato quei luoghi in epoche diverse.

Il risanamento sociale è in parte collegato al principio del diradamento, in quanto mira a recuperare aree che, incontrollate nella loro crescita o guidate da progetti poco lungimiranti, hanno provocato condizioni di disagio, talvolta degenerate anche in fenomeni di criminalità. La differenza dalla politica del diradamento che, come visto riguarda quasi esclusivamente i centri antichi, risiede nel coinvolgimento delle aree periferiche, spesso di recente costruzione. Il primo, e più noto esempio, è il quartiere di Pruitt-Igoe a Saint Louis, progettato da Minoru Yamasaki, lo stesso architetto delle torri gemelle di New York, abbattuto nel 1972, a meno di venti anni dalla sua realizzazione. Questa demolizione ha fatto seguito al manifestarsi di una condizione sociale, diventata ingovernabile, per cui la municipalità, per rimuovere la situazione che si era venuta a determinare, considerata del tutto non risanabile, ha optato per la demolizione materiale degli edifici. Lo stesso percorso si sta seguendo a Scampia, dove è iniziato l’abbattimento delle “Vele”, tristemente note per l’incistarsi di una criminalità del tutto pervasiva.

Torniamo a via della Conciliazione e al tema dell’allineamento urbano che è sicuramente quello che, più di altri, ha ispirato gli interventi di demolizione portati avanti negli anni Trenta del secolo scorso. La realizzazione di un tracciato largo, così come era avvenuto a Parigi davanti alla cattedrale di Notre-Dame, magnifica l’ingresso a San Pietro, ponendo in grande rilievo, anche simbolicamente, la “conciliazione” tra lo Stato e la Chiesa, annulla però quell’effetto sorpresa che il colonnato di Bernini garantiva uscendo dagli stretti borghi del rione. Il diradamento non era l’obiettivo dell’intervento, in quanto l’area aveva sufficiente spazio, dotata di piazze proprio lungo l’asse che è stato demolito, e non pochi interventi sulle strutture edilizie erano stati compiuti negli anni precedenti.

A seguito delle profonde demolizioni, non solo in via della Conciliazione, si è formata negli anni una corrente di pensiero che vorrebbe ripristinare quanto ormai scomparso. Le operazioni affidate alla nostalgia del passato non hanno senso storico e, inoltre, sono incapaci di raccogliere la leva finanziaria per giungere alla loro attuazione. Ciò che però può essere perseguito è invertire il pensiero assertivo dello sventramento con un’attenzione discreta a riconnettere le parti tagliate, ma forse in qualche modo rammendabili.

di Mario Panizza