· Città del Vaticano ·

Sacro e diabolico

Pieter Brueghel «Le tentazioni di Sant’Antonio» (XVII secolo)

«La Tentazione di Sant’Antonio» di Gustave Flaubert

07 luglio 2020

Nel marzo del 1845 Gustave Flaubert, assieme ai genitori e a una coppia di amici in viaggio di nozze, visita Genova: a palazzo Balbi viene attirato da un quadro attribuito a Pieter Brueghel, Le tentazioni di Sant’Antonio. «Darei l’intera collezione del “Moniteur”, e ancora 100.000 franchi, per poter avere quel quadro» scriverà qualche tempo dopo. Eppure per un giovane di 24 anni, colto, avido di letture anche “scandalose” e tormentato da malattie nervose, diavoli, donne in atteggiamenti seduttivi, deformità e demoni non dovevano poi sembrare così eccezionali: c’era qualcosa d’altro dietro quello stupore.

E quell’altro era l’attrazione del mistero, del sacro, di tutto ciò che a casa di un rispettato chirurgo di provincia, quale era il padre di Gustave, poteva sembrare fuori luogo e antiquato. La Francia di quegli anni era passata attraverso gli sviluppi della rivoluzione, dell’ambigua avventura di Napoleone, gli anni della repubblica che poi, di là a poco, culmineranno nel colpo di mano di Napoleone III e nel nuovo impero. E alla fine il massacro della Comune, che sconvolgerà la già provata psiche dello scrittore.

Ma gli ideali razionali dell’illuminismo erano rimasti, e la buona borghesia d’oltralpe ne aveva comprese le potenzialità propulsive per l’economia e il benessere: se si esclude Rousseau, la gran parte dei filosofi non vedeva di buon occhio il popolo minuto nei pressi del potere. Perciò il “disturbato”, secondo Sartre, giovanotto era attirato da quello che l’odiata borghesia benestante non poteva — almeno a livello cosciente — approvare: la trasgressione, l’occulto, il mostruoso e il demoniaco. E soprattutto il sacro.

Prova ne è il fatto che già nel 1839 aveva completato la stesura di Smarh, una sorta di racconto-mistero medioevale che rappresenta un primo assaggio di un suo nuovo “romanzo”, La tentazione di Sant’Antonio, appunto. E infatti, proprio nei giorni della cacciata di Luigi Filippo e della “nuova” fine della monarchia, il giovane scrittore inizia a mettere la penna su un’opera che, come L’educazione sentimentale, lo impegnerà per molti anni, con infinite revisioni e riscritture, come d’altronde era solito fare nella sua “clausura” di Croisset.

Flaubert è convinto di avere scritto un capolavoro, ma quando lo sottopone al giudizio di due amici, da lui ritenuti gli unici in grado di capirlo, ha un duro colpo: poco manca che gli dicano di buttare il manoscritto, non è roba per lui, lasci a Dio quel che è di Dio e pensi a sfruttare le cronache di donne sole, o sposate ma in balia dei sogni romantici (che Flaubert odiava, anche perché erano i suoi sogni, che lui tentava di rimuovere), in evidenza sui giornali di allora. Consigli non del tutto sprovveduti, perché porteranno l’ipocondriaco, misantropo scrittore alla composizione di Madame Bovary. E però Brueghel, le leggende medioevali, l’attrazione dell’Oltre, le figure di coloro che avevano abbandonato le ricchezze per andare a vivere nei deserti più remoti rimanevano conficcati nella sua fertile e non sempre controllata — come avrebbe voluto — fantasia. E così, negli anni a venire riprenderà in mano il manoscritto e lo rimaneggerà anche alla luce dei nuovi libri che intanto stava letteralmente divorando, andandoseli a cercare perfino alla Biblioteca Imperiale di Parigi.

Alla fine, nel 1874, molti anni dopo il polverone del processo per oscenità di Madame Bovary (accusa dalla quale verrà assolto, al contrario del Baudelaire dei Fiori del male, stessa corte, stesso anno, il 1857) finalmente esce la sua tanto tribolata Tentation de Saint Antoine, che avrà molte critiche, poche lodi (ma rilevanti: Hugo, ad esempio) e conoscerà anche un buon successo commerciale.

Ironia del destino, un libro influenzato dall’arte influenzerà a sua volta l’arte a venire: alcune incisioni di Odilon Redon, ad esempio, sono state una sorprendente “traduzione” in immagine della Tentazione, forse la più riuscita. Redon ha colto il senso abissale di una storia in cui si voleva fare piazza pulita di tutte le pretese intellettualistiche di una borghesia che lui accusava di imbecillità assoluta: il fanatismo sciocco di quelli che pretendevano di spiegare tutto, che avevano una risposta per ogni domanda, narrati qui nelle interminabili e capziose affermazioni dei maestri eretici della Tentazione, ma soprattutto l’angoscia del nulla, il dubbio dell’onnipotenza della materia che forse aveva un peso nei suoi attacchi epilettici. E il bisogno, nonostante tutto, di una Ragione superiore. Redon è riuscito a cogliere mirabilmente l’inquietante apparizione «delle piccole masse globulose, grosse come teste di spilli e tutt’intorno ornate di ciglia».

L’ossessione della materia, le seduzioni di una sensualità fine a se stessa che lascia solitudine e noia, e, al contrario, la fissazione romantica su un’idea di amore più che su una persona in carne ed ossa, sono catturate implacabilmente dalla scrittura di Flaubert. Che attacca le pretese culturali e il vuoto di una classe senza più valori, preda, secondo lo scrittore, di una stupidità inguaribile. E il fatto che dopo chiacchiere, apparizioni diaboliche e sofismi, la conclusione sia una ierofania, un disco solare in cui «sfavilla il volto di Gesù Cristo» accolta dal segno della croce di Sant’Antonio, la dice lunga sull’onestà di uno scrittore alla ricerca, è vero, della forma perfetta, ma che qui è costretto a denunciare i limiti dell’umano sapere e arrendersi all’Oltre.

di Marco Testi