· Città del Vaticano ·

Spezzare noi stessi

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Il Vangelo della XVIII Domenica del Tempo ordinario (Matteo 14, 13-21)

28 luglio 2020

Il modo cristiano di vivere, è spezzare il pane e darlo alle folle, spezzare noi stessi e darsi alle folle, sentire compassione per chi ti segue a piedi, o sui barconi; bisogna proprio osare trasformare in sofferenza personale ciò che accade al mondo, altrimenti non ci è lecito pronunciare: “Osiamo dire Padre Nostro” come facciamo nella Santa Messa.

L’eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Ci chiede di saper vedere nella presenza dell’altro la strada per arrivare a Dio, e nei suoi bisogni, nelle sue fami, nelle sue grida, nei suoi silenzi bagnati dalle lacrime, dobbiamo saper scorgere la voce del Signore che ci chiama.

Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’eucaristia a una devozione privata, intimistica, nel rapporto esclusivo tra me e il Signore, dove gli altri, il mondo non ci sono più, anzi sono tenuti ben fuori a distanza.

Una cena in un prato con la folla seduta sull’erba. Io sento l’esigenza di celebrare di più, nelle piazze, nella natura, nelle case, negli ospedali, nelle carceri, fisicamente accanto alla bellezza del creato e al dolore dell’uomo. A volte le nostre meravigliose cattedrali, le nostre fastose liturgie rischiano di diventare un luogo per pochi, spazi per alcune élite. Il Signore va verso e rimane dove la fede è semplice e sincera; dove la speranza non è retorica, ma attesa fiduciosa di una promessa che si compirà; e dove la carità ascolta il grido del povero e tende la mano ad ogni fratello, senza giudizio, condizioni o preferenza di persone.

Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene.

Queste dodici ceste sono uno straordinario monito per tutti noi, sono un appello urgente per quelli che non erano presenti al banchetto.

Io vorrei come sacerdote chiedere perdono a quelli che sono rimasti esclusi dalla cena.

Penso ai cristiani ancora oggi perseguitati, che non possono celebrare l’eucaristia; penso a quelli esclusi dai sacramenti, non poche volte vittime non solo della loro debolezza, ma della nostra durezza di cuore, che alla misericordia preferisce il giudizio di condanna; penso alle Chiese sparse nel mondo dove il sacerdote arriva solo una volta ogni tanto.

Specialmente penso a quelli che erano presenti al banchetto ma sono scappati via, scandalizzati dalle nostre contraddizioni.

Queste dodici ceste avanzate sono anche una grande speranza che si fa preghiera: O Signore Gesù, fa che ci sia veramente un posto per tutti, alla Tua mensa e nessuno venga escluso, nessuno sia fuori o abbandonato.

Forse allora quello sarà il giorno in cui Lui ritornerà.

di Francesco Pesce