· Città del Vaticano ·

«Respirare. Qui. Adesso»
La malattia e la benedizione
Il regista, il Papa, il gesuita

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Rileggendo l’intervista di Martin Scorsese a «La Civiltà Cattolica»

21 luglio 2020

«Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa, e un luogo dove nessuno ti può seguire. La malattia prima della morte è cosa quanto mai opportuna e chi non ci passa si perde una benedizione del Signore. Quasi altrettanto isola il successo, e niente mette in luce la vanità altrettanto bene».

Le parole usate, con la solita precisione chirurgica, dalla scrittrice Flannery O’Connor, racchiudono in modo estremamente efficace il senso dell’intensa intervista rilasciata dal regista Martin Scorsese al direttore de «La Civiltà Cattolica», Antonio Spadaro. Tra i due ormai si è consolidata una vera e profonda amicizia che trapela anche tra le righe di quest’ultima conversazione apparsa nel numero della rivista dei gesuiti uscito il 18 luglio con il titolo significativo L’asma e la grazia.

Tra questi due poli, già evidenziati dalle parole della O’Connor che parlava di malattia e di benedizione, si sviluppa una riflessione a tratti toccante, vertiginosa, che parte da una meditazione sul periodo che sta attraversando il mondo investito dal “tifone” del covid-19, un periodo in cui ha fatto la sua apparizione, afferma Scorsese, «una nuova forma di ansia. L’ansia di non sapere nulla. Proprio nulla. Era tutto in sospeso, rinviato a non si sapeva quando, come in un sogno in cui corri a perdifiato, ma non arrivi mai alla meta. In una certa misura, è ancora così. Quando sarebbe finita? E poi una domanda precisa: Se non avessi potuto girare il mio film, chi ero io?».

Il viaggio all’interno del polo negativo (la malattia, l’asma) viene compiuto fino in fondo: «L’ansia è andata crescendo, e con essa la consapevolezza che avrei potuto non uscirne vivo. Soffro di asma da tutta la vita, e questo virus a quanto pare attacca i polmoni più spesso che qualsiasi altra parte del corpo. Mi sono reso conto che avrei potuto davvero tirare il mio ultimo respiro in quella stanza della mia casa che era stata un rifugio e ora era diventata una specie di fortezza, e stavo iniziando a sentirla come la mia prigione. Mi sono ritrovato solo, nella mia stanza, a vivere da un respiro all’altro».

Leggere queste parole fa, quasi automaticamente, pensare a Papa Francesco che, come è noto, a 21 anni a causa di una grave forma di polmonite ha subito l’asportazione chirurgica di una parte del polmone destro e che ha spesso usato la metafora del polmone, del respiro, del palpito. Ad esempio nella recente pubblicazione La preghiera. Il respiro di vita nuova (pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana) ha affermato: «Ci sono nel corpo umano alcune funzioni essenziali come il battito del cuore e il respiro. Mi piace immaginare che la preghiera personale e comunitaria di noi cristiani sia il respiro, il battito cardiaco della Chiesa, che infonde la propria forza nel servizio di chi lavora, di chi studia, di chi insegna (...). Non sempre si è coscienti di respirare, ma non si può smettere di respirare».

Scorsese e Bergoglio, legati non solo dai comuni problemi respiratori, ma anche da un rapporto di stima profonda e grande affetto, sentimenti tangibili anche nel loro ultimo rapido incontro di ottobre, durante il Sinodo per l’Amazzonia, quando il Papa e il regista hanno conversato del film The Irishman e, quindi, di Dostoevskij, comune passione letteraria.

Stimolato dalle domande di padre Spadaro, il regista italo-americano ha ricollegato quel momento di crisi vissuto durante la pandemia ad una precedente crisi, vissuta circa 40 anni fa, ai tempi del grande successo di Toro scatenato, un momento drammatico in cui Scorsese ha praticamente incarnato il pensiero di Pascal per cui «tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene da soli, in una camera» e si è trovato a pensare: «“Potrò mai stare da solo in una stanza, da solo con me stesso? Potrò mai soltanto essere?”. Ed ecco che, tanti anni dopo, di colpo, eccomi qui, da solo nella mia stanza, a vivere l’attimo, ogni attimo prezioso del mio essere vivo. Ovviamente è stata una situazione pesante, ma eccola».

Il momento critico viene vissuto fino in fondo, senza sconti, ma poi accade qualcosa: «Poi, qualcosa... è arrivato. Si è posato su di me e dentro di me. Non so descriverlo diversamente. All’improvviso ho visto tutto da un punto di vista diverso, migliore. Sì, non sapevo ancora che cosa sarebbe successo, ma non lo sapeva nessuno. Avrei potuto ammalarmi e non lasciare mai più quella stanza, ma, se fosse accaduto, non avrei potuto farci niente. È divenuto tutto più semplice e ho provato un senso di sollievo. E questa consapevolezza mi ha riportato agli aspetti essenziali della mia vita. Ai miei amici e alle persone che amo, alle persone di cui devo prendermi cura. Alle benedizioni che ho ricevuto: ai miei figli, a ogni momento trascorso con loro, a ogni abbraccio, ogni bacio e ogni saluto... a mia moglie, e quanto sono fortunato ad aver trovato qualcuno con cui sono riuscito a crescere e a far crescere insieme una bambina e al tempo stesso... a poter fare il lavoro che amo». Parole, quelle usate da Scorsese che possiedono quella forza semplice che impedisce di apporre qualsiasi forma, anche la più discreta, di commento.

Emerge da questo parlare così nudo, essenziale, la consapevolezza di aver ricevuto un dono: «E poi qualcosa ci è stato rivelato, ci è stato donato. Le vecchie domande abituali: “Come stai?”, “Stai bene?” sono diventate immediate e cruciali. Sono diventate vitali. Abbiamo scoperto di essere davvero tutti insieme, non solo nella pandemia, ma nell’esistenza, nella vita. Siamo diventati veramente uno».

Un pensiero l’anziano regista lo invia ai giovani e qui viene in mente un altro incontro tra Scorsese e il Papa, quando, durante il Sinodo dei giovani, nel 2018, fu presentato il libro La saggezza del tempo, curato da padre Spadaro, in un momento di incontro tra generazioni e ci fu un bel dialogo tra il Papa e l’artista che oggi, per mezzo dei microfoni della Civiltà Cattolica, dice ai giovani: «Quanto sono fortunati a essere vivi in un momento così illuminante. Molti di noi pensano che tutto tornerà come prima, ma ovviamente non va mai così: tutto cambia sempre, e proprio questo periodo ce lo ricorda con forza. Può ispirarci a riconoscere la nostra capacità di cambiare in meglio. Di fatto è questo che sta succedendo, al momento, con le proteste di massa in tutto il mondo: i giovani stanno combattendo per migliorare le cose».

Il finale dell'intervista è sull’arte, sul cinema, la letteratura. Rispunta quindi Dostoevskij e i suoi fratelli Karamazov e poi Steinbeck e Kipling e infine un film di Ken Burns dedicato alla figura di William Segal. Toccanti le parole con cui Scorsese commenta questo film concludendo la sua intervista, e anche in questo caso si tratta di parole così vere e poetiche che non conviene provare a commentarle: «C’è una scena in cui Segal invita, con l’esperienza della sua quiete e della sua meditazione, a puntare la nostra attenzione su ciò che è essenziale, su ciò che accade proprio ora, tra un respiro e l’altro. Essere. Respirare. Qui. Adesso. Tutto questo non è grazia?».

di Andrea Monda