· Città del Vaticano ·

Profughi nel proprio Paese

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Sono 1,6 milioni gli sfollati interni iracheni

03 luglio 2020

Sono chiamati Internal Displaced People (Idp), profughi costretti ad abbandonare le loro case, ma che restano nella propria nazione. In Iraq sono 1,6 milioni i profughi interni, costretti a fuggire a causa del sedicente Stato islamico (Is) che nel 2014 conquistò la città di Mosul e la Piana di Ninive, generando all’apice del conflitto circa 6 milioni di sfollati. Sono persone che hanno paura a tornare nelle loro case, se ancora esistono, e che a fatica immaginano un futuro felice. È quanto emerge dal dossier Sfollati. Uomini, donne e bambini profughi nel proprio Paese pubblicato pochi giorni fa da Caritas italiana, con un focus specifico dedicato alla situazione dell’Iraq, dove l’ente caritativo sostiene da anni interventi in favore degli sfollati ed altre fasce vulnerabili della popolazione, in collaborazione con Caritas Iraq e diverse realtà della Chiesa locale. Ed è proprio agli sfollati interni che Papa Francesco ha scelto di dedicare la 106ª Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il prossimo 27 settembre dal titolo: «Come Gesù Cristo, costretti a fuggire».

Durante gli ultimi 40 anni gli sfollati iracheni hanno subito 4 guerre, 10 anni di embargo, 8 anni di occupazione militare e 9 anni di terrorismo interno sfociato in una vera e propria guerra civile, non ancora del tutto sopita. Il 78 per cento dei profughi interni vive lontano dalla propria casa da almeno 3 anni, e il ritorno verso i territori di origine è rallentato, soprattutto lo scorso anno, a causa dell’insicurezza politica e sociale, della scarsità dei servizi di base e della mancanza di opportunità lavorative.

Se il 90 per cento degli sfollati interni nel mondo ha dovuto abbandonare la propria casa per conflitti armati e violenze, il restante 10 per cento si è dovuto spostare a causa di disastri ambientali. Al riguardo, l’Iraq — rileva il dossier — vive un duplice flagello ambientale, rappresentato da inondazioni e siccità: se le prime hanno interessato la gran parte dei territori limitrofi al corso del Tigri e dell’Eufrate dando luogo nel 2019 a 37.000 nuovi sfollati, la siccità legata soprattutto all’assenza di infrastrutture adeguate ha costretto circa 34.000 persone a lasciare le proprie case. Molti contadini e pastori scelgono di abbandonare la terra per tentare fortuna nelle grandi città, alimentando il fenomeno delle “gentrification”, che nell’ultimo decennio ha determinato un’impennata dell’urbanizzazione della città di Bassora e della sua popolazione. A peggiorare la situazione anche l’emergenza sanitaria provocata dal covid-19 la cui diffusione ha generato un vulnus dentro la crisi, mettendo a nudo le debolezze della politica e di una società fatta di disuguaglianze.

Secondo uno studio dell’Unesco sul mercato del lavoro si evince che due terzi dei lavoratori iracheni trovano impiego nel settore informale, che corrisponde al 99 per cento dell’economia privata. Non è quindi difficile immaginare come il lockdown abbia impattato con violenza una società già indebolita. Oltre tre quarti degli Idp sono sfollati da più di 3 anni e aspettano una soluzione durevole che permetta loro di ricominciare una vita stabile.

Secondo i dati raccolti dall’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc) delle 462.000 persone che nel 2019 hanno scelto di rientrare nelle proprie case, 456.000 vivono in una condizione di sicurezza parziale, mentre le restanti 6.000, nonostante gli sforzi messi in atto per ricominciare una vita dignitosa, sono nuovamente ricaduti nella condizione di sfollati

Recentemente, è stato sviluppato un “indice dei ritorni” relativo all’Iraq, una scala che aiuta a comprendere le priorità, ma anche gli ostacoli che le persone sfollate devono affrontare e valutare nella decisione di ritornare presso la propria terra. Ne emerge che la distruzione delle case è il principale ostacolo a riprendere la vita, lì dove è stata abbandonata. Infatti, quelle aree dove almeno la metà delle abitazioni sono state distrutte, hanno una probabilità 15 volte inferiore rispetto ad altri territori in cui l’alloggio è rimasto relativamente intatto. La disoccupazione rappresenta un altro importante fattore di valutazione. Le famiglie sono 10 volte meno propense a tornare in quelle terre dove i residenti faticano a trovare un lavoro rispetto a quei luoghi, città, paesi dove invece si registra un buon tasso di occupazione. Altro significativo ostacolo è dato dalla presenza di gruppi armati, fautori di continue violenze che scoraggiano i ritorni degli originari abitanti. Solo attraverso la ricostruzione di un’armonia solidale fra i tanti volti, le tante etnie, che rendono così ricca la terra del Tigri e dell’Eufrate, sarà possibile realizzare un antidoto contro la riemersione delle violenze e garantire la stabilità del governo. Basti considerare che i danni subiti dal governo di Baghdad a causa dell’invasione del califfato ammontano a circa 45,7 miliardi di dollari.

Nel sud dell’Iraq, nei governatorati di Bassora, Misan e Thi-Qar, il crescente degrado ambientale, alimentato dall’inquinamento delle acque e dagli effetti del cambiamento climatico, spinge sempre più persone a lasciare i propri villaggi alla ricerca di un futuro migliore. La terra arabile è sempre meno, i contadini sono sempre più dipendenti dalle piogge (scarse) per coltivare i propri campi e anche gli allevatori hanno sofferto le conseguenze di questa situazione.

Secondo un recente report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le emergenze umanitarie, Ocha, emerge che nel 2020 l’Iraq è stato classificato come Paese ad alto rischio di catastrofe umanitaria. Le persone in stato di bisogno sono 4,1 milioni (il 67 per cento della popolazione), di cui 1,77 (cioè il 29 per cento della popolazione) in un bisogno definito come “acuto”. Si tratta in massima parte, 1,5 milioni di persone, degli sfollati interni a causa dell’invasione dell’Is e della guerra di liberazione iniziata nel 2017, famiglie che vivono da sfollati ormai da più di cinque anni.

Caritas Iraq da decenni lavora a sostegno diretto degli sfollati interni dei vari conflitti. In particolare, nell’Anbar, Caritas Iraq lavora in due campi profughi, nei pressi di Fallouja, dove assiste 6.735 persone con generi di prima necessità, attività educative e ricreative.

Secondo l’esperienza e i dati raccolti, una famiglia che vive nelle condizioni di sfollato interno deve fronteggiare ogni giorno innumerevoli problemi, di breve e lungo periodo, riconducibili principalmente diverse categorie di bisogno, la prima di natura materiale: si tratta di famiglie che sono state costrette a lasciare improvvisamente le proprie case, portando con sé il minimo indispensabile, a volte solo quello che avevano indosso. Per questo le necessità materiali sono totali: hanno bisogno semplicemente di tutto. Nell’immediato servono generi di prima necessità, alloggio e spesso cure mediche, mentre nel medio periodo si manifesta il bisogno di servizi educativi, orientamento sociale, avviamento al lavoro o alla piccola imprenditoria.

Il secondo fattore che giace alla base dei bisogni degli sfollati interni riguarda la sfera sociale e psicologica. Si tratta di persone, soprattutto bambini e giovani donne, fortemente traumatizzati dagli eventi subiti, dalla violenza, dal lutto, che si ritrovano improvvisamente in una regione che spesso non conoscono, sperimentando situazioni di povertà estrema a cui non erano abituati. Questo trauma si riflette nell’immediato sui più piccoli e sui vulnerabili, ma nel medio-lungo periodo coinvolge tutta la popolazione, innescando patologie anche negli adulti, quali depressione e dipendenze, che possono avere conseguenze devastanti sulla salute della famiglia, come povertà e violenza domestica.

In ogni caso una vera riconciliazione dell’Iraq, come più volte ribadito anche dal patriarca di Babilonia dei Caldei, cardinale Louis Raphaël Sako, si potrà ottenere in particolare soltanto grazie a un dialogo interno alle comunità e rivolto, al tempo stesso, a un confronto con etnie diverse per sanare ferite che difficilmente smetteranno di bruciare. Il rientro degli sfollati non è quindi una questione puramente umanitaria: è fra la posta in gioco nel futuro assetto geopolitico dell’Iraq ed elemento discriminante della sua stabilità.

di Francesco Ricupero