· Città del Vaticano ·

I cappellani ospedalieri nel tempo della pandemia

Presenza di Dio che ama e non lascia soli

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23 luglio 2020

«I cappellani ospedalieri in questo tempo di pandemia hanno rappresentato e continuano a rappresentare la presenza di Dio che abbraccia e ama nelle corsie del dolore». Ne è convinto monsignor Dariusz Giers, officiale del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale (Dssui), responsabile proprio di questo settore pastorale. Nell’ambito dell’impegno profuso dalla Commissione vaticana covid-19 istituita — per volontà di Papa Francesco — dal Dssui in collaborazione con altre realtà della Chiesa, il sacerdote polacco fa parte del primo dei cinque gruppi che la compongono, quello caratterizzato dal motto «agire adesso per il futuro».

Abbiamo chiesto a monsignor Giers le sue impressioni sulla situazione attuale nel mondo.

Il coronavirus si è diffuso in tutto il globo e sta colpendo l’intera umanità, costringendo a ripensare tanti aspetti della pastorale sanitaria che prima, forse, non ritenevamo di dover prendere nella giusta considerazione. Innanzitutto, abbiamo acquisito la consapevolezza dell’importanza di tutti gli agenti che operano nel mondo della sanità. In un istante, abbiamo cominciato ad apprezzare il loro lavoro, portato avanti con dedizione e sacrificio, a rischio della vita per la contagiosità di questo nemico subdolo.

Meno visibili, ma più che mai «presenti» al fianco del personale medico e infermieristico, ci sono i cappellani ospedalieri che insieme a numerosi collaboratori diaconi, religiosi e laici hanno cercato in tutti i modo possibili, in mezzo a mille difficoltà, di non far mancare la loro presenza accanto al malato. Quale messaggio vorrebbe far giungere loro?

Vorrei rivolgere una parola di ringraziamento e di incoraggiamento! La pandemia che stiamo attraversando ha fatto rivolgere il nostro sguardo su di loro e ci ha fatto valorizzare nuovamente la loro particolare missione. I cappellani, insieme ai loro più stretti collaboratori, si sono trovati in prima linea in questa emergenza contro un nemico funesto che diffonde il panico nelle residenze per anziani, costringe ad allestire in fretta e furia ospedali da campo, semina lutti nelle famiglie. Siamo grati per il loro coinvolgimento silenzioso e incessante, nel dare speranza, conforto, sollievo e, dove possibile, accompagnamento sacramentale per la salvezza delle anime. Una missione che è particolarmente apprezzabile quando la popolazione viene isolata e teme la diffusione del contagio. Dio, che non si isola mai dall’uomo, manda i suoi collaboratori nelle corsie dei nosocomi, nelle case di cura e negli hospice, nelle strutture sanitarie pubbliche e private, incontro alle donne e agli uomini che Egli ama. Dobbiamo loro gratitudine per la presenza costante, per la dedizione e la vicinanza offerte ogni giorno a quanti hanno bisogno di aiuto. Sono un segno tangibile della presenza del Signore Gesù, Medico divino, che abbraccia, tocca, consola, guarisce e non si risparmia nel portare cure e benedizioni. Molti rischiano la vita quando, dopo aver ottenuto autorizzazioni e permessi, con tutti i dispositivi di protezione necessari, entrano nei reparti speciali per i malati gravi colpiti dal covid-19. E lo stesso avviene nelle case per la terza età, nei centri per i disabili psichici, nelle comunità di recupero per i tossicodipendenti. La loro presenza è apprezzata da tutti: pazienti, personale sanitario e familiari.

Nonostante i cappellani affrontino ogni giorno impegni gravosi, non privi di insidie e ostacoli, nelle cronache abbondano episodi che ne testimoniano comportamenti eroici...

Certo, in ogni parte del mondo, è un quotidiano ripetersi di gesti di donazione, anche quando la situazione ne limita, in alcuni casi, l’operare accanto ai malati, complicandone un po’ il lavoro, essendo uomini e donne di azione. Tuttavia, essendo anche apostoli di contemplazione perciò dove non è possibile essere fisicamente, sono presenti con la preghiera, nella certezza che essa arriva direttamente al cuore di Dio che soffre in noi. Dobbiamo dire grazie in particolare ai sacerdoti cappellani perché portano la carezza di Gesù misericordioso nei luoghi di dolore: Egli è realmente presente quando officiano l’Eucaristia nelle cappelle che diventano i cuori pulsanti delle strutture sanitarie. Anche se in queste circostanze celebrano senza il popolo, quest’ultimo partecipa spiritualmente, e così il Signore Gesù è presente in mezzo ai malati esausti e agli operatori sanitari stremati dalle fatiche. Un giorno si potrà capire il bene che hanno fatto anche solo attraverso la preghiera!

E proprio gli operatori sanitari durante questa emergenza sanitaria insolita hanno riscoperto il valore della presenza dei cappellani. Non è così?

Molti cappellani, dato che l’accesso ai malati era limitato, hanno potuto dedicare più attenzione al supporto spirituale e psicologico degli operatori sanitari, d’altronde particolarmente bisognosi di aiuto. È stato un atteggiamento virale, questo sì buono e prezioso, che diventa una testimonianza capace di cambiare la vita e di far ritrovare il senso della fede. Molti fra medici e infermieri, proprio grazie alla testimonianza dei cappellani, hanno ricucito i propri rapporti con Dio.

Cosa può dirci sul ruolo dei cappellani che suppliscono all’assenza obbligata dei parenti accanto al malato?

Che colmano un vuoto umano reso inevitabile dall’isolamento. Spesso tramite telefono o tablet hanno creato un ponte con videochiamate per consentire una forma di comunicazione, anche solo visiva, interrotta solo dall’aggravarsi delle condizioni del malato. Ho sentito una bella testimonianza in proposito: «I nostri preti, nel rispetto delle norme, non smettono di essere accanto a chi sta soffrendo nella solitudine». Molte volte, grazie ai cappellani, i famigliari hanno avuto l’unica possibilità di congedarsi con i propri cari prima di morire.

Come sostenere tale preziosa missione?

Anzitutto con la nostra preghiera, affidando i cappellani alla protezione e all’intercessione della Madonna Santissima, Salus infirmorum; ma anche con l’aiuto professionale: so che molti psicologi si sono offerti di dar loro un supporto. Perché anche i cappellani sono esseri umani e come tali sottoposti allo stress emotivo e fisico causato da questa emergenza straordinaria, lavorando sotto pressione, spesso senza turni né riposi. È importante che, anche a livello delle Chiese locali, i vescovi si interessino di più dando un necessario sostegno a tutti coloro che sono coinvolti nella pastorale della salute. È bello quando un vescovo, come ad esempio l’ordinario di Birmingham, in Inghilterra, si compiace dei suoi sacerdoti cappellani professionali che hanno ricevuto autorizzazione ad entrare nei reparti covid-19 portando la parola di consolazione, amministrando i sacramenti e facendo così presente il Cristo accanto a chi soffre e muore.

di Gianluca Biccini