· Città del Vaticano ·

Ripartire dalla ninnananna

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Lettere dal direttore

31 luglio 2020

Non è facile addormentarsi in questo periodo di calura estiva. Soprattutto nelle città la temperatura arriva a livelli tali anche la sera che il “prendere sonno” diventa complicato, non scontato, faticoso. Diciamo “prendere sonno”, ma dovremmo dire al contrario, rovesciando al passivo la frase, “essere presi dal sonno”. Infatti anche se suona come un ossimoro, bisogna riconoscere che addormentarsi è una “attività passiva” in cui la persona è senz’altro protagonista ma non come autore di un’azione precisa e da lui decisa, bensì come elemento inserito in un processo di cui non ha il controllo, il dominio. Nessuno decide di addormentarsi, dormire non è un atto volontario ma assomiglia più a un abbandono, a una resa. Il momento dell’assopirsi ha quel calore, quel fascino e quella grazia propri dei piccoli e dimessi gesti della vita come il battito del cuore e il palpito dei polmoni che ci ricordano che le cose essenziali della vita sono al di là della nostra volontà. Così come nessuno decide di addormentarsi (e anzi più ci incaponiamo a voler dormire meno riusciamo a ottenerlo), nessuno decide di svegliarsi ma anche di innamorarsi o, purtroppo, di ammalarsi. C’è appunto una grazia in tutto questo: qualcosa è sottratto alla nostra decisione e la logica che qui si impone è quella più larga, smisurata, del dono. In questo scontro tra la forza tenace del volontarismo e la resa di fronte alla forza più grande del dono, si legge in controluce una cifra della modernità e quindi della contemporaneità. Uno dei padri dell’epoca moderna è senza dubbio Cartesio con il suo cogito ergo sum, la primazia dell’Ego, al quale ha risposto secoli dopo il grande teologo protestante Karl Barth rovesciando al passivo la frase: cogitor ergo sum, sono pensato dunque sono. L’esistenza umana trova il suo fondamento fuori da sé, nel pensiero generativo, nell’amore creativo, di un Altro.

C’è un’immagine collegata a questi temi filosofici e teologici così alti ed è una scena tra le più dimesse e quotidiane possibili, che è inscritta nella memoria più profonda di ciascun essere umano e che ha a che fare proprio con il sonno e l’addormentarsi. È la scena di un bambino piccolo che viene vegliato e cullato dalla mamma che canta una ninnananna. Quel piccolo bambino è, esiste, perchè qualcuno lo sta pensando, qualcuno veglia su di lui. Lo ha espresso molto efficacemente il teologo Cesare Pagazzi in un articolo apparso su «Avvenire» lo scorso 28 luglio: «Il bimbo si abbandona al sonno quando è sicuro che non sarà abbandonato; solo a patto che gli risulti affidabile la promessa del ritorno del mattino e, con esso, della mamma, del papà, dei giocattoli e della casa. Esigendo la vicinanza dei genitori al lettino (come il morente desidera avere al capezzale tutti i suoi affetti), il bimbo si lascia andare, sicuro che essi staranno con lui, anche se non visti, per tutta la durata della notte. Il suo sonno risulta dalla veglia di qualcun altro che gli annuncia e prepara il domani». È un atto, non benchè ma proprio perchè involontario, teologicamente denso quello dell’addormentarsi al canto della ninnananna. Vivere, lieti, superando l’incertezza e la paura, all’interno di un canto. Da questo punto di vista è efficace la definizione di modernità come età del disincanto. Cartesio nasce nel 1596; esattamente un secolo dopo nasce a Napoli uno dei grandi santi della modernità cattolica, sant’Alfonso Maria de’ Liguori a cui dedichiamo oggi un’intera pagina in cui in particolare sottolineiamo, con una bella riflessione del musicista Ambrogio Sparagna, la sua grande arte musicale che gli permise di comporre canti popolari sacri ancora oggi amati ed eseguiti in tutto il mondo come ad esempio Fermarono i cieli e Quanno nascette Ninno che, da soli confermano la potenza di quel gesto primordiale, radicale, profondamente umano che è il canto della ninnananna. Ricordare questa semplice, disarmata e disarmante potenza potrebbe aiutare tutti noi, anche in queste giornate così calde e cariche di incertezza.

A.M.