· Città del Vaticano ·

Preziosa eredità per il Bangladesh

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Ricordo dell’arcivescovo Moses M. Costa

18 luglio 2020

Tra gli ultimi eventi cui aveva preso parte, lasciando una traccia indelebile, c’è stata l’organizzazione della visita di Papa Francesco in Bangladesh, nel 2017, quando aveva preparato soprattutto l’incontro fra il Pontefice e i profughi rohingya, che creò profonda commozione nel mondo intero. D’altro canto, da arcivescovo di Chittagong (poi rinominata Chattogram), Moses M. Costa aveva messo la sua proverbiale sapienza, entusiasmo e umiltà nel coordinare, solo un anno fa, le celebrazioni del 500° anniversario dell’arrivo dei primi cristiani in Bangladesh, perché, nel 1518, proprio nel territorio di quella che era la sua diocesi sbarcarono i primi mercanti portoghesi di religione cattolica. Costa, il settantenne arcivescovo deceduto il 13 luglio scorso in ospedale a Dacca per le conseguenze del covid-19 — anche se aveva superato l’infezione del virus — ha lasciato un segno e un’eredità preziosa nella piccola Chiesa bangladese, che porta avanti la sua missione in una nazione di 166 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani, e dove i cattolici sono solo 400 mila.

E quell’importante anniversario — momento di una rinnovata presa di coscienza per la Chiesa locale — ha rappresentato l’occasione per un ultimo lascito che Costa ha voluto offrire ai fedeli: «Oggi possiamo dire con certezza, con gioia e commozione, che noi cattolici in Bangladesh siamo il frutto dell’opera missionaria e che la missione è la nostra vocazione». Ricordando, infatti, quanti hanno seminato il seme del cristianesimo e contribuito «a scrivere una storia gloriosa e santa», il presule ha fatto riferimento al gesuita indiano Francesco Fernandez, giunto nel Bengala nel 1598, primo missionario cattolico in quella terra. Fernandez, primo martire del Bengala, è un modello per i fedeli bangladesi, chiamati a essere «missionari come i discepoli di Gesù Cristo», considerando che «in Bangladesh, l’annuncio del Vangelo non ha ancora raggiunto molti luoghi e per questo bisogna lavorare più attivamente». Lo slancio missionario è precisamente uno degli insegnamenti che Costa lascia alla comunità dei cattolici in terra bengalese: «Abbiamo ricevuto vita, fede cristiana, missionari, catechisti, buoni leader, e siamo diventati popolo di Dio. Ora è maturo il tempo di restituire quanto abbiamo ricevuto. Il Signore ci chiama a predicare il suo messaggio», ha scritto. Lo ha fatto, Costa, fin dai tempi della sua ordinazione presbiterale (nel 1981), e poi di quella episcopale (nel 1996), non solo nel servizio apostolico alle comunità di Dinajpur e Chittagong, dove ha vissuto la maggior parte della sua vita, «ma in tutto il Bangladesh», ha voluto ricordare monsignor Gervas Rozario, vescovo della diocesi di Rajshahi e vicepresidente della Conferenza episcopale del Bangladesh, definendo il pastore deceduto «un autentico annunciatore e testimone dell’amore di Dio» e «attento promotore della giustizia e della pace». «Ha condotto la sua vita in modo santo. Ha vissuto nella sofferenza in modo santo e la sua vita è stata come l’evangelico chicco di grano, che morendo porta frutto», ha aggiunto. Don Gordon Dias, vicario generale della diocesi di Chittagong e stretto collaboratore del vescovo, lo ha definito «un vescovo-catechista», osservando che, come fanno i catechisti «monsignor Costa si è spinto a predicare il Vangelo in aree remote dell’arcidiocesi di Chittagong», tra le popolazioni indigene che non conoscono Cristo Gesù.

Tra quanti ne hanno conosciuto da vicino l’operosità pastorale, diverse congregazioni religiose femminili, come quella di Nostra Signora delle missioni e quella delle Missionarie della carità, ne hanno apprezzato la personalità mite e la profonda spiritualità. Le stesse qualità hanno attratto molti giovani bangladesi, ai quali il vescovo ha dedicato energie, pensieri, visione, in quanto presidente della Commissione episcopale per la gioventù. Centinaia di messaggi di gratitudine nei suoi confronti hanno invaso i social media nei giorni immediatamente successivi alla sua scomparsa, segno dell’attaccamento che molti giovani hanno provato verso «l’anziano vescovo, giovane nel cuore e nello spirito». Il suo impegno nel campo dell’istruzione, dello sviluppo e dell’accompagnamento dei giovani è testimoniato dalle 16 scuole, 125 asili nei villaggi, 17 ostelli, strutture che ha incentivato e sostenuto nella sua diocesi: istituti che offrono un percorso educativo di alto livello a studenti per la maggior parte musulmani. Anche dalla comunità islamica, infatti sono venuti messaggi di condoglianze e di commossa partecipazione per la perdita di «un pastore attento e premuroso, che si è sinceramente preso cura dei suoi fedeli». E il primo ministro Sheikh Hasina ha espresso profonda tristezza e la solidarietà dell’intera nazione a una figura che, nella sua semplicità e vivendo lo spirito delle Beatitudini evangeliche, ha dato lustro e mostrato il volto misericordioso di una comunità che vive da «piccolo gregge» in un contesto culturale e religioso islamico.

di Paolo Affatato