· Città del Vaticano ·

Qualcosa di imprevedibile

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Il 24 luglio 1980 moriva Peter Sellers, eclettico attore britannico

22 luglio 2020

«Come uomo era spregevole, probabilmente il suo peggior nemico, nonostante la nutrita concorrenza». Non fu certo tenero il regista Roy Alfred Boulting nel suo necrologio per la morte di Peter Sellers, l’eclettico attore britannico ucciso da un infarto il 24 luglio 1980 a soli 54 anni, interprete dell’ispettore Clouseau della serie della Pantera Rosa e di altri indimenticabili personaggi, come l’indostano Hrundi V. Bakshi di Hollywood Party e lo scienziato ex nazista di Il dottor Stranamore. Ma per quanto tagliente, nella sua sottile ironia quel necrologio diceva in fondo una verità ben conosciuta nell’ambiente del cinema del tempo sul carattere di Sellers. Una verità peraltro mai negata dall’attore: «Se non riesco a trovare un modo per vivere con me stesso, non posso aspettarmi che qualcun altro viva con me», confidò infatti una volta.

E chi ci aveva provato poteva confermarlo. Come la prima delle quattro mogli, Anne Hayes: «Era amorale, pericoloso, vendicativo, un totale egoista, e allo stesso tempo aveva il fascino del diavolo». Un carattere complesso, dunque, che l’amico David Lodge così spiegava: «Le sue insicurezze derivavano dal fatto che non fosse felice con se stesso: l’unico momento in cui era felice era quando poteva essere qualche altro personaggio». Del resto lo stesso Sellers sosteneva di riuscire a dar vita alle sue maschere proprio grazie al vuoto della sua anima. «È stato come aver sposato le Nazioni Unite», disse ancora Hayes parlando del continuo trasformismo dietro al quale l’attore celava la sua inquieta personalità, a tratti malinconica, segnata da eccentricità, ma anche da una sottile forma di autodistruzione, evidenziata da quegli eccessi che gli procurarono una serie di infarti, il primo nel 1964, ad appena 38 anni, fino a quello fatale.

Nato a Portsmouth l’8 settembre 1925, Richard Henry — questo il suo nome di battesimo — Peter era cresciuto in una famiglia di artisti; la madre era un’attrice teatrale, il padre un pianista. Di origini ebraiche lei, protestante lui, lo mandarono a studiare in una scuola cattolica. La sua vita artistica iniziò come ballerino, quindi come batterista in gruppi jazz. Dopo alcuni spettacoli di intrattenimento per i piloti della Raf — non venne arruolato per problemi alla vista — i primi veri passi nel mondo dello spettacolo il giovane li compì alla radio, nell’immediato dopoguerra, facendosi un nome con il programma Ray’s A Laugh. Ma fu dopo l’incontro con Spike Milligan ed Harry Secombe che nel The Goon Show Sellers potè esprimere il suo talento comico.

L’ambizioso salto nel mondo del cinema avvenne nel 1951 con Penny Points to Paradise di Tony Young, anche se fu dopo la partecipazione a La signora omicidi accanto ad Alec Guinness che la carriera si aprì ai futuri successi, grazie alle straordinarie collaborazioni con Stanley Kubrick (Lolita, Il dottor Stranamore) e con Blake Edwards (la serie della Pantera Rosa, Hollywood Party). Una carriera eccezionale, non solo come attore comico, che gli valse anche due candidature all’Oscar come miglior protagonista nel 1965 per il citato Il dottor Stranamore (dove interpretava anche altri due personaggi, il goffo colonnello Lionel Mandrake, l’eccentrico presidente Merkin Muffley) e, sorprendentemente, nel 1980 per un ruolo drammatico in Oltre il giardino di Hal Hasby. Un’altra candidatura, precedente, nel 1960 l’aveva ottenuta per il cortometraggio The Running Jumping & Standing Still che aveva scritto e interpretato con Richard Lester. Provò anche la regia, nel 1959, dirigendo Il piacere della disonestà (titolo originale Mr. Topaze), accolto con freddezza da critica e pubblico.

Come certificato anche dalle citate nomination agli Academy Awards, Sellers è stato un attore duttile, capace di interpretare con bravura sia ruoli comici che drammatici. La sua presenza sul set nascondeva sempre qualcosa di imprevedibile, spesso geniale. Se ne accorse Kubrick, che a lui solo consentì di improvvisare davanti alla cinepresa. Nel camaleontico eclettismo Sellers riusciva a dar sfogo alla sua verve artistica fatta di humor brillante e corrosivo, che esplodeva in battute folgoranti. Come quando in Uno sparo nel buio fa dire all’ispettore Clouseau: «Chi ha costruito quell’ordigno andrebbe psicoanalisato». E l’ordigno in questione altro non era che un supporto per stecche di biliardo.

Non erano però da “psicoanalisare” i personaggi da lui interpretati, perché la sua comicità non aveva bisogno di un vissuto psicologico. Il suo volto, la sua mimica, la duttilità del linguaggio bastavano a delineare con tratti netti e distinguibili ciò che era necessario sapere. Come ha sottolineato Alberto Crespi nella prefazione al libro di Andrea Ciaffaroni In arte Peter Sellers, «non c’è alcuna profondità nelle sue maschere: c’è invece una straordinaria ricchezza di comportamenti, di tic fisici e linguistici, una labirintica costruzione del personaggio che non presuppone minimamente una persona. Chi è il dottor Stranamore, da dove sbuca all’improvviso, che infanzia ha avuto? Domande superflue: entra in scena, apre bocca e decide i destini del mondo. Chi è Chance il giardiniere, perché si è ridotto così? Chi è l’ispettore Clouseau, come ha fatto a far carriera, perché ha un domestico giapponese? Chi è Clare Quilty, come ha conosciuto Lolita, cosa lo spinge a travestirsi in modo compulsivo? Di nuovo: domande superflue. Sono personaggi che esistono negli atti che compiono, e quando entrano in scena modificano il mondo attorno a loro».

Dietro alla propensione al mascheramento e allo sdoppiamento sembra esserci qualcosa dell’umorismo ebraico. La sua comicità sarcastica ma allo stesso tempo dolente, l’autoironia e l’attitudine ai giochi di parole testimoniano infatti un tale radicamento. Inquietudine e malinconia hanno caratterizzato i suoi personaggi più esilaranti. E non a caso a qualcuno la figura dell’ispettore Clouseau appare come una sorta di schlemiel, maschera comica che nella cultura ebraica dell’Europa orientale incarna la sfortuna proverbiale, ma anche lo sciocco, lo sfortunato, trasformato però da Sellers in un anti eroe capace di prendersi a suo modo una rivincita sulla società, nonostante tutto.

Uno scherzo del destino ha voluto che Peters Sellers, già segnato nel fisico, morisse pochi mesi dopo aver girato Il diabolico complotto del Dr. Fu Manchu, un film in cui il protagonista è un cinico scienziato cinese eternamente giovane grazie a un elisir di vita eterna. La pellicola ebbe una pessima accoglienza. Tom Shales sul «Washington Post» descrisse il film come «una commedia indifendibilmente inetta», aggiungendo che «è difficile trovare un altro bravo attore che abbia fatto così tanti film di bassa lega come Sellers, un commediante molto dotato ma ferocemente scaduto». Un giudizio spietato, come quello contenuto nel necrologio di Boulting.

Ma alla fine restano comunque un buon numero di pellicole che debbono la loro fortuna al genio di Sellers. E non è un caso che i suoi personaggi abbiano ispirato — e continuino a ispirare — una folta schiera di attori comici, che con lui hanno contratto un debito di riconoscenza.

di Gaetano Vallini