· Città del Vaticano ·

Quello slancio verso la misericordia

Francesco Mochi, «Santa Veronica con il velo» (basilica Vaticana, 1635-1639)

Nella scultura «Santa Veronica con il velo» di Francesco Mochi

11 luglio 2020

La basilica di San Pietro appartiene per diritto all’inventario del “maestoso”. Poche cose al mondo riescono a farti provare quel perfetto sconcerto, che è meraviglia del meraviglioso, e che ti inchioda al suolo, facendoti sentire piccolo, piccolissimo. Certe cose accadono solo nelle steppe dell’oblast d’Orenburg, in certi vuoti deserti del Perú e del Cile o nell’alto oceano inoltrato. Forse, però, la basilica è l’unico luogo “di marmo” a suscitare una simile reazione, e non perché manchino al mondo i più lussuosi splendori di arte e di spazio. Di stanze delle meraviglie e magnifici palazzi è pieno il mondo. La basilica, però, ha in sé la capacità di farti perdere il conto della sublime bellezza e della grandezza che hai dinanzi. E capita anche di doversi rimproverare, perché si è andati mille volte, eppure quella cappella, quella vetrata, quella pala d’altare ci è sempre sfuggita. Qualche anno fa, capitò anche a noi di trovarci sotto il monumentale baldacchino del Bernini e di doverci rimproverare. Mentre eravamo distratti ad ammirare le tonnellate di bronzo (costate care al pronao del Pantheon) e a contare le api sulle colonne ritorte dell’imponente catafalco, ci saltò all’occhio qualcosa di mai visto. Una gigantesca figura di donna, alta cinque metri, che si lanciava a piedi nudi fuori dalla nicchia con grande agitazione e, quasi, ci rincorreva col suo pezzo di stoffa tra le mani. L’audio-guida ci disse che quella era Santa Veronica con il velo, di Francesco Mochi. Ci vollero tre blocchi di marmo per realizzare quella gigantesca scultura, che sembra quasi volar via dalla nicchia con un guizzo irruente, mentre la veste si gonfia, dando alla figura una leggerezza quasi fluttuante. In mano, la reliquia del velo, che si ripete poi altre due volte: nei bassorilievi in alto, nelle mani degli angeli dell’Ultimo Giorno e sull’immagine d’altare della chiesa inferiore, fatta cadere nella terra, e visibile attraverso la finestrella del basamento della statua, per coloro che si avvicinano. Decidemmo, in cuor nostro, che quella fosse la più bella scultura del mondo e non ce ne vogliano le altre opere d’arte, incantevoli, di San Pietro, e i loro ammiratori. Il nostro giudizio è più emotivo che tecnico, tant’è che La Veronica, da quel momento, non ci ha più abbandonati. La sua corsa discola è per noi immagine viva dello slancio della misericordia verso l’umanità sofferente e perduta. Forse non è ancora quello che Benedetto XVI, nella seconda parte di Deus caritas est, definisce «servizio della carità». È l’Amore non ancora organizzato; l’impresa eroica di un attimo di carità. Amore viscerale, impulsivo, immediato, quasi rozzo, espresso in modo libero, con un movimento ampio e la bocca aperta in un urlo. Amore verso il fratello che vediamo (1 Giovanni, 4, 20), che è poi, nell’insolito paradosso cristiano, lo stesso identico Dio che non vediamo. È facile accostare La Veronica di Mochi ad un’altra figura femminile che corre verso l’osservatore: la piccola Kim di Nick Ut, se non fosse che, nel più celebre scatto della guerra del Vietnam, la protagonista scappa da un pericolo (il bombardamento al napalm) e non si lancia in un atto di compassione. La veemenza del movimento, però, è la stessa e in entrambi i casi si ha l’impressione di venire rincorsi da un soggetto immobile e pure tanto animato.

Quando La Veronica di Mochi — nel basamento definita semplicemente Hierosolymitana — fu svelata alla presenza di Urbano VIII, il 4 novembre 1640, dopo un lunghissimo lavoro iniziato nel 1629, Roma poté ammirare lo spettacolo della carità burrascosa e scomposta dell’ebrea che oggi ricorre nel calendario dei santi come protettrice dei fotografi, delle lavandaie e della Francia (secondo la leggenda, dopo aver lasciato il panno di lino a Roma, Veronica corse a convertire i Galli).

E chissà che la Roma di allora non vi abbia visto, come noi, una povera donna di borgata, oggi diremmo «pasoliniana», scapigliata, che si lancia, con tempesta ed impeto, verso un povero cristo, con addosso le vesti nere di casa e le pianelle rotte, com’è spesso accaduto in tempo di guerra.

Fatto sta che al Bernini lo «scostumato» movimento della Veronica di Mochi non piacque affatto. Gli parve qualcosa di volgare, disfatto, immeritevole della nobiltà della basilica e del consesso di statue che l’affiancavano sotto i grandi pilastri della cupola. E quell’enfasi così plebea e quell’accentuato movimento del panno col quale la santa asciugò il sudore ed il sangue del volto di Gesù, che cosa aveva a che vedere con l’aria gentilizia del suo Longino, ieratico e ordinato come un giovane divo!

Quel moto violento non piacque neanche agli accademici, in verità, ma piacque invece, molto, anzi moltissimo sia ad Urbano VIII che ad un gruppo di lungimiranti poeti, che ne tessero le lodi nelle loro poesie. Uno di questi, Bartolomeo Tortoletti, si preoccupò che il colosso di marmo non scappasse via dalla nicchia, tanto vivo gli era parso: «Se corre dietro al suo Signor col velo, Mochi, che tanto puoi, ferma costei: se no, si fugge e lo raggiunge in Cielo». Un altro, Cavalier Gio’ Baglione, rivolge alla scultura parole che sembrano dettate da passione ardente, così insolite per una santa: «Nell’aspetto, e nel moto generosa, sciogli il piè, formi il suono, ardi di zelo e ogni alma pungi d’amoroso telo».

A noi, La Veronica di Mochi, anzi La Veronica in generale, ricorda i larghi gesti de La Madre di Brecht, la Magnani nelle scene più animose di Roma città aperta e La rosa tatuata. Ma ci ricorda soprattutto il cristianesimo, nelle sue pieghe meno dottrinali, più istintive, più fangose. Il cristianesimo delle strade. Il cristianesimo come reazione sentimentale, passione, scatto d’amore, di ribellione dinanzi all’ingiustizia e alla miseria. Il cristianesimo come soccorso caloroso, impulsivo, al dolore altrui.

Se il cristianesimo ha in sé il fermento e l’inquietudine di questo nuovo cammino, quale è l’ambizioso progetto di una «Chiesa in uscita», la Veronica merita di esserne una delle icone. Perché è vero che Veronica fu «pia», ma fu anche «grande».

di Roberto Rosano