· Città del Vaticano ·

Santa Sofia da museo a moschea

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La decisione del Consiglio di Stato turco nonostante gli appelli di rappresentanti cristiani

11 luglio 2020

Da basilica cristiana di rito bizantino (inaugurata nel 537 sotto l’imperatore Giustiniano) a sede patriarcale greco-ortodossa, poi cattedrale cattolica, quindi moschea (quando gli ottomani nel 1453 conquistarono Costantinopoli ribattezzandola Istanbul), museo, adesso di nuovo moschea: cambia ancora lo status di Santa Sofia. Ieri, dopo la decisione del Consiglio di Stato di annullare il decreto con il quale nel 1934 il padre fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk, l’aveva trasformata in museo, il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdoğan, ha firmato un provvedimento che stabilisce il trasferimento della gestione del sito bizantino dal ministero della Cultura alla presidenza degli Affari religiosi, convertendo di fatto in moschea Santa Sofia. Con un discorso alla nazione, il capo dello Stato turco ha annunciato che venerdì 24 luglio vi si terrà la prima preghiera musulmana. L’istanza al Consiglio di Stato era stata presentata nel 2016 da una piccola associazione islamista locale per la protezione dei monumenti storici.

Nei giorni scorsi, soprattutto da parte ortodossa, sono giunti numerosi appelli affinché Santa Sofia restasse museo. Il patriarca ecumenico Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, aveva denunciato i rischi del suo ritorno a moschea: «Spingerà milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam», le sue parole, sottolineando il ruolo di Santa Sofia come centro di vita «nel quale si abbracciano Oriente e Occidente». La sua riconversione in luogo di culto islamico «sarà causa di rottura tra questi due mondi». Nel XXI secolo — ha ribadito Bartolomeo — è «assurdo e dannoso che Hagia Sophia, da luogo che adesso permette ai due popoli di incontrarsi e ammirare la sua grandezza, possa di nuovo diventare motivo di contrapposizione e scontro». La Chiesa ortodossa russa, che attraverso il patriarca Cirillo aveva lanciato un accorato appello, ha accolto con «grande pena e dolore» la decisione. Il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, l’ha definita «un duro colpo per l’ortodossia mondiale», mentre il portavoce Vladimir Legoida ha dichiarato all’agenzia Interfax che «la preoccupazione di milioni di cristiani non è stata ascoltata». Per l’arciprete Nikolai Balashov, vice capo delle relazioni esterne, «questo è un evento che potrebbe avere serie conseguenze per l’intera civiltà umana».

Da Washington a Bruxelles ad Atene: in tanti hanno provato a fermare lo strappo. Anche l’Unesco si è profondamente rammaricata per la decisione della Turchia, che cambia il «valore universale eccezionale» del sito, «potente simbolo di dialogo». Un paese — afferma l’agenzia delle Nazioni Unite — «deve assicurarsi che nessuna modifica mini lo straordinario valore universale di un sito sul suo territorio che si trova nella lista. Ogni modifica deve essere notificata dal paese all’Unesco e verificata dal World Heritage Commitee».

Dal canto suo Erdoğan ha risposto alle critiche invocando la sovranità nazionale e assicurando che le porte di Santa Sofia continueranno a essere aperte a tutti, musulmani e non musulmani, come avviene per ogni moschea.