· Città del Vaticano ·

Storie di ordinaria solitudine

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A colloquio con un’operatrice della Caritas diocesana

20 luglio 2020

Solo nella vita. Solo anche nella morte. Un’esistenza svelata alle cronache e all’attenzione di molti perché, ogni tanto, certe solitudini diventano notizia. E fa scalpore leggere che né parenti, né conoscenti, «nessuno è andato al funerale», neppure per quello che si dice l’estremo saluto. Così è stato per il signor Ettore, che un giorno qualunque, quando la sua vita terrena è terminata, ha cominciato, allora, a essere “riconosciuto”. Il paradosso di tante esistenze ai margini, su cui eccezionalmente arriva un titolo di giornale ad accendere i riflettori. «Ettore è stato segnalato dal servizio sociale del Municipio di appartenenza a febbraio 2020» racconta Chiara Rovati, assistente sociale presso la Caritas di Roma, che insieme ad altri volontari ha seguito negli ultimi mesi la vicenda di questo uomo.

Il signor Ettore è morto solo, nessuno è andato al suo funerale. La sua vita è stata ignorata fino alla fine. Cosa abbiamo perduto?

Abbiamo perso di vista l’importanza delle relazioni, dei rapporti umani. La ricchezza più grande.

Quante storie come quella del signor Ettore incontrate ogni giorno?

Purtroppo tante; chi vive in casa spesso è più invisibile delle persone che vivono in strada. Proprio qualche giorno fa è deceduto il signor Natalino, un anziano dalla storia molto simile a quella di Ettore. L’unica differenza è che Natalino, su insistenza del nostro operatore e dell’assistente sociale del Comune di Roma, era stato portato in ambulanza al pronto soccorso per accertamenti. E i familiari, seppur assenti, almeno si sono presentati al funerale.

Come ci si avvicina a persone così fragili?

Con la presenza, l’esserci, l’ascolto, mettendo da parte i pregiudizi.

Perché i pregiudizi spesso vincono sull’ascolto e sulla presenza?

La non conoscenza spesso porta al pregiudizio. Le persone ci dicono: «Risolvete il problema del tizio del piano x perché emana cattivo odore», senza approfondire e cercare di capire il perché quella persona viva in una condizione disumana.

Si parla di “barbonismo domestico”: un fenomeno spesso sconosciuto o volutamente rimosso. Come andrebbe affrontato?

Sensibilizzando i territori, non fermandosi alle apparenze, anche se spesso è difficile, ascoltando le storie di queste persone, il grido di aiuto nella maggior parte dei casi silenzioso.

Alcune persone si isolano volontariamente dagli altri: alzano muri che poi nessuno però, tra familiari, conoscenti, vicini, ha voglia di abbattere. Cosa ci porta a questa distanza che diventa indifferenza alle vite e sofferenze altrui?

​Spesso si isolano per paura di essere raggirati, perché non riescono ad avere uno “standard di vita” che la società impone, o più semplicemente, perché non riescono ad esprimere il loro bisogno di aiuto.

Il lockdown e la paura del coronavirus hanno peggiorato le cose?

Molti con il lockdown hanno perso importanti punti di riferimento sul territorio ma devo dire che in alcune situazioni abbiamo assistito a gesti di grande solidarietà.

Ad esempio?

Si sono create catene di solidarietà con la spesa sospesa, portando viveri ad anziani e bisognosi e c’è chi addirittura ha donato pasti caldi a chi non aveva possibilità di prepararli.

Quante persone si sono rivolte a voi in quel periodo?

Durante il lockdown il servizio «Aiuto alla persona» ha intercettato circa 150 richieste di vario genere a cui abbiamo cercato di dare supporto.

C’è stato il timore di non riuscire ad aiutare chi ne aveva bisogno?

La più grande difficoltà è stata quella di non aver potuto incontrare le persone.

Quando è cominciata la sua esperienza Caritas?

Ho iniziato nel 2004. Seppur spesso faticoso, amo il mio lavoro e mi sento fortunata per questo.

Incontra giovani che la pensano come Lei e manifestano interesse alle vostre attività?

I giovani hanno bisogno di conoscere, scoprire e spesso si appassionano.

E le istituzioni? Vi sentite supportati nell’impegno quotidiano a favore degli ultimi?

Le istituzioni sono spesso legate a una farraginosa burocrazia e al fatto di essere sotto organico. Nonostante questo, si sono create collaborazioni preziose e funzionali per sostenere le persone.

Che ricordo conserva di Ettore?

Ettore che insieme all’operatrice si è messo a spazzare in cucina.

E delle altre persone che seguite: ci sono stati gesti o parole che di recente l’hanno colpita?

Più di una volta ci siamo sentiti dire che diventiamo noi la loro famiglia. Una donna da cui andiamo settimanalmente — e che non possiede nulla — qualche mese fa ci regalò una scatoletta di tonno. Ecco, quel poco che possedeva l’ha voluto condividere con noi.

di Tullia Fabiani