· Città del Vaticano ·

La morte del pastore valdese Giorgio Bouchard

Serenità della fede e spirito ecumenico

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29 luglio 2020

«La vita dei credenti è un nesso inestricabile di lotta e di preghiera»: queste parole del pastore Giorgio Bouchard, scritte all’inizio di un suo saggio, ben descrivono anche la sua figura, la sua tempra, riassumendo tutta la sua esistenza. Nato a San Germano Chisone nel 1929 e scomparso a Torre Pellice lo scorso 27 luglio, lascia un segno indelebile nella storia dei valdesi.

Apparteneva a una famiglia operaia in cui alle fervide convinzioni e al rigore calvinista si affiancava un orientamento socialdemocratico. Educato fin da piccolo a un’etica della responsabilità e all’amore per la libertà, ebbe il dono di conoscere Jacopo Lombardini, metodista, commissario politico negli anni della Resistenza, morto a Mauthausen. «È con lui che io bambino ho visto per la prima volta la  Gheisa d’la tana, (la “Chiesa nella tana”, la caverna descritta da Edmondo De Amicis nel libro Alle porte d’Italia), la Balsiglia e altri luoghi dell’epopea valdese» amava ricordare. E di lui scrisse: «La sua figura rimane nel nostro cuore come la parabola di una dialettica coniugazione tra fede evangelica e responsabilità politica, tra pietà e razionalità, tra fragilità dell’uomo e forza delle idee, tra sconfitta personale ed efficacia storica, in una parola: una vita vissuta unicamente per grazia, la vita di un discepolo di Gesù Cristo».

Nonostante le bombe e gli orrori della guerra, il giovane Giorgio seguiva il suo iter di formazione culturale. Studiò al Collegio valdese di Torre Pellice — dove appunto insegnavano due antifascisti come Jacopo Lombardini e Francesco Lo Bue — e poi al liceo classico di Pinerolo. A Torino si laureò in storia del cristianesimo: fra i docenti ebbe Michele Pellegrino, futuro arcivescovo e cardinale. A Roma, presso la Facoltà valdese, conseguì la laurea in teologia. Nel 1958 fu consacrato pastore.

Lidia Gardiol, membro del Comitato di Pinerolo e Valli per la Giornata mondiale di preghiera, conobbe Bouchard ad Ivrea quando era un giovane pastore, e ricorda: «Era pieno di entusiasmo, con una predicazione molto vivace. Formò un gruppo giovanile che per me fu molto importante. Allargò i nostri orizzonti, ci fece fare delle esperienze nuove, che prima non avevamo avuto neppure dalla scuola. Invitava degli esperti. Ci portò ad “Agape”, la realtà fondata da Tullio Vinay poco dopo la fine della guerra, costruita con la collaborazione di giovani giunti da tutto il mondo, come esperienza di pace. Anche Bouchard si caricò sulle spalle i mattoni che servivano per edificare Agape, accanto a lui lavorava un tedesco convertitosi dopo essere stato nazista».

Il pastore seguì con creatività e amore tutte le comunità che via via gli furono affidate: da studente, nel periodo di prova, venne inviato a Prali e a Luserna San Giovanni; dopo la consacrazione, fu pastore a Biella, Ivrea, Milano, Brescia, Napoli, Caivano, Torino, Susa. Dal 1962 al 1971 fu direttore della rivista «Gioventù evangelica». Circa nello stesso periodo, fu tra i membri fondatori del gruppo comunitario “Jacopo Lombardini” di Cinisello Balsamo.

In un’intervista rilasciata nel 1977, spiegava così questa esperienza nata per coniugare insieme fede evangelica ed impegno sociale: «Cinisello come gruppo comunitario, scuola popolare, gruppo biblico, circolo culturale è sorto in data 1 ottobre 1968, dopo essere stato avviato da una delibera del sinodo valdese 1966. Quando si cominciò, eravamo un gruppo di credenti (valdesi e metodisti) tutti di classe media (tecnici delle grandi aziende, insegnanti, eccetera ) che erano venuti ad abitare a Cinisello, a quei tempi soltanto un ghetto, un dormitorio per migliaia di lavoratori immigrati».

Al gruppo iniziale di protestanti si aggiunsero anche cattolici e non credenti: fu dunque un’esperienza ecumenica, fortemente radicata nel sociale, costantemente aperta a tutti.

Gli anni settanta portarono al pastore un più forte inserimento a livello amministrativo e dirigenziale. A partire dal 1971 iniziò il suo impegno nella Tavola valdese di cui fu membro per alcuni anni; nel 1975 venne eletto vice moderatore e quindi moderatore dal 1979 al 1986. Fu un periodo denso di avvenimenti. Nel 1975 le Chiese valdesi e metodiste stipularono tra loro il “Patto d’integrazione”.

Il 21 febbraio 1984, Bouchard, in qualità di moderatore, firmò insieme all’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, l’Intesa fra Tavola valdese e governo. Tale testo fu poi recepito dal Parlamento con la legge 449 dell’11 agosto 1984, dal titolo «Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e le chiese rappresentate dalla Tavola valdese».

Veniva così aperta una via che in seguito sarebbe stata percorsa da altre confessioni cristiane, dall’Unione delle comunità israelitiche e più recentemente da altre fedi religiose. Naturalmente questo passo non avvenne senza un vivace confronto. Nel suo saggio I valdesi e l’Italia. Prospettive di una vocazione, Bouchard scrisse: «La Tavola firmò e, nel giro di sei mesi, l’Intesa venne fedelmente tradotta in una legge dello Stato. Ma furono sei mesi difficili, all’interno del mondo valdese… Non deve però sorprendere il fatto che il Sinodo approvasse quasi all’unanimità la condotta della Tavola».

Fu un momento importante e delicato in cui Bouchard mostrò una volta di più la sua stoffa di leader. In seguito, dal 1988 al 1994, fu presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) il cui attuale presidente, il pastore Luca Maria Negro, testimonia: «Ha vissuto i suoi anni alla Federazione evangelica, come membro del consiglio e poi come presidente, credendo convintamente nel progetto di un protestantesimo capace di lavorare unito nell’ambito della comunicazione, dell’azione sociale, della formazione biblica delle giovani generazioni e nell’accoglienza di rifugiati e migranti». Dal 1994 al 2003 Bouchard fu presidente dell’Ospedale evangelico di Torino. Inoltre prestò generosamente la sua opera in molti comitati, fra cui quello per il nascituro Centro culturale valdese.

Fu forse a causa di questa sua esistenza piena di impegni e battaglie che diceva di aver sempre avuto «la serenità della fede in una vita tormentata». Ma ci furono anche grandi soddisfazioni. Uno dei suoi tre figli, Daniele, è a sua volta un pastore molto preparato e ricco d’umanità, impegnato con passione in ambito ecumenico.

Nel suo bellissimo libro Prigionieri della speranza, Bouchard scrisse delle riflessioni che oggi sembrano quasi un testamento: «Cristo risorto è la misura della diversità di Dio rispetto al mondo: egli ha introdotto e continua a introdurre nel mondo un fermento di novità che nulla può arrestare. Sperare in Cristo significa andare alla ricerca di questo fermento sconcertante, che quando si rivela ci sorprende ogni volta con la sua novità. Sperare in Cristo significa anche agire con fermezza ogni volta che abbiamo scoperto questo fermento: agire in modo che i potenti si ravvedano, gli stanchi ricevano speranza, i deboli prendano coraggio: affinché sia possibile vivere qui e ora, anche se solo in parte, una parabola della vittoria di Cristo. Poiché la giornata di oggi ci ricorda che questa vittoria è insieme presente ed eterna».

di Donatella Coalova