· Città del Vaticano ·

Solidarietà di fronte al terrore

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Il sostegno delle congregazioni religiose a chi ha dovuto lasciare il nord del Mozambico per le violenze dei miliziani

11 luglio 2020

Arrivano con nient’altro che i vestiti che indossavano al momento della fuga. Nei loro occhi c’è il terrore. Una paura profonda che li scuote. Hanno visto i loro villaggi rasi al suolo. Gli amici e i parenti uccisi senza un motivo. Loro ce l’hanno fatta a mettersi al sicuro, ma nulla sarà più come prima. Sono i profughi che scappano dalla provincia di Cabo Delgado per rifugiarsi in quella confinante di Nampula. Siamo nell’estremo nord del Mozambico dove, da tre anni, operano milizie che seminano il panico tra la popolazione locale.

«Chi siano gli autori di questi attacchi, nessuno lo sa — spiega padre Arlain Pierre, haitiano, missionario scalabriniano a Nampula —. Loro si sono proclamati miliziani jihadisti appartenenti allo stato islamico. Alcuni analisti hanno affermato che potrebbero essere una pedina di una lotta per il controllo dei pozzi petroliferi di cui è ricca la regione. Attualmente si è diffusa la tesi secondo la quale siano miliziani legati al traffico di droga. Una tesi che potrebbe avvicinarsi alla realtà perché il nord del Mozambico potrebbe diventare un’area strategica per il traffico degli stupefacenti provenienti dall’Asia centrale. Difficile dire qual è la verità».

Di fronte agli attacchi, lo Stato ha rafforzato il contingente di militari e poliziotti. Sud Africa e Russia hanno promesso il loro sostegno nella lotta alle milizie. Lo stesso presidente Filipe Nyusi ha chiesto aiuto ai Paesi confinanti parlando di questa minaccia come di «un pericolo comune».

I primi attacchi sono stati organizzati nelle campagne della provincia di Cabo Delgado nel 2017. Inizialmente i miliziani hanno preso di mira piccoli villaggi. Li hanno assaltati e hanno ucciso in modo efferato uomini, donne e bambini. Hanno incendiato le capanne e i raccolti. E, una volta compiuta l’azione, sono spariti e sono tornati nei loro rifugi. Per due anni gli obiettivi principali sono stati i villaggi. Poi, quest’anno, il “salto di qualità”. Il 23 marzo i ribelli hanno compiuto la loro mossa finora più audace conquistando la cittadina di Mocímboa da Praia per poi ritirarsi. Due giorni dopo hanno conquistato Quissanga, a cento chilometri a nord di Pemba. Questi attacchi hanno dimostrato una migliore capacità militare e, soprattutto, sono stati effettuati con armi più moderne (al posto dei machete e dei coltelli che venivano utilizzati in principio). Ormai le vittime sono più di mille.

Il terrore si è diffuso in tutta la provincia settentrionale. «La gente è spaventata e scappa dai villaggi — osserva padre Arlain — ormai sono duemila solo a Namialo, più di alcune centinaia qui a Nampula. Fuggono dalle violenze e dalle distruzioni che stanno scuotendo da diversi mesi la provincia settentrionale di Cabo Delgado. La situazione è delicata».

I profughi arrivano nella provincia di Nampula in condizioni difficili. Molti sono scampati alle violenze e sono fuggiti di casa con quel poco che potevano portare via. Mancano quindi di tutto. La comunità di Nampula si è mobilitata ed è scattata una gara di solidarietà. La gente raccoglie cibo e vestiti che dona alla Caritas locale. Questa, a sua volta, li distribuisce ai profughi. «Siamo molto impegnati anche come congregazioni religiose — continua padre Arlain — noi scalabriniani lavoriamo insieme ai comboniani, agli spiritani, ai clarettiani e ai missionari della Consolata. Sono scese in campo anche religiose di diverse congregazioni. Nella parrocchia della Santa Croce, gestita dai comboniani, sono state accolte 300 persone. Ci incontriamo periodicamente per fare il punto sulle necessità e poi ci attiviamo per riuscire a raccogliere ciò di cui c’è bisogno».

La Chiesa locale si muove in collaborazione con la Protezione civile nazionale. Anche se non è sempre semplice distribuire gli aiuti. Molte persone fuggite dal nord vengono ospitate da parenti e amici che vivono nella provincia di Napula. Sono quindi disperse sul territorio ed è difficile raggiungerle. «Purtroppo o per fortuna non ci sono campi sfollati dove concentrare gli aiuti e l’assistenza — spiega padre Arlain — è necessario quindi battere in modo capillare il territorio e portare il nostro sostegno a queste persone».

Molte di esse, oltre agli aiuti materiali, hanno bisogno anche di sostegno medico e psicologico. Hanno subito traumi fortissimi. «Le testimonianze raccolte sul campo — racconta il missionario — parlano di violenze inaudite. Di miliziani che picchiano e uccidono i membri delle piccole comunità. Così la gente, appena ha sentore di un attacco, corre a rifugiarsi nella foresta attendendo che i miliziani se ne vadano. Sono momenti di puro terrore. Hanno paura di essere scoperti ed eliminati. Spesso, tra l’altro, quando tornano al loro villaggio trovano le loro case distrutte, i loro beni distrutti o rubati, i loro raccolti saccheggiati. Lo choc è enorme, soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione, gli anziani e i più piccoli».

Anche nella popolazione di Nampula c’è paura. «Questa zona — conclude lo scalabriniano — è stata uno dei centri della lunghissima guerra civile che si è combattuta in Mozambico negli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta. È ancora vivo il ricordo dei combattimenti e delle privazioni. Quindi c’è il timore che le nuove violenze arrivino anche qui e coinvolgano la popolazione locale. Nessuno vuole sprofondare in un nuovo conflitto».

di Enrico Casale