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Stare con Gesù cioè in mezzo agli uomini, con gli ultimi

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Conversazione con don Roberto Guernieri, da 30 anni cappellano a Rebibbia

30 luglio 2020

Don Roberto Guernieri, degli oblati figli della Madonna del Divino Amore, mantovano, classe 1959, è da quasi trent’anni cappellano a Rebibbia Nuovo Complesso, e ha dedicato l’intera vita sacerdotale agli emarginati. Prima alla Caritas con don Luigi Di Liegro — a Piazza Navona, alla Stazione Termini, con i malati di Aids — poi in carcere. In questa intervista racconta alcuni aspetti salienti della sua missione.

Don Roberto, ci racconta la sua vocazione sacerdotale?

Fin da quando ero bambino ero affascinato dai funerali. Ogni mattina alle 6.30 - o anche alle 6.00 - andavo dal parroco perché volevo servire la Messa.

Così piccolo e così presto? I suoi genitori le davano il permesso? Immagino che la sua famiglia fosse molto cattolica...

La mia famiglia non era molto cattolica. Andavano in Chiesa solo a Natale e Pasqua. Mia madre ha cominciato a credere di più dopo la mia ordinazione: ma gli altri membri sono rimasti come erano.

Quando ha comunicato ai suoi genitori la decisione di fare il prete che reazione c'è stata?

Si sono messi a ridere per l’incredulità. Erano convinti fosse un'infatuazione. La mia famiglia, soprattutto allora, era molto conosciuta in paese perché avevamo una ditta di vini, liquori e bevande. Loro erano lontani dalla fede e tenevano al giudizio della gente, per cui all’inizio mi scoraggiarono pensando che la mia fosse una decisione poco seria. Poi, vedendo le mie insistenze, mia madre disse: entrerai in seminario solo dopo aver fatto la maturità. Voglio che tu conosca il mondo, le donne, che abbia una tua esperienza, solo dopo, potrai proseguire nella tua scelta perché sarai in grado di scegliere, di decidere. E così è stato. Poi ho avuto diverse vicissitudini, tra le quali, quando avevo 16-17 anni, una lunga malattia durata un anno, che trascorsi dentro e fuori dagli ospedali. Ho frequentato diversi seminari. Il primo è stato quello di Brescia perché mio padre era compagno di classe e amico di Pier Giordano Cabra (religioso nato nel 1932 che è stato superiore generale dei Piamartini, ndr). Mi sembrava però una strada diversa rispetto  a quella che mi chiedeva il Signore.

Già allora lei sentiva una particolare attrazione verso i poveri?

Sì. Io ero attratto dalle persone povere, quelle la cui compagnia non era desiderata da nessuno. E io mi chiedevo: perché la gente rifiuta i poveri? Io farò qualcosa di diverso. E così, quando potevo, io chiamavo in casa queste persone e facevo loro da mangiare, le accoglievo.

Questa passione per i poveri le ha reso più facile o più difficile la vita in seminario?

Ho avuto dei problemi. Credo però che proprio con queste difficoltà, si sia rafforzata la mia vocazione di vivere il mio sacerdozio a favore dei poveri.

Alla fine, come è riuscito a farsi ordinare?

Dopo il “no” ricevuto a Mantova, non abbandonai la mia decisione. Rimasi un anno fuori insegnando religione al Conservatorio di Brescia e cercai altre strade. Alla fine, grazie a mio papà, si aprì una porta. Mio padre, nonostante non fosse molto credente, vedendo il mio desiderio, interpellò un suo amico di Roma, anche lui non credente, dicendogli: guarda se conosci un monsignore, qualcuno, che possa dare una mano a Roberto, mio figlio. Perché questo "deficiente", nonostante sia stato cacciato da tutti i seminari, insiste nel voler fare il prete. Io non lo capisco, però, guarda se trovi qualcuno che lo possa accontentare. E questo amico, attraverso un'altro prete, mi segnalò la Comunità del Divino Amore. Feci un'esperienza di un mese e m’innamorai di questa Istituzione. Così il 10 settembre 1988 venni ordinato sacerdote dall’allora cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti.

E come divenne concreto il suo impegno verso i poveri?

Ero ancora seminarista. A quei tempi c’era l'obbligo del militare cui dovevo adempiere, visto che ero stato mandato via da Mantova. In quell'occasione decisi di fare il servizio civile e lo feci alla Caritas romana alle dipendenze di don Luigi Di Liegro. Divenni il responsabile del Centro accoglienza per italiani alla sagrestia di Santa Maria della Pace, insieme ad altri volontari ed obiettori di coscienza: seguivamo circa 5.000 casi l'anno. Avevo sempre pregato Dio di farmi diventare "un prete di strada". Anche a Roma, che secondo me era una terra di missione. Così fu naturale, una volta ordinato, proseguire. Ero vice parroco al Divino Amore, però aprii alla Stazione Termini, con la Caritas, un centro di accoglienza per adolescenti a rischio, che venivano da tutte le parti d'Italia e d’Europa. C'era un movimento di centinaia e centinaia di giovani. Era aperto dalle 14 alle 22. Alle 22, quando finivo, andavo al reparto malattie infettive del Gemelli ad aiutare i ragazzi malati di Aids a morire bene. Lo facevo coi sacramenti innanzitutto, ma anche con il sorriso, con una carezza, cercando di aiutarli facendo loro capire che per me erano delle persone, non dei reietti perché avevano l’Aids.

Quali sono i passi del Vangelo che più la sostengono?

In primo luogo quelli che mi fanno ritenere Cristo la ragione della mia vita. Per esempio "chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me". Oppure il comandamento dell’amore. Poi, indiscutibilmente, il discorso della Montagna, ovvero i capitoli 5, 6 e 7 di Matteo. E, soprattutto, Mt 25 quando Gesù dice "ero in carcere e siete venuti a visitarmi": cioè lo avete fatto a Me, avete fatto qualcosa per Me.

L'assistenza ai detenuti in carcere quando arriva nella sua vita?

Nel 1991, cioè quasi subito. È stata "una vocazione nella vocazione" un po’ inaspettata ma anche, devo dire, è stata un po' una risposta a una domanda che mi stava crescendo dentro. Io cercavo una svolta di concretezza a quel servizio agli ultimi che avevo iniziato: come potevo aiutare tante persone? Sentivo di dover trovare una completezza, che mancava, al mio servizio. Avvenne che un giorno il cardinale Ruini mi mandò a chiamare e io mi misi in fila. Avrei dovuto essere uno degli ultimi a parlare con lui: invece, davanti a tutti, mi fece passare avanti. Tutti credevano che fosse per qualche promozione. "Vedo come lavori — mi disse il cardinale — e vorrei darti qualcosa di impegnativo. Non mi dia una scrivania, gli dissi, perché io non ci andrei. Mi dia qualcosa in linea con quello che ho fatto finora: sono sempre stato in mezzo ai poveri, ai delinquenti, ai reietti, l’unica cosa che mi manca è il carcere. Fu quello il momento in cui mi disse: vuoi andare a Rebibbia? Sì, gli risposi, ma prima mi dia un bicchier d’acqua. La proposta era allettante ma anche difficile. E così ho iniziato. Poi, nel 2016, sono stato eletto delegato regionale dei cappellani del Lazio. E, di conseguenza, membro del Consiglio pastorale nazionale dei cappellani. Ruoli che ricopro tutt’ora.

In sintesi, in questi anni, che cosa ha dato?

Ho cercato di dare me stesso. Io non sopporto l’ingiustizia. Non sopporto che le persone vengano calpestate, non importa se di umili origini. Io non mi fermo davanti a nulla. Ho imparato che gli ostacoli si possono sempre superare. Aggiungo che sono sempre stato dalla parte dei detenuti. Questo, senza dimenticare le guardie carcerarie e i loro problemi, anzi ne ho aiutate tante. Ma sono sempre dalla parte dei detenuti perché sono i più deboli, i più indifesi. Sono quelli che non contano niente. Non sono nessuno. Hanno sempre torto. E allora io, che non sopporto l'ingiustizia, sono sempre dalla loro parte, lotto per loro e con loro.

Ci sono detenuti che delinquono e ci sono dei delinquenti. Per lei cambia qualcosa?

Io non faccio alcuna distinzione. Sono persone, per me sono tutti uguali. Le persone sono diverse a seconda delle loro storie, questo sì, ma nel modo di porsi a me, sono tutte persone uguali.

Però non tutti i detenuti hanno gli stessi problemi. Alcuni sono ricchi.

Certo. Alcuni possono permettersi di comprare più cose degli altri che sono poveri. Ma la maggioranza, almeno il 75-80 per cento dei detenuti, ha assoluto bisogno di tutto. La gente viene arrestata così come si trova, per esempio durante la notte. Vieni preso così come sei e condotto in carcere. Non ti viene dato il tempo di fare la valigia, sa. A volte sono persone prese dalla strada, che non hanno nemmeno il necessario per cambiarsi. Oppure perché viene loro tolto tutto. In questo caso cerchiamo di intervenire noi cappellani. Altrimenti rimangono così. Spessissimo bisogna — di corsa — procurarsi delle cose per aiutarli. Almeno per poter parlare con il magistrato. Mi ricordo quando venne catturato, di notte, Totò Riina. Arrivò così com’era e fui costretto a chiedere un clergyman a un mio confratello per permettergli di andare a processo. Riina aveva la taglia 56, come quella del mio confratello. In quel caso mi chiamò il direttore di allora, alle dieci di sera, e mi disse "abbiamo un bambino da vestire..." perché domani deve andare dal magistrato. Sì, sì, ho capito, dissi. E allora pensai di chiedere aiuto al mio confratello: a quell'ora non potevo andare da nessuna parte. In quel caso Riina si trovava in una situazione penosa. Questo, in carcere, succede anche ai ricchi, anche ai famosi. Il carcere è una lama che attraversa la vita di tutti.

La stessa cosa avviene per i detenuti del “41bis”, quelli condannati per reati di mafia?

Certo. Mi accadde nel 1999. Andavo a celebrare la Messa sezione per sezione: tutti facevano la comunione ma nessuno si confessava mai. Una mattina arrivo con il necessario per celebrare ma non celebro. I detenuti erano con il blindato aperto ma dietro al cancello della cella, e mi chiedono cosa sta accadendo. Allora dico: "Non ha senso. Voi non vi confessate, quindi pensate di non averne bisogno, e fate la comunione. Ma come? Il Papa si confessa, io mi confesso, e voi non vi confessate mai?" Li ho lasciati senza la Messa per un bel po’. In carcere è possibile vivere l'intero Mt 25. Come vede non c'è solo l'essere carcerati. Molti di loro, oltre che carcerati, sono anche nudi, affamati, assetati, stranieri o malati. Gesù ha chiesto una cosa alla sua Chiesa, e cioè di visitarli, dar loro da mangiare, da bere, vestirli, curarli, e io cerco di farlo. È il passo in cui Gesù dice: quando fate questo avete fatto qualcosa per me. E questo dovrebbe metterci in crisi. Oltretutto, tutti possiamo aver bisogno gli uni degli altri. Io per esempio, ora sono malato e disabile. E ringrazio Dio perché la mia situazione mi aiuta a capire ancora meglio i poveretti che cerco di aiutare. Non lo dico per dire. Sono da tanti anni a Rebibbia ma mi sono accorto solo ora che sono disabile. che ci sono moltissime barriere architettoniche che rendono la vita impossibile alle persone come me. Per esempio, non c’è una rampa per entrare in Chiesa: sono solo scale. Ne ho parlato con le autorità e hanno detto che provvederanno. Ma finché non mi sono ammalato non mi ero reso conto del problema.

Come fa per coinvolgere gli altri nell’aiuto ai detenuti?

Colgo ogni occasione. Quando celebro la Messa, quando visito gli amici, con il gruppo di Padre Pio del carcere. Mi impegno per trovare quello che serve per le situazioni disastrose che ci sono in carcere, e che non sono conosciute da nessuno. Recentemente è stato dimesso dal cercare un pover’uomo, anziano, malato, che non sapeva dove andare. Avrebbe trascorso la notte sulla panchina davanti al carcere. Mi ha aiutato un amico, don Luca Centurioni, che ha delle case famiglia. Io, quando chiedo, chiedo come fossi uno di loro. Mi creda. Mi è possibile farlo perché so cosa vuol dire. Quando il Signore mi chiamerà io gli dirò: grazie, perché sono stato un prete fortunato. Nella mia vita ho fatto quello che ho sempre desiderato. Stare, con Te, in mezzo agli ultimi. È vero, a volte non ho risolto dei grandi problemi però almeno ho avuto l’onore di stare in mezzo a loro. Cioè con Te.

di Mauro Leonardi